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sabato 10 gennaio 2015

Da Canaan, Israele, Giudea fino alle guerre giudaico-romane, poi Palestina

Carta dei territori di Canaan
 occupati dalle 12 tribù di
Israele e del territorio
occupato dai Filistei:
l'attuale striscia di Gaza.
Clicca sull'immagine.
Storia del popolo ebraico attraverso la Bibbia: dalla preistoria alla conquista della terra di Canaan tratto da: http://www.adonaj.net/popolo_ebraico/008.htm
Il nome di “Canaan” usato dal secolo XV a.C., è di derivazione incerta e ne sono date diverse spiegazioni:
- “Paese basso”, in opposizione alla montagna abitata dagli Amorrei (Num.13,29). Ma la radice kn’ significa inclinare e non essere basso;
- “Paese della porpora”, dato il commercio di tale tintura esercitato, assieme a quello del legno, in Fenicia. Ma il nome kinnahu per indicare la porpora è usato solo a Nuzi, mentre nel resto del Medio Oriente si usano altri nomi; (anche se il termine accadico kinakhkhu significa rosso porpora, n.d.r.).
I Fenici hanno abitato le coste orientali del mediterraneo dal 2.100 al 539 a.C.
La parte più a sud del loro territorio corrispondeva alla terra di Canaan, abitata anticamente dai Cananei, spesso nominati nella Bibbia.
- “Paese dei commercianti”. Ma, anche se cananeo è diventato sinonimo di mercante, non esiste una radice semitica cui si possa attaccare questo senso;
- “Paese dove tramonta il sole”, cioè l’occidente. Ma tale denominazione avrebbe dovuto essere data da stranieri posti ad oriente, e non da indigeni stessi.
Così, tutto sommato, ci riesce impossibile trovare al nome un’etimologia chiara, che forse non esiste.
In merito alla popolazione, partendo dalle zone confinanti dobbiamo ricordare
- gli EDOMITI al sud,
- i MOABITI ad est del Mar Morto,
- gli AMMONITI nella Transgiordania tra mar Morto e lago di Genezareth,
- gli AMALECITI ad ovest del Mar Morto,
- i CHERETITI più ad ovest verso la costa,
- ed i FILISTEI al nord di questi.
All’interno del Canaan la Bibbia parla talvolta di sette popolazioni (Gios.3,10; 24,11; Deut.7,1) e talaltra solo sei: Cananei, Amorrei, Hittiti, Hivviti, Gebusei, Ghirgesiti, Perizziti. Da questi dati riguardanti gli antichi abitanti del Canaan non si può dedurre nessun insegnamento storico o etnico, se non, forse, che questa popolazione era mista.

Situazione politica
Si tratta di un periodo travagliatissimo, nel corso del quale il volto dell’Oriente è completamente mutato. Il secondo millennio a.C. era stato fino allora caratterizzato dalla lotta tra le grandi potenze quali Egitto, Ittiti, Mitanni, Assiria, che era sfociata in un certo equilibrio sanzionato dal trattato di pace tra Ramses II° e Hattusi III°. L’Egitto e gli Ittiti si dividevano l’influenza in Siria e Palestina.
Il periodo che stiamo per visitare ha visto:
- la fine della dominazione egiziana in Siria;
- la rovina definitiva dell’impero ittita;
- l’invasione dei popoli del mare;
- l’espansione militare dell’Assiria verso ovest, poi il suo ritorno.
Alla fine del periodo, l’immagine della Siria-Palestina è diventata nuova:
- regni neo-ittiti nella Siria settentrionale,
- stati Arami in Siria centrale e Transgiordania,
- nascita della potenza marittima dei Fenici, Filistei e Israeliti in Palestina.
Gli Israeliti dunque non erano soli. In Palestina il ritiro dell’Egitto lasciò intatte le città cananee sulle quali esercitava ormai un dominio puramente nominale. Gruppi di popoli del mare s’installarono in alcune regioni; tra loro, i Filistei sarebbero diventati una potenza concorrente d’Israele e, sotto Saul, erano sul punto di avere su di lui la meglio. Moab (Moabiti) era sedentarizzato, probabilmente anche Edom (Edomiti), forse pure Ammon (Ammoniti). A nord e a nord-est s’infiltravano già gli Aramei.
Questa rottura dell’equilibrio che si era verificata in Siria-Palestina spiega perché gli Israeliti abbiano allora potuto acquisire un territorio. Ma la competizione di nuove forze presenti spiega come Israele non sia stato in grado di impossessarsi di certi distretti come Edom, Moab, la piana filistea e perché il primo insediamento sia stato seguito da un periodo di lotte all’epoca dei giudici, e perché enclavi cananee siano esistite fino al tempo di David.
Sul piano interno al Canaan la dominazione egiziana con le dinastie XIX, XX, XXI, era in netto decadimento. L’Egitto manteneva ancora una sovranità molto aleatoria, giacché i faraoni si limitavano a riscuotere regolarmente i tributi in natura, a garantire le libere comunicazioni con la Siria e a coltivare il grano nella pianura e Esdrelon (la piana di Esdraelon o Esdrelon è un'ampia e fertile pianura e vallata posta nella regione della Bassa Galilea). A tal fine si servivano di commissari che risiedevano nei centri principali, come Giaffa e Gaza, e avevano a disposizione guarnigioni militari reclutate nella Nubia o nelle isole del Mediterraneo.
In linea di massima i re locali favorivano il movimento nazionalista e indipendentista che serpeggiava qua e là nelle masse ed era favorito soprattutto dalle bande turbolenti degli Habiru. Tuttavia i più cercavano di non scoprire troppo le loro carte e, nelle lettere inviate alla corte egiziana, si sforzavano di presentare i loro intrighi come atti di fedeltà… I pochi re rimasti fedeli all’Egitto non potevano contare molto sull’appoggio dei funzionari egiziani, perché questi preferivano comportarsi in modo opportunistico cercando di stare dalla parte del più forte.
Gli egiziani riuscirono, tuttavia, a conservare il loro dominio asiatico; anzi, in seguito, grazie ad alcuni vigorosi interventi dei faraoni della dinastia XIX e all’abile gioco di alleanze e matrimoni politici fra Egitto e Ittiti, lo resero momentaneamente ancor più saldo.
Oltre che di un esercito, i singoli re di Canaan disponevano di città fortificate che assicuravano loro una sufficiente sicurezza contro gli attacchi dei nemici. Molte di loro sono state riportate alla luce dall’esplorazione archeologica dell’ultimo settantennio del secolo scorso; però la loro esistenza era già nota dalle parole piene di sbalordimento degli esploratori inviati da Mosé a Canaan (Num.13,17) e anche dalla testimonianza del libro di Giosué (6,1; 10,20). Più che di grandi città, si trattava di luoghi di rifugio in caso di pericolo e di guerra, come le minuscole rocche medievali. Intorno all’acropoli, che comprendeva il palazzo del re e funzionari, i magazzini e il tempio, si stendevano le esigue dimore, separate da viuzze ancor più anguste. Molto imponenti erano invece le mura che spesso seguivano un tracciato a cremagliera, rinforzato da bastioni e da torri difensive. Queste città sorgevano sempre sullo sperone sporgente di un altipiano o su di una lieve collina dominante la pianura. Nelle loro adiacenze doveva esserci sempre la fontana dell’acqua che spesso poteva essere raggiunta dall’interno della città mediante un tunnel appositamente scavato nel fianco della collina. Così la fonte poteva essere nascosta ai nemici in caso d’assedio.

