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domenica 19 aprile 2015

I Patrizi dell'antica Roma

Un patronus riceve dei clientes, dal
dipinto "Il concerto di flauto"
di Gustave Boulanger (1824 - 1888).
Il mos maiorum (dal latino mōs maiōrum, letteralmente «costume degli antenati») è il nucleo della morale tradizionale della civiltà romana.
Il termine mores, il plurale di mos, era già usato nel periodo protostorico dalle tribù stanziate nel territorio laziale, in riferimento a usi di tipo magico-religioso. Ne dà una definizione Sesto Pompeo Festo: « Il mos è l'usanza dei patres (padri, da cui il termine patrizi), ossia la memoria degli antichi relativa soprattutto a riti e cerimonie dell'antichità. »  
Sui patrizi scrive Plutarco:
« I membri del Senato erano chiamati patrizi, secondo alcuni perché erano padri di figli legittimi, secondo altri perché erano in grado di indicare i rispettivi padri, cosa non facile per tutti coloro che si erano trasferiti nella nuova città. Altri ritengono che il nome derivi da "patronato", nel significato di ricevere "protezione", ritenendo che tale termine derivi da Patrone, uno dei compagni di Evandro, che era sempre pronto a prestare aiuto ai bisognosi. » (Plutarco, Vita di Romolo, 13, 3-4.)
Erano anche, sempre secondo lo stesso Plutarco, quei cittadini più illustri e potenti della nuova città che dovevano prendersi cura dei più deboli ed indifesi, con premura paterna.
Per Dionigi di Alicarnasso, Romolo suddivise il popolo romano in Patrizi e Plebei, contando tra i primi quelli notevoli per nasciti, virtù e danaro e tra i secondi gli altri.
Secondo Tito Livio, i Patrizi erano i discendenti di quei cento Patres che formarono il primo Senato romano, al tempo di Romolo.
Inizialmente ai patrizi Romolo assegnò tutte le magistrature romane, come l'appartenenza al Senato e l'investitura alle cariche religiose e giudiziarie. Romolo avrebbe creato anche il rapporto di patronato tra i Cliens e i Patrono, ponendo i plebei in posizione giuridicamente dipendente dai patrizi.
Jacques-Louis David, 1784 - "Il giuramento
degli Orazi". Licenza http://it.wikipedia.org
/wiki/File:Orazi.jpg#/media/File:Orazi.jpg
Il numero dei patres raddoppiò quando ai 100 romani furono affiancati 100 sabini, al tempo di Romolo e Tito Tazio. L'appartenenza a questa classe era dunque fissata dalla nascita piuttosto che dall'agiatezza economica la quale, soprattutto a seguito dell'afflusso di ricchezze dalle colonie, caratterizzò anche altri strati sociali (come gli equites). Essi avevano tutti i diritti e i privilegi dell'epoca, fra i quali alcuni anche unici, come per esempio l'accesso alle cariche senatorie e molti sacerdozi. I Patrizi facevano dunque parte della classe degli optimates, traducibile con "i migliori", cioè gli aristocratici. I patrizi erano ovviamente conservatori, anche se alcuni di loro (come nientemeno che Gaio Giulio Cesare) erano più aperti e arrivavano ad abbracciare la causa dei populares, la gente non-nobile.

All'inizio della Repubblica romana, i patrizi formavano l'élite di potere, su base ereditaria,
all'interno dello stato e ad essi era riservata la possibilità di rivestire le magistrature e di governare lo stato. La chiusura del gruppo era sottolineata dalla proibizione dei matrimoni con i non-patrizi, o plebei. Tale situazione comportò ben presto una serie di conflitti noti, nel loro insieme, come Conflitto degli Ordini (per il post "Conflitto degli Ordini e Secessione della Plebe nell'antica Repubblica di Roma" clicca QUI) per cui si andò, giocoforza, nella direzione di un allargamento degli incarichi istituzionali anche ai plebei. In seguito al celebre episodio della secessione della plebe sul Montesacro del 494 a.C., fu istituita una nuova magistratura, quella dei tribuni della plebe, che poteva essere rivestita solo da plebei, con ampi poteri a tutela della loro classe. 
Jean-Baptiste Topino-Lebrun, 1782 -
"Morte di Gaio Sempronio Gracco".
Licenza http://commons.wikimedia
.org/wiki/File:Death_of_Gaius_
Gracchus.jpg#/media/File:Death
_of_Gaius_Gracchus.jpg
 