Situazione culturale
Siamo alla fine dell’ultima età del bronzo (1550-1200) e precisamente in quello recente (1400-1200). Di prosperità inferiore a quella del periodo precedente a causa del dominio egiziano, e quindi erano poche le realizzazioni artistiche.
C’è solo un uso molto diffuso della scrittura, usata almeno in quattro sistemi: cuneiforme accadico, geroglifico egiziano, lineare, cuneiforme di Ras Shamra. Esistono alcuni frammenti del ciclo di Baal e Anat, di Keret, la leggenda di Aqhat.
Finora non è stato trovato nessun codice che ci permetta di conoscere adeguatamente il diritto penale, familiare e personale di Canaan. Le uniche informazioni che abbiamo sulla vita sociale e giuridica, si ricavano dai documenti di carattere prevalentemente economico, che provengono dalle due città di Alalakh e di Ras Shamra.
Alalakh era un'antico centro della Turchia sud-orientale, identificato con la moderna Tell Açana, vicino al confine con la Siria. Le campagne di scavo (1937-39 e 1946-49) hanno documentato una sequenza di 17 livelli di occupazione, dal Bronzo Antico alla fine del Bronzo Tardo. L’importanza del sito è legata anche al ritrovamento di un archivio contenente circa 500 tavolette cuneiformi, che forniscono informazioni sull’organizzazione della società siriaca nel 2° millennio a.C. La fase di frequentazione più antica si ascrive alla fine del 3°- inizi del 2° millennio a.C.; la costruzione di un primo edificio templare, con corte pavimentata, risale al 1900 a.C. circa (XVI livello). Tra il 18° e il 17° sec. a.C. A. entrò a far parte del regno di Yamkhad; venne allora costruito il palazzo del re Yarim-Lim (VII livello). Distrutta dal re hittita Khattushilish I, la città, ormai soggetta al regno di Mitanni, fu riedificata in forme nuove. Alla prima metà del 15° sec. a.C. risalgono il palazzo di Niqmepa, dotato di portico a due colonne e distrutto probabilmente dagli Hittiti intorno al 1430 a.C., e la celebre statua con iscrizioni dedicata dal re Niqmepa al padre Idrimi. Alalakh scomparve intorno al 1200 a.C.
Gli scavi a Ras Shamra, importantissima località della Siria (corrispondente all'antica città fenicia di Ugarit), che la guerra aveva interrotto, sono stati ripresi nel 1948 e continuano tuttora, sempre sotto la direzione di C. F. A. Schaeffer. Negli ultimi anni il lavoro di ricerca si è concentrato in alcuni saggi negli strati più profondi, dove è apparsa una civiltà di tipo neolitico, anteriore alla ceramica, databile al 6° millennio a. C. e affine a quella della più antica Gerico, e in un grande edificio, il palazzo reale. Quest'ultimo è di grande interesse, sia dal punto di vista architettonico, per la sua pianta assai complessa e affine a quella dei grandi palazzi di Beycesultan, di Creta, di Mari e di Alalakh, sia dal punto di vista letterario e storico, dato che in esso sono stati trovati numerosissimi testi, per lo più in lingua ugaritica e babilonese, divisi in varî archivî. Di tali testi sono stati finora pubblicati tre volumi, uno per quelli ugaritici, due per quelli babilonesi e hurriti. Si tratta di testi diplomatici ed economici, lettere, ecc., che hanno permesso un notevole approfondimento delle vicende storiche della città nella seconda metà del 2° millennio a. C. Ispirandosi a una politica di equilibrio tra l'Egitto e l'impero hittita, Ugarit riuscì a mantenersi sostanzialmente autonoma, anche se il suo sovrano Niqmadu II fu costretto a riconoscere, almeno nominalmente, la sovranità hittita. Se, per quanto riguarda la letteratura della città, la non ancora avvenuta pubblicazione di nuovi testi letterarî non ha permesso un sostanziale mutamento nei concetti precedentemente acquisiti, gli ultimi anni hanno per converso visto una notevole chiarificazione del problema linguistico. È stato riconosciuto il carattere arcaizzante della lingua letteraria al confronto di quella rivelata dai nuovi testi in prosa; mentre l'annoso problema della classificazione dell'ugaritico, mostratosi irresolubile a causa degli errati termini in cui era stato finora impostato, è stato superato con una nuova concezione dei rapporti intercorrenti fra tutte le lingue semitiche attestate in Siria e in Palestina nel II e nel I millennio a. C. In questo quadro generale, l'ugaritico si pone in una posizione fondamentalmente autonoma nei riguardi delle lingue attestate più tardi (fenicio, ebraico ed aramaico), mentre presenta notevoli affinità con lingue ad esso contemporanee note finora soltanto indirettamente, quali il gruppo amorreo e quello delle glosse delle lettere di Tell el-‛Amārna.
In quest’ultima città il re è un essere privilegiato, che appartiene al mondo degli déi perché ha succhiato il latte della dea Anat e Aserah. A lui spetta l’esercizio della giustizia, soprattutto in favore di coloro che sono privi di appoggio, come le vedove e gli orfani. Egli dona o assegna in cambio la proprietà, regola e controlla la vita economica; infine è il capo dell’esercito. Al suo fianco è l’aristocrazia cui assegna i feudi.
L’esercito occupa un posto preminente nella vita sociale; i suoi capi, come quelli del sacerdozio, provengono dalle classi dominanti non esclusa la famiglia del re. Al seguito della truppa vi è sempre un sacerdote che ha il delicato compito di consultare la divinità e trarre gli auspici atti ad assicurare la riuscita delle spedizioni.
Anche a Ras Shamra esistono le tre classi della società babilonesepatriziplebeischiavi. Questi ultimi hanno però la possibilità di riscattarsi, sposarsi e anche di raggiungere alte cariche. Il capo della famiglia è il padre, però la donna è tenuta in grande considerazione perché, in caso di ripudio, le è restituita la dote e può intraprendere processi, adottare figli e compiere atti di compravendita.
E’ largamente praticata l’adozione; se l’adottante rimanda successivamente l’adottato, è obbligato a risarcirlo con una somma di denaro. I documenti parlano della pena di morte una sola volta, in caso di tradimento. Per altre colpe, anche gravissime, è previsto l’esilio o la prigione. Questo ci autorizza a concludere che il diritto penale del Canaan doveva essere estremamente mite, specialmente se confrontato con quello mesopotamico.

Situazione religiosa
La religione del Canaan merita un’attenzione particolare, data la grande influenza esercitata sugli Ebrei dopo il loro ingresso. Fonti di conoscenza erano per noi la Bibbia e la Storia Fenicia di Filone di Biblos; ora sono i ritrovamenti di Ras Shamra.
Notiamo solo che ogni sintesi che si fa non può essere che generalizzante e approssimativa. Infatti, ogni religione, ogni città e ogni santuario avevano i loro déi preferiti, il loro rituale, le loro leggende sacre. In un paese tanto compartimentato, geograficamente e politicamente, non si può supporre un’unità religiosa cui non sono pervenuti stati centralizzati come quelli di Mesopotamia e Egitto.
Le divinità: come tutti gli abitanti del Medio Oriente (esclusi naturalmente gli Israeliti) anche i cananei erano fortemente politeisti. Al vertice del loro Pantheon si trovava il dio “EL”. Egli era il dio supremo e la sua superiorità era riconosciuta almeno teoricamente da tutti i suoi colleghi divini; però il governo pratico del mondo era esercitato da altri déi, più intraprendenti di lui, in particolare da “BAAL” e “MOT”. I Cananei lo ritenevano padre degli déi e degli uomini e anche creatore di tutte le cose; però per la sua bontà ne scapitava parecchio perché lo giudicavano incapace di resistere alle minacce e alle seduzioni degli altri déi.
La sua residenza abituale era alla “sorgente dei fiumi” che deve essere cercata nella profondità degli abissi oppure su un’alta montagna. Una stele di calcare scoperta a Ras Shamra nel 1936 lo raffigura assiso su di un trono riccamente adorno: il suo mento è ricoperto da una barba a punta, la sua tiara è sormontata da corna di toro che simboleggiano la sua forza, la sua mano è alzata a benedire un devoto che gli offre libagioni e un sacrificio di incenso.
Questa stele conferma gli epiteti che i testi attribuiscono al dio, quando lo chiamano “re”, “padre”, “toro” ed esaltano la sua benevolenza e bontà. In merito al titolo di “re” che egli sovente riceve, giova osservare che, primitivamente, esso designava il semplice capo e non era necessariamente legato ad un regime monarchico.
Il dio sovrano era invece BAAL, legato ai fenomeni meteorologici, alla vegetazione e alla coltura dei campi. Egli era divenuto tale perché aveva soppiantato il dio EL e si era imposto con la forza sul dio VAM che personificava la prima forza caotica. Il suo dominio non era però senza contrasti, giacché, per metà dell’anno, come ci informa il poema di Baal e Anat, egli doveva cedere il passo a Mot, il dio dell’estate e del caldo…I Cananei lo ritenevano “il grande signore del cielo” (Baal-Samin) che abitava la cima di Safon (=il settentrione), corrispondente al monte Casius a nord di Ras Shamra. Suo simbolo preferito era il toro, sulla cui schiena egli era spesso raffigurato in piedi.
Le divinità più significative del pantheon cananeo sono però ASERAH, ASTARTE, ANAT. Si tratta di tre dee strettamente legate alla vita sessuale, alla fecondità e alla guerra, le cui personalità e funzioni sono però così fluide che riesce molto difficile precisare i caratteri specifici di ognuna. Comunque Aserah è ritenuta sposa di EL; invece Astante e Anat sono entrambe mogli di Baal, però la seconda gli è anche sorella. Tutte e tre sono raffigurate nude e hanno come emblemi il serpente, la colomba e il leone. Gli scavi archeologici di Palestina e di Siria hanno reso familiari numerose figurine di terracotta che rappresentano una donna nuda nei più vari atteggiamenti.
I Cananei veneravano i loro déi sulle alture e nei santuari.
L’altura era un’area all’aperto, per lo più sopraelevata, che comprendeva la stele sacra piantata in terra (in ebraico “massebah”), l’altare, le riserve d’acqua e i bracieri per l’incenso, il palo o tronco sacro (l’asherah). Sembra che, almeno all’origine, l’asherah fosse il simbolo dell’omonima dea e la massebah il segno della presenza divina. E’ molto incerto se questi oggetti rappresentassero con la loro forma il sesso della divinità.
Il santuario cananeo si ispirava a una concezione comune a tutto l’antico oriente, Israele compreso. Esso era essenzialmente la casa di dio dove entravano soltanto i ministri del culto, nella loro qualità di servi fedeli. Dal punto di vista strutturale comprendeva una sala in cui si trovavano la nicchia con il simulacro divino, l’altare, il focolare e altri oggetti cultuali. Era sempre preceduto da un’anticamera o vestibolo.
Intorno al santuario sorgevano vari locali destinati ad abitazioni dei sacerdoti e a deposito degli arredi.
NB. L’esplorazione archeologica ha portato alla luce due tipi di installazione cultuale del bronzo recente: a Hazor, scavata nel 1955-1958 sono stati trovati due santuari Cananei e un’altura sacra; un’altra altura è quella sita su uno dei monti della città di Petra.
I sacerdoti ufficiavano in questi luoghi sacri, sotto la direzione di un gran sacerdote. Nella loro qualità di ministri del culto, offrivano alla divinità svariati sacrifici, fra i quali anche sacrifici umani. Nei recinti delle alture sacre e nelle adiacenze dei templi vi erano anche le “persone sacre” ( i santi e le sante), che praticavano la prostituzione sacra in onore della divinità. Questa aberrazione religiosa è testimoniata dalla Bibbia (Os.4,14; 1 Re 14,24; 15,!2; 22,47), da iscrizioni assiro-fenicie e dagli scrittori dell’epoca greco-romana.
I morti erano oggetto di cura particolare da parte dei Cananei. Infatti, numerose tombe di Minet-el-Beida e di Ras Shamra disponevano di acqua che, nell’intenzione dei cananei, doveva servire ad estinguere la sete persistente dei loro defunti. Sembra che a Ras Shamra esistesse un ridotto culto dei morti.

Penetrazione degli ebrei, documenti biblici e loro natura
Questa fase della storia ebraica è documentata da alcuni capitoli dei Numeri, dal libro di Giosué e dal 1° capitolo dei Giudici, i quali offrono un quadro abbastanza schematico e semplice.
Ingresso - Dopo un tentativo fallito di penetrazione dal sud (Num.13-14), le dodici tribù uscite dall’Egitto sotto la guida di Mosè arrivano in Transgiordania al termine di un lungo viaggio nel deserto. Vincono i re di Hesbon (Sihon) e di Bashan (Og) impadronendosi dei loro paesi, e si accampano nelle pianure di Moab (Num. 20-25). Il territorio così conquistato è diviso tra Gad e Ruben (Num.32).
Alla testa delle tribù Giosué passa il Giordano: la presa di Gerico e di Ay gli apre la strada verso il centro del Canaan (Gios.1-9). Una campagna nel sud (Gios.10) ed un’altra al nord (Gios.11) assicurano agli Israeliti il dominio di tutto il paese.
Spartizione - Una volta conquistato tutto il Canaan attraverso tale guerra di conquista, secondo Giosué 12-21 gli Ebrei se lo dividono.
RUBEN, GAD e ½ MANASSE si stabiliscono in Transgiordania;
SIMEONE e GIUDA si installano in Giudea, divisi dal resto ad opera dei Cananei occupanti Gezer e Gerusalemme;
DAM, BENIAMIN, EFRAIM e ½ MANASSE in Samaria;
ASER, ZABULON, ISSACAR, NEFTALI in Galilea, pure loro separati dalle tribù del centro da un’altra cintura di fortificazioni cananee;
LEVI non ha nessun territorio, ma città levitiche divise nei territori delle altre tribù.
Siamo ancora una volta di fronte ad una storia basata su tradizioni popolari, usate poi da scritti di scuole perseguenti tesi religiose diverse che portano a descrizioni dei fatti non omogenei e spesso tra loro contraddittorie (specie in Giosué e giudici). Ben pochi scritti provengono infatti dal tempo in questione, che vedeva gli Ebrei ancora seminomadi e impegnati nei problemi della penetrazione nel Canaan. Dobbiamo perciò accontentarci di notizie generali e, per di più, di una loro utilizzazione in un quadro che resta alquanto ipotetico.

I fatti: penetrazione nel Canaan
Premettiamo che il problema dell’installazione degli Israeliti nel Canaan e della formazione del sistema delle 12 tribù è il più difficile di tutta la storia di Israele… Il conflitto oppone due soluzioni principali basatesi in primo luogo sulla testimonianza dell’archeologia. La soluzione che si deve cercare è quella che tiene ugualmente conto dei due gruppi di testimonianze, quelle dei testi e quello dell’archeologia. Si giungerà solo a delle ipotesi: le origini di Israele come quelle di tutti gli altri popoli sono infatti avvolte da oscurità; esse rimangono fuori dalla possibilità di essere illuminate dallo storico.
Ciò premesso, e sviluppando l’ipotesi di una migrazione dei protoebrei dalla Mesopotamia verso occidente che ha portato i loro gruppi a compiere un’esperienza differenziata per tempo e itinerario, al termine della quale quelli che avevano sperimentato l’Egitto si sono visti allontanare forzatamente da esso o ne sono volontariamente scappati, ora possiamo continuare affermando:
- Il gruppo scacciato e rifugiatosi a Cades ha proseguito la sua marcia penetrando in Palestina dal sud, assieme a gruppi non Israeliti come i Calebiti, gli Yeramliti, i Qenizziti. Dapprima attraverso una infiltrazione pacifica, poi, raggiunta la montagna di Giudea, grazie ad operazioni militari (elementi di Simeone, Levi, Giuda?).
- Il gruppo fuggito dal Gessen e guidato da Mosé, invece, dopo la permanenza a Cades si è spostato ad Oriente dove il gruppo di Ruben si è fissato nella Transgiordania e già si trovava Gad.
Gli altri sono penetrati nella Palestina centrale fino alla regione di Sichem, diventando vicini delle tribù che non erano scese nell’Egitto.
Si tratta di una penetrazione, tutto sommato, assai diversificata, composita, faticosa. Ma che ha avuto successo sia per la divisione del Canaan in tante piccole città-stato e per altre ragioni, non ultima tra le quali dobbiamo pure mettere la forte personalità guerriera di Giosué.

Guerra di conquista
Uno dei mezzi di penetrazione è stato dunque la guerra. Aiutandoci ora con i dati biblici sparsi in molti documenti scritti, possiamo soffermarci a studiare il carattere particolare che la guerra assumeva in quei tempi.
Agli inizi della storia di Israele la guerra aveva un carattere sacro, era dotata di un’ideologia e di riti propri che la specificavano, a differenza di altre guerre antiche dove l’aspetto religioso era secondario. Questo non vuol dire che si trattava di una “guerra di religione” che si ha quando si vuole imporre o salvare il proprio credo ( come per esempio al tempo dei Maccabei). Gli Ebrei lottavano in quel momento non per la fede ma per la loro esistenza.
I caratteri che davano un aspetto sacro alla loro guerra erano i seguenti:
- dovendo compiere un’azione sacra, i guerrieri erano tenuti a trovarsi in stato di purità rituale, mantenendosi continenti (1 Sam.21,6; 2 Sam.11,11);
- Il segno visibile della presenza di Jahvé era l’arca, con la quale Dio accompagnava il suo esercito (Gios. 6,6: arca attorno a Gerico);
- Iniziando la lotta si alzava il grido di guerra, la teru’ah: questa non era un semplice segnale di combattimento, ma faceva parte del rituale dell’arca. A tale proposito può essere interessante l’uso parallelo delle antiche tribù arabe: “Ogni tribù araba ha il suo grido di guerra, il proprio stendardo, in più porta in combattimento una lettiera ornata. All’epoca moderna questa è trasportata vuota, ma una volta la giovane più bella della tribù vi occupava posto per incitare alla lotta i guerrieri. Ecco perché Israele ha il suo grido, la teru’ah , che fa parte del rito dell’arca dell’alleanza, palladio d’Israele, la cui presenza nel combattimento richiama la lettiera sacra degli arabi”;
- I combattenti la guerra sacra dovevano aver fede nella vittoria, per il fatto che Jahvé, che era con loro, aveva già dato nelle loro mani i nemici (Gios.6,2; 8,1-8; Giud. 3,2; 4,7; 7,9; ecc…). La fede era condizione indispensabile, i guerrieri che non l’avevano occorreva scartarli (Giud. 7,3; Deut. 20,8 dove si dà un’interpretazione che non è primitiva);
- La guerra santa culmina nell’HEREM, l’anatema di distruzione del nemico e dei suoi beni, che andavano sottratti all’uso profano e consacrato a Dio. Quest’uso antico, regolato dalla legislazione posteriore (Deut. scritto quando la guerra santa era ormai un ricordo lontano) che lo rendeva meno duro (risparmio del bestiame, delle vergini. Delle donne in genere, ecc…), trova il corrispondente negli usi degli altri popoli (iscrizione di Mesa, di Moab, nel secolo IX a.C.). Secondo Deut. 20,10-19 l’herem aveva lo scopo di proteggere la fede degli Ebrei. Questa ragione teologica, che ritroviamo in tempi posteriori, forse aveva come fondo l’idea di rendere comprensibile e anche di scusare, in qualche modo, la durezza di questa antica tattica bellica degli Israeliti. Ma proprio il fatto che la Bibbia narri di queste guerre di sterminio totale da parte degli Israeliti sta a dimostrarci che Israele era un popolo autenticamente orientale, e che quindi anche la sua tradizione storica porta in sé i segni della propria attendibilità e autenticità.

Divisione del territorio tra le 12 tribù
Se è vero che il sistema delle dodici tribù, che le unisce in una stesa lista genealogica o tribale è la costruzione ideale, all’epoca di Davide, di un grande Israele che non è mai esistita come organizzazione politica, diventa chiaro che il prospetto offertoci dalla seconda parte del libro di Giosué non corrisponde a realtà storica e possiede solo un valore dottrinale.

- La Galilea è una regione storica della Palestina, oggi divisa amministrativamente tra Israele e la Cisgiordania. È delimitata a est dal fiume Giordano, che in questo tratto forma il Lago di Genezaret, detto anche lago di Tiberiade o mare di Galilea.
Il nome Galilea (in latino Galilaea, in greco Galilaia) deriva dall'ebraico galil, che significa "circolo".
Al tempo della conquista della terra da parte del popolo di Israele che era uscito dall'Egitto, si insediarono in questa regione le tribù di Dan, Zabulon, Issacar, Neftali, scacciando i popoli cananei (Giudici 1,30-33).
La Galilea dei tempi biblici confinava con la Fenicia (a ovest), con la Samaria (a sud), con la Gaulantide (a nord), con la Decapoli (a est).
La Galilea è la regione dove ha avuto origine il Cristianesimo poiché da un suo villaggio, Nazaret, viene Gesù. Al tempo di Gesù vi abitavano ancora queste antiche tribù di Israele, ma agli occhi dell'ortodossia giudaica di Gerusalemme si erano contaminate con i popoli vicini, di religione pagana. È per questo motivo, oltre ad altri, che Gesù non ha potuto essere riconosciuto come messia a Gerusalemme. Occorre però precisare che secondo i racconti evangelici, il padre putativo di Gesù, Giuseppe e Maria erano di discendenza dalla tribù di Giuda. L'appartenenza ebrea è descritta dagli stessi vangeli, dove si descrivono alcune celebrazioni che Giuseppe e Maria compiono in stretta osservanza delle consuetudini israelite.