Dagli anni 320 a.C., tutte le magistrature erano aperte anche ai plebei. Lo status dei due gruppi si andò parificando e nel frattempo il numero delle famiglie patrizie iniziò a diminuire. Il patriziato venne ampliato con l'immissione di nuove famiglie nel Senato, che più tardi provennero anche dalle élite provinciali dei popoli conquistati e più profondamente romanizzati.
Nel I secolo a.C. la magistratura del tribunato era divenuta un importante strumento della lotta politica e nel 59 a.C. il patrizio Clodio si fece adottare da un plebeo (sebbene il padre adottivo fosse più giovane di un anno) per poter essere eletto tribuno della plebe. Rimaneva tuttavia riservata al patriziato la carica religiosa a vita di pontefice massimo (pontifex maximus), che fu rivestita per esempio da Gaio Giulio Cesare.
Tra le più importanti famiglie patrizie della storia repubblicana si possono citare i Cornelii, i Valerii, gli Iulii, i Claudii, gli Emilii ed i Fabii.
Il ritratto romano repubblicano è una forma artistica dell'arte romana, databile tra l'inizio del I secolo a.C. e il 50 a.C. circa. L'importanza di questo produzione artistica è dovuta alla novità, rispetto ai precedenti ritratti ellenistici, del cosiddetto "verismo", che esprime nella durezza del modellato tutta quella serie di valori tradizionali romani che accomunavano la classe patrizia romana. 
Testa 535 della collezione
a villa Torlonia, a Roma
o patrizio Torlonia o
anche Catone il vecchio.
La testa 535 della Collezione Torlonia, detta anche patrizio Torlonia ritrae un ignoto personaggio virile ed è il capolavoro del cosiddetto ritratto romano repubblicano, cruda effigie del patriziato romano durante il periodo di Silla. Si tratta di una copia di epoca tiberiana (I secolo d.C.) di un originale databile al decennio 80-70 a.C. In quest'opera sono ben evidenti tutte quelle caratteristiche che i patrizi dell'epoca volevano mettere in evidenza, in una dura epoca che vedeva finalmente trionfare le loro ambizioni dopo i momenti difficili della lotta ai Gracchi, dell'avanzata della plebe e delle guerre civili fra Gaio Mario e i suoi sodali per i populares, sostenitori dei diritti della plebe a condividere gli incarichi pubblici e gli optimates guidati da Lucio Cornelio Silla, che pur di reintrodurre i privilegi di governo dell'aristocrazia patrizia, (come ad esempio il senato, a cui potevano accedere solo i patrizi), minò le fondamenta della res publica facendo scorrazzare il suo esercito armato per Roma, seminando morte e rovina, ma soprattutto dileggiando la regola che proibiva armi ed armati all'interno dei confini della città. La testa 535 della Collezione Torlonia appare particolarmente secca e asciutta, la minuziosa rappresentazione dell'epidermide non risparmia nessuno dei segni della vecchiaia: anzi essi stanno a significare la dura vita contadina e militare del patrizio, la fierezza inflessibile della sua casta e un certo sdegno, eloquentemente rappresentato dal taglio duro della bocca e dall'espressione ferma e sprezzante dello sguardo. Il notevolissimo realismo veicola quindi un preciso messaggio politico e sociale.
Polibio descrive dettagliatamente la consuetudine, nel patriziato romano, dello ius imaginum, riconosciuta e disciplinata, che consisteva nel privilegio di tenere immagini degli avi nel cortile interno della casa (atrio). Questo diritto di tenere ritratti degli avi era ad appannaggio anche delle donne. Per questo si replicavano molte volte, in periodi differenti, le immagini che originariamente erano di cera, poi di bronzo e di marmo. Il ritratto era qualcosa di privato, ma nell'accezione romana, che comprendeva anche lo Stato come suprema famiglia, entro la quale ogni cives aveva un ruolo nella Res publica. Il ritratto assumeva così anche valenze politiche, legate al vanto di avere avi illustri ed all'esempio che le loro figure potevano dare ai giovani, spronati ad eguagliare le imprese più grandi per accrescere la potenza di Roma. La committenza dei ritratti era quindi legata indissolubilmente al patriziato ed ebbe il maggior splendore nell'età sillana. 
Togato Barberini
con le immagini
dei suoi avi. Da:
http://commons.wikimedia
.org/wiki/File:Togatus_
Barberini_2392.PNG#
/media/File:Togatus_
Barberini_2392.PNG
Rende bene questa idea la statua del Togato Barberini, già ai Musei Capitolini e oggi alla Centrale Montemartini di Roma, dove un personaggio mostra con orgoglio i ritratti dei propri antenati, evidenziando in questa usanza la propria casta e esaltando la sua gens. La stessa statua dimostra anche come queste effigi non fossero ancora nello stile realistico tipico dell'epoca di Silla, ma seguissero il mite naturalismo ellenistico.

In epoca imperiale il patriziato cessò progressivamente di avere importanza pratica (lo stesso Senato con il passare del tempo vide i suoi poteri esautorati dal potere imperiale), ma conservava ugualmente grande prestigio. Sotto l'imperatore Costantino I il termine divenne un titolo onorifico, attribuito ai collaboratori più fedeli, e riservato a pochissimi personaggi. Nel V secolo indicava prevalentemente il generale dell'esercito (magister militum), spesso di origine barbarica, che reggeva in sostanza il governo dello stato e a volte giunse a creare e deporre gli imperatori a suo piacimento. Uno dei primi fu il generale Stilicone, a cui Teodosio I aveva affidato alla sua morte il figlio Onorio, a cui era stato lasciato l'Impero d'Occidente. Altri patrizi furono Ezio, Ricimero e Odoacre, il quale nel 476 depose quello che viene tradizionalmente considerato l'ultimo imperatore romano d'occidente, Romolo Augusto.
A partire dal 700 d.C. il titolo di patrizio venne utilizzato in sud-Europa occidentale per indicare quella classe nobiliare che governava su di un comune, quindi un municipio, o su una repubblica aristocratica mentre nell'impero bizantino indicava una dignità di corte.


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