- La Giudea (in ebraico moderno Yəhuda, in latino Iudaea, in greco Ιudaia) è una regione storica del Vicino Oriente, coincidente con il territorio assegnato alla biblica tribù di Giuda, da cui prende il nome. La sua città principale è Gerusalemme.
Gl'insediamenti umani in Giudea risalgono ad un periodo precedente l'età della Pietra e la regione è conosciuta dai paleoantropologi come una delle strade che l'homo sapiens attraversò per uscire dall'Africa e colonizzare il resto del mondo circa 100.000 anni fa. Resti archeologici di insediamenti umani risalenti a più di 11.000 anni fa si trovano nella città di Gerico, considerata il più vecchio insediamento ininterrottamente abitato al mondo.
La Giudea è centrale nel racconto della Bibbia, con i patriarchi Abramo (di etnia sumerica, proveniva infatti dalla città di Ur), Isacco e Giacobbe, suoi discendenti, sepolti ad Hebron nella Tomba dei Patriarchi. Essa fece parte dell'antico regno di Israele fino alla morte del re Salomone, circa nel 931 a.C., quando il regno si divise in due, il regno di Israele a Nord e il Regno di Giuda a Sud.
Il reame settentrionale cadde sotto gli Assiri nel 722 a.C., mentre la Giudea costituì uno stato indipendente fino al 587 a.C., quando fu conquistata dai babilonesi.
Da quel momento seguì le vicende storiche della Palestina, passando sotto le dominazioni persiana, ellenistica, romana, bizantina e musulmana, e per un breve periodo sotto amministrazione inglese dopo la prima guerra mondiale.
Dal 1948, con la fondazione del moderno stato di Israele, la Giudea è divisa fra questo e la Giordania. La parte giordana è sotto occupazione israeliana dal 1967, e si prevede che faccia parte del costituendo stato palestinese.
Il Leone di Giuda
Il Leone di Giuda è il simbolo della tribù ebraica di Giuda, il quarto figlio di Giacobbe, considerato il fondatore della tribù. L'associazione tra Giuda e il leone può essere innanzitutto trovata nella benedizione di Giacobbe a Giuda di cui si legge nel Libro della Genesi: «A te, Giuda, tributeranno omaggio i tuoi fratelli, la tua mano sarà sulla cervice dei tuoi nemici, si prostreranno a te i figli di tuo padre. Tu, Giuda, sei un leoncello quando torni, o figlio mio, dalla preda. Allorché egli se ne sta chino, coricato come un leone, chi oserebbe farlo alzare? Lo scettro non si dipartirà da Giuda né il bastone del comando di tra i suoi piedi fino a che verrà il Messia verso il quale convergerà l'ossequio dei popoli. Egli lega alla vite il suo puledro ed alla vite pregiata il figlio della sua asina; lava il vestito nel vino ed i panni nel sangue dell'uva. Ha gli occhi rossi per il vino e bianchi i denti per il latte» (Genesi 49:8-12). Il re Davide, Salomone e Gesù discesero dalla tribù di Giuda, di cui il leone è simbolo. Il Leone di Giuda è anche un'espressione usata nell'Apocalisse per indicare il Messia.
Per i Rastafariani il leone di Giuda è il simbolo della genia della terra d'Etiopia, scaturita dalla relazione fra re Salomone, anch'esso della tribù di Giuda, e la regina di Saba.
Il libro sacro della Gloria dei Re dell'Etiopia, ovvero il Kebra Nagast, narra dettagliatamente del loro incontro, del loro figlio Menyelek (o Menelik) e dello spostamento in Etiopia dell'Arca dell'Alleanza: secondo la tradizione etiope, seguendo la linea monarchica di discendenza diretta, il duecentoventicinquesimo erede del trono di Salomone è Ras Tafari Makonnen, il Negus, ultimo Re dei Re, incoronato Imperatore il 2 novembre 1930 col nome di Haile Selassie I, letteralmente Potere della Santa Trinità. Per questa ragione il Re Salomone è tenuto in particolare considerazione anche dai credenti della livity (filosofia di vita) Rastafari. Dai Rastafariani, l'Etiopia è considerata la nazione più antica e immutata del mondo. Simbolo centrale nella cultura rastafariana ed etiope, il leone di Giuda viene citato in moltissimi testi di musicisti reggae come Bob Marley e Peter Tosh. È anche utilizzato come logo del marchio di abbigliamento Jah Bless You, che si rivolge a un pubblico prettamente rastafariano.

Antica rappresentazione dei Filistei,
con il caratteristico elmo piumato.
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- I Peleset (Pulasti o Philistine), uno dei Popoli del mare, sono raffigurati, nell'antichità, con il caratteristico elmo piumato.
Sono identificabili con la popolazione dei Filistei, documentata anche nella Bibbia, secondo cui provenivano da Kaftor, forse identificabile con Creta. I Filistei si insediarono sul finire dell'età del bronzo in Palestina dove costituirono varie città-stato; i ritrovamenti archeologici farebbero ipotizzare un'origine egea di questa popolazione, probabilmente micenea.
Alcune recenti scoperte hanno permesso di stabilire una loro presenza in Sardegna in concomitanza (o in un periodo antecedente) ai Fenici.
Secondo la Bibbia quindi, i Filistei sono uno dei popoli del mare, che probabilmente arrivavano da Creta, e secondo gli storici furono una popolazione molto antica, di origine indoeuropea, che si stanziò tra il 1200 e l'800 a.C. nell'attuale Palestina (nome che secondo alcuni deriva da Filastinia, terra dei Filistei); secondo altri invece, il nome Palestina deriva dalle popolazioni migrate dalla valle dell'Indo nel 3.250 a.C., quelli che noi chiamiamo Fenici e che erano gli stessi che poi abitarono sulle coste orientali dell’italia meridionale, che allora presero il nome di Yoni poiché portavano un bastone biforcuto a forma di Y per simbolizzare i genitali femminili (erano infatti portatori di una cultura matriarcale). Quando proseguirono per il medio oriente li chiamarono Pallis (palo, bastone, pastori), a causa del bastone, e dopo che si insediarono nel territorio circostante le rive del giordano denominarono quella terra “Pallis-tan (tan = terra), che signica “Terra dei Pastori”, italianizzato Palestina.
Quando i Filistei, fondendosi con la popolazione cananea preesistente, ne adottarono il pantheon, scelsero (come tutti i popoli loro vicini) una divinità in particolare quale loro "dio nazionale": Dagon, il padre di Baal. Questa divinità, denominata Ba' al Zəbûl, Il signore della Soglia (dell'Aldilà), è entrata a far parte della mitologia ebraica, cristiana ed islamica con il nome con cui la definisce la Bibbia, tramite uno sprezzante gioco di parole: Ba' al Zebub, "Il signore delle mosche". Da qui deriva il nome dell'entità diabolica suprema: Belzebù, uno dei "sette prìncipi dell'Inferno", identificato anche dalla tradizione cristiana come un demone.
La Bibbia parla di un tempio dedicato a Dagon ad Ekron (a soli 35 km da Gerusalemme), descrivendolo come un tempio cananeo puntellato da due pilastri centrali. La narrazione biblica descrive infatti l'atto di Sansone che, ottenuta da Yahweh una forza sovrumana, abbatte i due pilastri, provocando il crollo dell'intero tempio. Sansone muore schiacciato assieme ai filistei presenti nel tempio di Dagon, e da qui il celebre epitaffio che lui stesso pronunciò: "Muoia Sansone con tutti i Filistei".

Palestina con Galilea, Giudea e l'ubicazione
di Masada in Idumea nell'anno 0.
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Nel 66 d.C. la Giudea, quando Nerone era imperatore, era insorta contro la dominazione romana, e fu la prima di tre rivolte giudaiche o guerre giudaico-romane. Quattro anni dopo, nel 70 d.C., Gerusalemme fu rasa al suolo alle legioni dell'imperatore Vespasiano, comandate da suo figlio Tito, che sarà poi imperatore a sua volta. Il tempio fu saccheggiato, e il tesoro contenuto del suo luogo più sacro venne portato a Roma. Come si può vedere nei bassorilievi dell'arco trionfale di Tito, il tesoro includeva la Menorah, l'immensa lampada ad olio d'oro a sette bracci, sacra alla religione ebraica, e forse anche l'Arca dell'Alleanza, anche se è probabile che oggigiorno si trovi in Etiopia. Tre secoli e mezzo più tardi, nel 410 d.C., Roma fu saccheggiata a sua volta dagli invasori Visigoti guidati da Alarico il Grande, che portarono via, in pratica, tutte le ricchezze della Città Eterna. Come narra lo storico Procopio, Alarico s'impadronì dei «tesori di Salomone, re degli Ebrei, mirabili a vedersi perché quasi tutti adorni di smeraldi, che anticamente erano stati presi a Gerusalemme dai Romani». Nelle raffigurazioni del sacco di Roma del 455 da parte dei Vandali è spesso  raffigurata anche la Menorah, effettivamente trafugata in Africa in quella occasione.
La Menorah nell'arco di Tito.
La Menorah è una lampada ad olio a sette bracci che nell'antichità veniva accesa all'interno del Tempio di Gerusalemme attraverso combustione di olio consacrato.
Il progetto originale, la forma, le misure, i materiali e le altre specifiche tecniche si trovano per la prima volta nella Torah, nel libro dell'Esodo, in corrispondenza delle regole inerenti al tabernacolo, le stesse regole adottate poi per il Santuario di Gerusalemme.

- La prima guerra giudaica fu combattuta tra l'Impero romano ed Ebrei ribelli dal 66 al 70 (anche se continuò con strascichi fino al 73) ed ebbe come conseguenza la distruzione del tempio di Gerusalemme.
Le cause delle tre rivolte giudaiche (o guerre giudaico-romane) vanno ricercate nell'epoca precedente alla dominazione romana, dove vennero sviluppate le teorie apocalittiche e premessianiche che trovarono ampio spazio nella letteratura di quei tempi, in special modo nel Libro di Daniele, idee che successivamente, in epoca romana, avrebbero permesso l'identificazione dell'Impero Romano come quarto impero premessianico, che avrebbe preceduto la comparsa del Messìa, il quale avrebbe guidato la guerra finale fra il bene e il male. Va poi precisato che Gerusalemme cadde soprattutto a causa della terribile guerra civile che la devastò.
Secondo Filone di Alessandria, nel 40 l'imperatore romano Caligola avrebbe tentato di far collocare una statua con le proprie fattezze nel tempio di Gerusalemme, sostenendo di essere un dio e pretendendo quindi di essere venerato; chi si fosse opposto sarebbe stato mandato a morte. All'ordine imperiale si sarebbero opposti i Giudei, comunicando al legato del territorio di Siria, che incorporava la Giudea, che Caligola avrebbe dovuto annientare l'intero popolo, in quanto la loro legge e i loro costumi vietavano di porre nel Tempio immagini di divinità. Seguì poi la morte di Caligola nel 41. Successive opere, come il Quarto libro dei Maccabei, descrivono una resistenza civile dei giudei e non armata all'oppressione romana. Dopo il 44, secondo lo storico ebreo Giuseppe Flavio, vi furono altre cause di scontento nella popolazione: il malgoverno dei prefetti romani, come Lucceio Albino e Gessio Floro, e la crescente avversione dei Giudei all'aristocrazia, sia laica che sacerdotale, sempre più corrotte. Tali condizioni avrebbero accresciuto la certezza di essere nel periodo di tribolazione premessianica (si veda il Libro di Daniele, in special modo) con il manifestarsi di numerosi profeti ritenuti mendaciDaniele presenta una profezia con precisazioni assolutamente insolite nell’antica letteratura profetica, ma consone allo stile apocalittico in voga negli ultimi secoli prima dell’èra cristiana. Ispirandosi agli eventi del passato, l’autore ne rileva il significato nello spirito dei profeti antichi e lo proietta nel futuro. Nell’avvicendarsi dei grandi imperi e nelle vessazioni da esso subite, il popolo d’Israele è restato indenne, manifestando la presenza di Dio che lo ha protetto. Così accadrà anche per il futuro, quando il Messia verrà a debellare definitivamente le potenze malefiche. L’Apocalisse di Giovanni prolungherà questa prospettiva fino alla fine dei tempi. Gesù si approprierà il misterioso titolo di “Figlio dell’uomo”, usato per la prima volta da Daniele per il Messia.
Nel 66, il procurator Augusti della Giudea, Gessio Floro, pretese che fossero prelevati diciassette talenti dal Tempio e, trovando una forte opposizione da parte degli ebrei, mandò avanti i propri soldati, che provocarono la morte di 3.600 persone. In seguito Floro, con il pretesto di ottenere una dimostrazione di fedeltà da parte dei Giudei, ordinò che accogliessero due coorti dell'esercito romano che si stavano dirigendo a Gerusalemme da Cesarea. Le coorti avevano l'ordine di attaccare la folla qualora questa avesse insultato Floro, cosa che avvenne, provocando un altro intervento contro la popolazione. Le coorti, facendo uso della forza per raggiungere la fortezza Antonia, il forte di Gerusalemme a ridosso del Tempio, vennero assalite dalla popolazione, perciò Floro, sedata l'agitazione, disse che sarebbe partito da Gerusalemme per andare a Cesarea, lasciando un presidio all'Antonia.
Floro, alla presenza del governatore di Siria Gaio Cestio Gallo, dichiarò che erano stati i Giudei ad iniziare i disordini. Dopo la visita a Gerusalemme degli ispettori di Cestio, che diede ragione ai Giudei, la situazione sembrò distendersi, ma le frange ebraiche più radicali diedero inizio alla guerra occupando Masada e sterminandone la guarnigione romana, mentre Eleazaro ben Simone, sacerdote del Tempio, proibì di eseguire i consueti sacrifici in favore dei Romani e occupò il Tempio. Floro inviò duemila cavalieri a domare la rivolta, che si era estesa per tutta la città alta di Gerusalemme. I rivoltosi, guidati da un certo Menahem, incendiarono gli edifici romani della città, mentre il sommo sacerdote del Tempio, Anania, venne assassinato fuori città. Menahem venne ucciso a sua volta quando fu raggiunto dagli uomini di Eleazaro, e i pochi seguaci scampati fuggirono a Masada.
A Cesarea, Floro fece uccidere tutti i Giudei della città, circa diecimila, fatto che fece estendere la ribellione a tutta la Giudea settentrionale, dove Giudei e Siri si massacrarono a vicenda senza pietà. Ad Alessandria scoppiarono altri tumulti, ma Tiberio Alessandro, governatore della città, li sedò violentemente. Infine Cestio intervenne di persona con la XII legione; partendo da Tolemaide saccheggiò diverse zone della Giudea e, quando giunse a Seffori, affrontò un gruppo di rivoltosi, sconfiggendolo. Di qui si diresse verso Gerusalemme, dove si stava svolgendo la festa delle capanne; i rivoltosi vinsero il primo scontro, ma vennero sconfitti nel secondo, così Cestio poté conquistare alcuni quartieri di Gerusalemme. A causa dell'indugio di Cestio, molti Giudei giunsero dalle regioni circostanti in soccorso dei rivoltosi e lo obbligarono a ritirarsi frettolosamente; pochi giorni dopo l'esercito di Cestio fu quasi completamente distrutto tra Bethoron e Antipatride, e Cestio stesso si salvò con difficoltà.
I rivoltosi diedero poi ad Eleazaro ben (figlio di) Simone la guida della rivolta, che organizzò la difesa e la gestione delle diverse regioni, affidate ai suoi uomini più fedeli. In questo periodo emerge la figura di Giovanni di Giscala, figlio di un certo Levi, capo di una nuova fazione di rivoltosi che complottò contro Giuseppe ben Mattia (Joseph ben Matthias, che divenne poi lo storico romanizzato Giuseppe Flavio) per sottrargli il controllo della Galilea, affidatogli da Eleazaro.
Si arrivò così all'occupazione di Gerusalemme da parte di Giovanni ben Levi di Giscala e dei suoi briganti... ma non solo. Giovanni andava in giro ad istigare il popolo alla guerra, facendo credere che avessero speranze di vittoria, presentando come debole la posizione dei Romani, esaltando invece la propria forza, sostenendo che "nemmeno se avessero messo le ali, i Romani avrebbero mai potuto superare le mura di Gerusalemme". E mentre il comandante Tito, figlio del generale Vespasiano, faceva ritorno a Cesarea Marittima, la rivolta in Gerusalemme prendeva l'avvio, sobillata dalla gente del contado. Contemporaneamente Vespasiano si recava a Iamnia e ad Azoto, le sottometteva e vi collocava una guarnigione, per poi far ritorno a Cesarea con un gran numero di Giudei venuti a patti. C'era poi, tra i Giudei una grande confusione, poiché quando questi ottenevano un po' di tregua dai Romani, si battevano tra di loro, chi a favore della pace e chi della guerra. Successe anche che alcuni capi banda, ormai sazi di depredare il territorio, si riunirono in un grande esercito formato da briganti e riuscirono a penetrare in Gerusalemme. La città non possedeva, infatti, un suo comando militare e, per tradizione, era aperta senza riserve ad ogni giudeo, soprattutto in quel momento, quando la gente arrivava spinta dal desiderio di trovare nella capitale una difesa comune. Ciò fu anche causa della rovina della città, poiché quella massa inutile e oziosa consumò tutte le riserve di cibo che avrebbero potuto mantenere i combattenti, attirando sulla città, oltre alla guerra, anche rivolte interne e fame. Provenienti dal contado entrarono, infine, in città altri briganti che, aggregatisi a quelli già presenti, non si limitarono al furto e alla rapina, ma anche all'assassinio a cominciare dalle persone più eminenti. Essi cominciarono con l'imprigionare Antipa, uno dei membri della famiglia reale, a cui era stato affidato il tesoro pubblico; poi fu la volta di Levia, uno dei notabili, e Sifa figlio di Aregete, anch'essi di stirpe regia, oltre a tutti quelli che ricoprivano cariche importanti. Molti di questi vennero poi messi a morte per evitare che le loro numerose casate potessero vendicarsi e che quindi il popolo insorgesse contro tale iniquità. Essi erano riusciti a contrastare il potere e le antiche tradizioni dei sommi sacerdoti. Si facevano chiamare Zeloti e fecero del grande Tempio il loro quartier generale. Ma ciò non durò a lungo, poiché il popolo, incitato da Gorion, ben (figlio di) Giuseppe, da Simeone ben (figlio di) Gamaliel e dai più autorevoli tra i sommi sacerdoti (tra cui Gesù  ben (figlio di) Gamaliele e Anano ben (figlio di) Anano), insorse contro la loro tirannide. Ciò condusse all'inevitabile scontro tra il popolo di Gerusalemme, più numeroso, e gli Zeloti, inferiori di numero ma meglio addestrati ed armati.
Giuseppe Flavio racconta che le vicende successive videro il popolo di Gerusalemme, posto sotto l'alto comando del sommo sacerdote Anano, richiedere l'aiuto dei Romani (o forse si trattava solo di una diceria messa in circolazione da Giovanni ben Levi di Giscala), mentre gli Zeloti chiesero aiuto agli Idumei, che poterono radunare ben 20.000 armati, sotto il comando di Giovanni ben Levi di Giscala, Giacomo ben (figlio di) Sosa, Simone ben (figlio di) Tacea e Finea ben (figlio di) Clusoth.
E così, una volta giunti gli Idumei, gli Zeloti si trovarono assediati dal popolo di Gerusalemme, che a sua volta era assediato dagli Idumei. Questi ultimi, con il calare della notte e grazie ad un provvidenziale temporale, riuscirono ad introdursi all'interno delle mura cittadine, raggiungendo il grande Tempio, dove li attendevano gli Zeloti. Insieme si precipitarono per le vie di Gerusalemme, pronti a massacrare la popolazione residente. La battaglia che ne seguì vide, inizialmente il popolo riuscire a respingere le forze alleate straniere, ma poi soccombere tragicamente alla miglior preparazione militare dei due alleati.
« Il piazzale davanti al Grande Tempio fu trasformato in un lago di sangue, e il giorno nacque sopra ottomila e cinquecento cadaveri. » (Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, IV, 5.1.313)
Ancora Giuseppe Flavio racconta del terribile massacro che ne seguì: « Ma ciò non bastò ad appagare il furore degli Idumei, che, una volta entrati in città, la depredarono, casa per casa, uccidendo chiunque avessero incontrato. [...] poi diedero la caccia ai sommi sacerdoti [...] In poco tempo riuscirono a catturarli e li uccisero. Quindi, accalcandosi presso i loro cadaveri, sbeffeggiavano il corpo di Anano per il suo amor di patria e quello di Gesù per il suo discorso dalle mura. Giunsero ad un tale livello di follia, da gettare i loro corpi senza seppellirli [...] Non credo di sbagliare a dire che la morte di Anano segnò l'inizio della distruzione di Gerusalemme [...] » (Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, IV, 5.2.315-318)
« Dopo la morte dei sommi sacerdoti, Zeloti e Idumei si avventarono sul popolo facendone grande strage, quasi fossero un branco di bestie immonde. La gente comune veniva massacrata sul posto, subito dopo essere stata catturata, mentre i giovani nobili, una volta catturati, erano incatenati, gettati in prigione, con la speranza che qualcuno passasse dalla loro parte. Ma nessuno si lasciò persuadere, perché tutti preferirono morire piuttosto che schierarsi contro i propri compatrioti, dalla parte di quella feccia. Tremende furono le pene che dovettero sopportare, dopo ogni rifiuto: vennero flagellati e torturati, e quando erano ormai stremati, a stento gli toglievano la vita. Quelli che erano catturati di giorno, venivano massacrati di notte, ed i loro cadaveri venivano trasportati fuori e gettati lontano per far posto ad altri prigionieri. Il terrore del popolo fu tale, che nessuno osava più piangere o disperarsi apertamente per un congiunto ucciso, né dargli sepoltura. Piangevano di nascosto dopo essersi rinchiusi in casa, gemendo stando attenti a non farsi sentire, poiché chi piangeva apertamente avrebbe subìto la stessa sorte del compianto. [...] Alla fine, morirono dodicimila giovani della nobiltà. » (Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, IV, 5.3.327-333)
E dopo questa strage, gli Indumei, pentiti di essere stati coinvolti in questo modo dagli Zeloti, temendo inoltre la reazione dei Romani, preferirono mettere in libertà circa duemila cittadini rinchiusi in carcere, che prontamente fuggirono dalla città raggiungendo Simone, mentre, subito dopo, si ritirarono da Gerusalemme tornandosene nei loro territori. La loro partenza non produsse però la cessazione delle ostilità tra il popolo e gli Zeloti, che al contrario continuarono a commettere terribili delitti con rapidità fulminea. Le loro vittime erano per lo più uomini coraggiosi e nobili.
E mentre queste cosa accadevano a Gerusalemme, molti ufficiali romani, considerando una fortuna inaspettata il dissenso scoppiato fra i nemici, erano favorevoli a marciare sulla città, incitando il loro comandante in capo, Vespasiano, ad intervenire il più rapidamente possibile. Ma Vespasiano rispose che, non erano questi i ragionamenti da fare, poiché, qualora si fosse mosso subito contro la città, avrebbe indotto le due fazioni giudee a trovare un accordo e conciliarsi; in caso contrario, se avesse saputo aspettare, li avrebbe trovati ridotti di numero a causa della guerra civile prodottasi all'interno della città. Questo è quanto Vespasiano disse ai suoi ufficiali: « Se qualcuno crede che la gloria della vittoria sarà meno bella senza combattere, prenda in considerazione che la vittoria ottenuta senza correre pericoli è migliore rispetto a quella che ne consegue passando attraverso l'incertezza della battaglia. E non sono meno gloriosi coloro che raggiungono gli stessi risultati in combattimento, riuscendo a dominarsi con freddo freddo calcolo. » (Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, IV, 6.2.372-373.)
E così, mentre le schiere nemiche si assottigliavano, Vespasiano avrebbe potuto utilizzare un esercito più forte, grazie all'opportunità di poter evitare di combattere e quindi, di affaticarsi inutilmente. I Giudei, infatti, non stavano cercando di fabbricare nuove armi o consolidare le proprie mura o raccogliere alleati, tanto che un rinvio dello scontro sarebbe risultato a danno delle armate romane ma, consumati dalla guerra civile e dalla discordia, subivano quotidianamente perdite maggiori di quelle che avrebbero subito se fossero stati attaccati dai Romani. Conveniva, pertanto, lasciare che si sterminassero a vicenda. Gli ufficiali alla fine riconobbero la validità delle argomentazioni di Vespasiano, anche perché la cosa risultò ancor più palese quando un gran numero di disertori cominciarono ad arrivare ogni giorno, eludendo la vigilanza degli Zeloti, con gravi disagi e rischi. Frattanto Giovanni ben Levi di Giscala, aspirava al dominio assoluto tra gli Zeloti, insofferente com'era di avere uguale dignità a quella dei suoi pari. Egli contravveniva sempre agli ordini emanati dagli altri, mentre diventava inflessibile e chiedeva il rispetto assoluto di quelli emanati da egli stesso. Ciò creò due fazioni avverse all'interno degli Zeloti poiché se da un lato riuscì a guadagnarsi la simpatia di molti, rimase elevato il numero di quelli a lui ostile, che temevano Giovanni potesse instaurare un suo regime monarchico, se si fosse impadronito del potere. E così Giovanni cominciò a comportarsi come un re nemico nei confronti dei suoi avversari, seppure non in modo aperto. Al contrario, le due fazioni degli Zeloti si limitavano ad un vicendevole controllo. La loro rivalità si sfogava sul popolo, facendo quasi a gara a chi lo tartassasse maggiormente, tanto che il popolo, se avesse potuto scegliere il male minore, tra la guerra, l'oppressione e la lotta delle fazioni, avrebbe certamente scelto la guerra. Ciò portò da parte di molti a cercare rifugio presso le popolazioni straniere, compresi i Romani. E poiché la sorte non sembrava arridere ai Giudei, sopraggiunse una nuova sventura. Non lontano da Gerusalemme si trovava la munitissima fortezza di nome Masada, fatta costruire dal re Erode il Grande tra il 37 ed il 31 e.v. per nascondervi i suoi tesori, al riparo in caso di guerra e per immagazzinarvi tonnellate di riserve alimentari e d'acqua. Questa fortezza era stata occupata da una banda detta dei Sicarii, che fino a quel momento si era limitata a saccheggiare il territorio limitrofo, rubacchiando solo lo stretto necessario per vivere, poiché la paura conteneva la loro voglia di estendere le loro rapine. Quando però seppero che l'esercito romano non si muoveva e che Gerusalemme era dilaniata dalla guerra civile, si decisero ad intraprendere azioni a più largo raggio. Il giorno della festa degli Azzimi, che i Giudei celebravano in ricordo della liberazione dalla schiavitù in Egitto, i predoni di Masada didedero l'assalto ad una cittadina di nome Engadde, compiendo un terribile massacro, dove persero la vita anche settecento tra donne e bambini. Svuotarono, quindi, le case e s'impadronirono dei prodotti agricoli più maturi, trasportando tutto il bottino a Masada. Poi fu la volta di tanti altri villaggi nei dintorni della fortezza, i quali furono presi d'assalto, mentre le fila di questi briganti andavano ad ingrossarsi per il continuo arrivo di ogni genere di feccia, proveniente da ogni parte. Ciò provocò anche in altre regioni della Giudea l'insorgere di tante altre bande, che fino a quel momento erano rimaste tranquille. E così la guerra civile fece sì che i briganti potessero compiere ogni tipo di rapina o saccheggio con grandissima rapidità, senza che nessuno potesse bloccarli o punirli. Non c'era infatti territorio della Giudea che non fosse stato devastato, come lo era, invece per altri motivi, quello della sua capitale, Gerusalemme.
Si arrivò poi alla presa di Gerusalemme da parte dei romani, comandati da Tito.
In tutto questo riepilogo è importante comprendere la responsabilità degli Zeloti riguardo alla fine della sovranità giudaica.
Gli Zeloti (in ebraico: Ḳannaim) erano un gruppo politico-religioso giudaico apparso all'inizio del I secolo, partigiani accaniti dell'indipendenza politica del regno ebraico, nonché difensori dell'ortodossia e dell'integralismo ebraici. Considerati dai Romani alla stregua di terroristi e criminali comuni, si ribellavano con le armi alla presenza romana in Palestina.
Fondati da Giuda il Galileo, ebbero stretti rapporti con la comunità essena di Qumran di cui furono il braccio armato. Svolsero un ruolo importante nella grande rivolta del 66-70, la maggior parte di essi perì durante la presa di Gerusalemme da parte di Tito Flavio Vespasiano nel 70.
Il termine zelota, in ebraico kanai, indica una persona dotata di un zelo comportamentale nei confronti di Dio. Il termine latino deriva dalla traduzione di kanai in greco, cioè zelotes, che significa "emulatore", "ammiratore" o "seguace".
È facile desumere da qui che lo zelotismo non è che un fariseismo estremo, che coinvolge il piano politico assieme a quello religioso per il fatto di non obbedire ad altri che a Dio. I termini che indicano i combattenti messianisti (chrestianoi in greco) sono:
in ebraico: Qanana (Cananei) e Bariona,
in greco: Zelotes e Lestes,
in latino: SicariiLatrones e Galilaei (Sicari, Ladroni e Galilei).
Articolata è la questione circa il possibile coinvolgimento nello zelotismo degli apostoli di Gesù il Cristo:
Giuda detto Iscariota, nel caso fosse vera l'equivalenza tra Iscariota e Sicario.
Simone detto Pietro nel caso fosse correttamente attributo il soprannome di Bariona.
Simone il Cananeo chiamato sempre Simone lo Zelota nel Vangelo di Luca, per distinguerlo da Simone Pietro. Interpretando un passo del vangelo di Luca nel quale Giacomo di Zebedeo e suo fratello Giovanni chiedono a Gesù il permesso di incendiare un villaggio di samaritani dal quale il Cristo e i suoi seguaci erano stati respinti, lasciando intendere fosse quella la norma di comportamento (atteggiamento che si discosta dalla visione odierna di Cristo e i suoi Apostoli, più vicina invece all'idea che ancora è rimasta per gli Zeloti e gli Esseni e la parola “sicario” ad essi associata e tuttora in uso).
Negli Atti degli Apostoli, il fariseo Gamaliele, accomuna la situazione degli apostoli appena arrestati alla storia di due capi zeloti, Giuda il Galileo e Teuda:
« Ma essi, udendo queste cose fremevano d'ira, e si proponevano di ucciderli. Ma un fariseo, di nome Gamaliele, dottore della legge, onorato da tutto il popolo, alzatosi in piedi nel sinedrio, comandò che gli apostoli venissero un momento allontanati. Poi disse loro: «Uomini d'Israele, badate bene a quello che state per fare circa questi uomini. Poiché, prima d'ora, sorse Teuda, dicendo di essere qualcuno; presso di lui si raccolsero circa quattrocento uomini; egli fu ucciso, e tutti quelli che gli avevano dato ascolto furono dispersi e ridotti a nulla. Dopo di lui sorse Giuda il Galileo, ai giorni del censimento, e si trascinò dietro della gente; anch'egli perì, e tutti quelli che gli avevano dato ascolto furono dispersi. E ora vi dico: tenetevi lontani da loro, e ritiratevi da questi uomini; perché, se questo disegno o quest'opera è dagli uomini, sarà distrutta; ma se è da Dio, voi non potrete distruggerli, se non volete trovarvi a combattere anche contro Dio». » (Atti 5,33-39)
Secondo gli studi di Eisemann sembrerebbe, ma non è certo, che l'elemento zelota nell'originale gruppo di apostoli sia stato mascherato e sovrascritto per dar modo alla Chiesa cristiana di Paolo di Tarso di assimilarsi all'elemento romano e di far proseliti tra i gentili. Universalmente riconosciuto come zelota da ambienti ecclesiastici e accademici è Simone il Cananeo.
Tra i reperti di Qumran si ritrovano tracce che collegano la comunità Essena ai rivoltosi Zeloti, come ad esempio il Rotolo della guerra.
« ... Sono divisi (gli esseni) fin dall'antichità e non seguono le pratiche nella stessa maniera, essendo ripartiti in quattro categorie. Alcuni spingono le regole fino all'estremo: si rifiutano di prendere in mano una moneta (non ebraica) asserendo che non è lecito portare, guardare e fabbricare alcuna effigie; nessuno di costoro osa perciò entrare in una città per tema di attraversare una porta sormontata da statue, essendo sacrilego passare sotto le statue. Altri udendo qualcuno discorrere di Dio e delle sue leggi, si accertano se è incirconciso, attendono che sia solo e poi lo minacciano di morte se non si lascia circoncidere; qualora non acconsenta essi non lo risparmiano, lo assassinano: è appunto da questo che hanno preso il nome di zeloti, e da altri quello di sicari. Altri ancora si rifiutano di dare il nome di padrone a qualsiasi persona, eccetto che a Dio solo, anche se fossero minacciati di maltrattamenti e di morte. » (Ippolito Romano, Refutatio (IX, 26)
Joseph ben Matthias,
alias Giuseppe Flavio.
Joseph ben Matthias (o Giuseppe ben Mattia) era nato nel 37 d.C. e apparteneva all'aristocrazia giudaica. All'inizio della rivolta del 66 d.C. fu nominato governatore della Galilea, dove assunse il comando delle forze schierate contro i Romani. Come comandante militare si rivelò, sembra, molto inetto, e fu catturato dal generale Vespasiano, quando ancora era generale, a cui Giuseppe profetizzò il futuro di imperatore, a lui e al figlio Tito.
Lo stesso Joseph ben Matthias, dopo aver preso il nome di Giuseppe Flavio, afferma nella sua “Guerra giudaica” che, quando Vespasiano dispose di metterlo sotto custodia con ogni attenzione, volendo inviarlo subito dopo a Nerone, Giuseppe dichiarò che aveva da fare un annuncio importate allo stesso Vespasiano, di persona ed a quattr'occhi. Quando il comandante romano ebbe allontanato tutti gli altri tranne il figlio Tito e due amici, Giuseppe gli parlò: « Tu credi, Vespasiano, di aver catturato soltanto un prigioniero, mentre io sono qui per annunciarti un grandioso futuro. Se non avessi avuto l'incarico da Dio, conoscevo bene quale sorte spettava a me in qualità di comandante, secondo la legge dei Giudei: la morte. Tu vorresti inviarmi da Nerone? Per quale motivo? Quanto dureranno ancora Nerone ed i suoi successori, prima di te? Tu, o Vespasiano, sarai Cesare e imperatore, tu e tuo figlio. Fammi pure legare ancor più forte, ma custodiscimi per te stesso. [...] e ti chiedo di essere punito con una prigionia ancor più rigorosa se sto mentendo, davanti a Dio. » (Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, III, 8.9.400-402)
Sul momento Vespasiano rimase incredulo, pensando che Giuseppe lo stesse adulando per aver salva la vita, ma poi, sapendo che anche in altre circostanze Giuseppe aveva fatto predizioni esatte, fu indotto a ritenere che ciò che gli aveva annunciato fosse vero, avendo egli stesso in passato pensato al potere imperiale e ricevendo altri segnali che gli presagivano il principato. Alla fine non mise in libertà Giuseppe, ma gli donò una veste ed altri oggetti di pregio, trattandolo con ogni riguardo anche per le simpatie del figlio Tito.
Giuseppe diventò poi collaborazionista, assunse il nome romanizzato di Giuseppe Flavio, divenne cittadino romano, divorziò dalla moglie e sposò un'ereditiera romana, accettò ricchi doni dall'imperatore romano, inclusi un appartamento nel palazzo imperiale e terreni confiscati agli Ebrei in Terrasanta. Le sue copiose cronache incominciarono ad apparire poco prima della sua morte, avvenuta nel 100 d. C.
Nella Guerra giudaica, Giuseppe Flavio fa un resoconto dettagliato dell'insurrezione del 66-74 d.C.
Anzi, fu appunto da Giuseppe che gli storici successivi appresero quasi tutto ciò che si sa circa quella rivolta disastrosa, il sacco di Gerusalemme e la distruzione del Tempio. E l'opera di Giuseppe contiene l'unico resoconto della caduta (nel 74 d.C.) della fortezza di Masada, situata all'angolo sud-occidentale del Mar Morto. L'assedio di Masada è stato l'episodio che ha concluso la prima guerra giudaica, nel 73. Masada (o Massada, o Metzada in ebraico) era un'antica fortezza, situata su una rocca a 400 m di altitudine rispetto al Mar Morto, nella Giudea sud-orientale, a circa 100 km a sud-est di Gerusalemme. Nel 66, Masada era stata conquistata da un migliaio di Sicarii che vi si insediarono con donne e bambini; quattro anni dopo (nel 70), una volta caduta Gerusalemme, vi trovarono rifugio gli ultimi strenui ribelli zeloti non ancora disposti a darsi per vinti. Al governo della Giudea, successe Lucio Flavio Silva, poiché Sesto Lucilio Basso morì improvvisamente nel 72. Il nuovo governatore, avendo osservato che tutto il  paese era stato sottomesso tranne l'unica fortezza di Masada, ancora in mano ai ribelli, radunò la sua armata dalla regione circostante e marciò su di essa. Masada era stata occupata dai Sicarii, che avevano eletto quale loro leader un certo Eleazar Ben Yair, un uomo potente, discendente da quel Giuda che aveva persuaso molti Giudei a sottrarsi al censimento fatto nel 6-7 d.C. da Publio Sulpicio Quirinio in Giudea.
L'esercito romano, guidato da Lucio Flavio Silva, affrontò in un arduo assedio questo nutrito gruppo di ribelli, che si erano arroccati in questa fortezza, considerata inespugnabile a cagione delle avversità che presentava il luogo nei confronti degli assedianti. Nonostante ciò i Romani conquistarono la cittadella trovandovi i cadaveri di quasi tutti gli assediati, fatto dovuto ad un suicidio di massa per non rinunciare alla propria libertà.

- La seconda guerra giudaica, chiamata anche Guerra di Kitos, si svolse tra il 115 e il 117 d.C., coinvolgendo gran parte delle città della Diaspora ebraica, al tempo di Traiano imperatore.
Nel 70 d.C., un certo numero di rivoltosi scampati alla catastrofe della prima guerra giudaica trovarono rifugio ad Alessandria d'Egitto e Cirene. Le loro idee trovarono fertile terreno nei livelli inferiori della popolazione ma le classi superiori e la borghesia cittadina rimasero fedeli a Roma e anzi consegnarono molti dei ribelli alla giustizia. Dopo questi episodi per quarant’anni i rapporti tra Roma e Giudei furono tranquilli (e l'imperatore Nerva aveva abolito l’obolo che i Giudei, per volere di Domiziano, dovevano versare a Roma) ma la tensione ad Alessandria tra Giudei e Greci restò sempre alta, dando vita spesso a scontri e tumulti. La maggioranza dei rabbini e della popolazione accettava la sottomissione a Roma come fase transitoria e necessaria in quanto voluta da Dio in preparazione dell’avvento dell’età messianica, dilazionata ad una data indefinita. L’accento era posto sull’abbandono delle armi e sullo studio e osservanza della Legge. In alcuni ambienti della Palestina e della Diaspora prevaleva invece una convinzione di matrice apocalittica, ovvero che la distruzione di Gerusalemme e del Tempio fosse il momento culminante del periodo di tribolazione antecedente l’era divina con l’immancabile vittoria giudaica. Queste idee trovarono espressione in una produzione letteraria fra il 70 e il 135 d.C., fra cui l’Apocalisse di Baruc e il Quarto libro di Esdra, dove ci si interroga sulla distruzione del Tempio e sul suo significato, con allegorismi vari, fra cui la lotta fra il Leone e l'Aquila, in cui il leone è il Messia e l’aquila che soccombe è l’Impero Romano.
A questa produzione letteraria si aggiungevano idee come quella che Nerone fosse ancora vivo dopo il 69 d.C., finalizzato all’abbattimento della potenza romana. Nerone diventava così una figura che assumeva un ruolo positivo ove, colpendo i suoi connazionali, li avrebbe puniti anche per la distruzione del Tempio e per la persecuzione di Israele (come narrato nella raccolta degli Oracoli sibillini).
Questo accumulo di tensione sfociò nella grande rivolta tra il 115 e il 117 d.C., che coinvolse numerose e importanti comunità giudaiche in Egitto, Cirenaica, Cipro e Mesopotamia. Essa colse di sorpresa le autorità imperiali e lo stesso imperatore Traiano, impegnato in una campagna militare in Oriente, visto che la fedeltà delle aristocrazie romano-giudaiche della Diaspora e della Palestina aveva regalato un quarantennio di pace.
La rivolta scoppiò dapprima in Cirenaica nel 115 d.C. per poi estendersi in Egitto e Cipro. Violentissimi furono gli scontri tra Giudei e residenti. La ribellione divampò dapprima nelle principali città per poi propagarsi rapidamente ai villaggi; ben presto la rivolta si spostò più verso Oriente, fino a quando gli insorti passarono in Egitto, forse per trasferirsi verso la Palestina. In una prospettiva escatologica è verosimile che il segnale atteso per l’inizio della rivolta sia da riscontrarsi in un violentissimo terremoto che nel 115 devastò la capitale della Siria e le regioni orientali, evento visto come l’inizio della vendetta di Dio verso i pagani. Secondo un vaticinio contenuto negli Oracoli sibillini la città di Antiochia era una delle città destinate alla distruzione prima dell’avvento del Messia; il terremoto e la presenza di Traiano, imperatore del quarto impero messianico, che rimase leggermente ferito, fu una coincidenza incredibile. Il coronamento della lotta di liberazione sarebbe poi stato il ritorno in Palestina.
In Egitto i tumulti scoppiarono prima nelle campagne, ed i Greci si rifugiarono ad Alessandria, dove impedirono ai Giudei di prendere il controllo della città. Così l’attività dei rivoltosi rimase circoscritta alle campagne dove vennero annientati dopo vari scontri nell’autunno del 117 d.C. A Cipro i ribelli distrussero la città di Salamina annientando gli abitanti; di conseguenza, dopo la repressione, a nessun Giudeo venne permesso di mettere piede nell’isola pena la morte. In Mesopotamia la rivolta scoppiò durante la guerra partica di Traiano. Traiano aveva conquistato la Mesopotamia, l’Armenia e altri territori, ma la conquista risultò subito effimera a causa della rivolta delle popolazioni da poco sottomesse. I Giudei parteciparono alla sollevazione e motivazioni di natura politica ed economica motivarono la rivolta delle popolazioni locali, che erano state sotto il dominio partico, che riconosceva a livello locale un elevato livello di autonomia, soprattutto in campo religioso e amministrativo, oltre a motivazioni economiche legate alla paura della diminuzione del traffico delle carovane con il nuovo dominio romano. Traiano usò la mano pesante nei confronti dei Giudei della Mesopotamia, volendoli punire in modo esemplare. Anche la Giudea, pur non avendo partecipato alla rivolta, ebbe dei contraccolpi. Il controllo del territorio venne rafforzato con lo stanziamento di un secondo contingente permanente.

- La terza guerra giudaica, nota anche come rivolta di Bar Kokhba (o Bar Kokheba, o bar Kochba) fu l'ultima grande rivolta ebraica contro l'occupazione romana.
Si svolse tra il 132 e il 135 ed ebbe come teatro la Palestina, che non aveva invece partecipato alla rivolta dell'epoca traiana, nella seconda guerra giudaica, dove ebbe luogo il rafforzamento delle correnti religiose e culturali che avevano scatenato la precedente rivolta. D'altra parte la popolazione della regione era cresciuta, con un numero notevole di uomini pronti alle armi.
La ribellione scoppiò per due motivi: da un lato il divieto di circoncisione da parte dell'imperatore Adriano per eliminare un costume, non solo giudaico, considerato barbaro e in contrasto con i canoni estetici adrianei (per i giudei fu invece un atto mirato, senza alcuna ragione apparente, a interrompere il patto tra Dio e il suo popolo), dall'altro il progetto di costruire una nuova città sulle rovine di Gerusalemme e insediarvi il culto di Giove (un vero sacrilegio per gli Ebrei). Adriano presentava quindi dal punto di vista giudaico, i tratti più evidenti e cupi del persecutore pre-messianico. A questo punto mancava solo un messia che apparve sotto il nome di Simone bar Kochba.
Simone bar Kochba assunse il titolo ufficiale di "principe di Israele" (nasi), un messaggio evidente: il principe messianico che guidava il suo popolo nella guerra degli ultimi tempi. Ebbe buon seguito soprattutto nelle campagne e fra gli strati medio bassi della società oltre ad un certo numero di rabbi che lo appoggiarono. La maggior parte dei rabbi non si schierò però con lui, anzi lo definirono "figlio della menzogna", e questo rappresentò la sanzione definitiva del fallimento dell'ultima speranza messianica. Due argomenti polemici contro questi ribelli: l'insistita sottolineatura dei crimini dei Giudei, causa della messa a fuoco della Palestina, e la persecuzione di Simone contro i Cristiani che non lo seguirono nella rivolta. Simone sosteneva di essere disceso come luce dal cielo a illuminare i suoi seguaci.
La rivolta scoppiò all'improvviso, ma era stata preparata con cura, come si evince dalle testimonianze della resistenza opposta alla repressione romana. Quest'ultima fu favorita dall'occupazione preventiva delle posizioni più favorevoli, fortificate con mura e camminamenti. I ribelli esercitarono attività di guerriglia, evitando scontri in campo aperto con le preponderanti forze nemiche e infliggendo gravi danni ai romani. Si ritiene che, in questa prima fase, nella quale la preparazione dei ribelli, la sorpresa dei romani e le scarse capacità del governatore Rufo favorirono il successo dei giudei, gli insorti abbiano cercato di conquistare Gerusalemme, anche se non si sa con quale esito. Rufo mantenne abbastanza a lungo il comando, ma senza risultati di rilievo. Pertanto l'imperatore Adriano gli tolse il comando per assegnarlo a Giulio Severo, che preferì tagliare i collegamenti dei ribelli, come i rifornimenti, isolando le varie unità e affrontandole singolarmente. Sappiamo che il territorio controllato dai ribelli era diviso in vari distretti retti da capi militari e civili e tutti compresi nel deserto della Giudea, un territorio modesto. Il movimento non interessò le città ma solo le campagne, grazie anche al minor controllo di esse da parte dei romani oltre ad uno scarso coinvolgimento del cittadino medio. La finalità dell'insurrezione era la redenzione e libertà di Israele che consisteva nella piena e rigorosa attuazione delle disposizioni civili e religiose della Legge Mosaica e nella ripresa del disegno di guerra totale all'idolatria e alla potenza che la rappresentava, Roma.
L'ultima decisiva battaglia si svolse nel 135 vicino a Gerusalemme e in quel frangente lo stesso Simone bar Kochba morì. La strage fu immensa: secondo Cassio Dione le perdite giudaiche giunsero a 580 mila morti. La Giudea venne ridotta ad un deserto. I rabbi che maggiormente si erano distinti nel sostegno della guerra vennero catturati ed uccisi. Ai posteri le notizie pervennero da fonti pagane e cristiane, nessuna da fonte giudaica. Dopo la vittoria, l'imperatore Publio Elio Traiano Adriano trasformò Gerusalemme in una colonia romana, i nuovi coloni subentrarono ai Giudei ai quali fu impedito di entrare in città pena la morte.
Inoltre, l'Imperatore Adriano intese cancellare il nome di Iudea sostituendolo con quello di Syria Palaestina.

Le cause di queste tre rivolte vanno ricercate nell'epoca precedente alla dominazione romana, dove vennero sviluppare le teorie apocalittiche e premessianiche, che trovarono ampio spazio nella letteratura d'epoca e in special modo nel Libro di Daniele, idee che successivamente avrebbero permesso l'identificazione dell'Impero Romano come quarto impero premessianico.
Sotto Roma, i rapporti religiosi furono improntati alla convivenza basata sulla reciproca estraneità; la non assimilabilità del Dio e dei costumi ebrei non ebbero influenza sul piano politico e i Romani tutelarono i diritti degli Ebrei, sia in Palestina che nei territori della Diaspora.
Agli inizi dell'era cristiana, a Roma si assistette alla conversione al giudaismo di parecchi romani, soprattutto donne, poiché la pratica della circoncisione scoraggiava le adesioni maschili.
Per le autorità romane il Giudaismo non rappresentò un problema, né un pericolo reale; le origini delle difficoltà insorte fra la popolazione e il potere centrale vanno cercate nella tutela dell’ordine pubblico e nelle questioni amministrative.
Sono infine da ricordare altre due ribellioni ebraiche contro i Romani, sebbene non siano normalmente incluse tra le "guerre giudaiche": la rivolta ebraica contro Gallo del 351-352, terminata con la distruzione delle città ribelli e la rivolta ebraica contro Eraclio del 613, che portò gli Ebrei a governare Gerusalemme per cinque anni.

Antonino Pio, successore di Adriano, permise invece di nuovo ai giudei la circoncisione pochi anni dopo, ma solo sotto Costantino fu permesso ai Giudei di rientrare a Gerusalemme per pregare e piangere sul luogo del santuario.
La tragedia dell'epoca di Adriano segnò per i Giudei la fine del sogno di uno stato indipendente e il rinvio definitivo dell'arrivo di un Messia. La speranza messianica non venne meno, ma perse l'immediatezza. Ai Giudei non rimase che raccogliersi sulla meditazione delle leggi mosaiche e Israele non abbandonò la speranza di una restaurazione di Sion, la collina su cui sorge Gerusalemme, simbolo della città e dello spirito che incarna. La realizzazione di questa aspirazione coincide con la nascita del sionismo nell'Ottocento e alla proclamazione dello stato di Israele nel 1948.


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