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venerdì 15 maggio 2015

Il potere dell'imperium nell'antica Roma

Ottaviano Augusto, che
definiamo il primo
imperatore romano,
titolo non usato dagli
antichi romani.
Colui che traghettò la Repubblica romana verso l'Impero, Cesare Ottaviano Augusto, non era chiamato e non si definiva imperatore, ma principe. Il titolo onorifico di imperator si attribuiva normalmente ai generali vittoriosi in guerra, mentre la lex de imperio stabiliva il diritto di esercizio dell'imperium da parte di alcuni magistrati, cioè la facoltà di impartire ordini ai quali i destinatari non potevano sottrarsi.

D'altra parte, l'imperium non sottintendeva solo la facoltà di impartire ordini, ma anche la condizione di chi era sacro e santo. Il termine imperator è un titolo originariamente denso di significati religiosi e successivamente è stato conferito ai condottieri vittoriosi, poiché contiene in sé il riferimento all'imperium, un primato nell'ambito religioso, civile e militare.
Il significato del termine imperatore, che deriva dal latino imperator, ha un'origine chiara: indica colui che vive un rapporto favorevole con gli dèi. Già in epoca regale la felicitas imperatoria indicava quel re che poteva vantare un tale rapporto favorevole (pius) con gli dèi. Questa relazione unica veniva stabilita il giorno dell'inauguratio, ovvero il giorno in cui gli àuguri verificavano tale condizione del re. Con Ottaviano, che creò la struttura ideologica del principato, a tale termine venne aggiunto anche quello di Augustus ovvero detentore dell'augus (lojas in indo-iranico), detentore cioè di quella forza che unica consente di adempiere alle funzioni sacrali rispetto agli dèi e quindi di rafforzare la stessa Roma. L'imperator, nella cultura profondamente religiosa quale fu quella romana, è ricco di felix, ovvero è possessore legittimo degli auspici e quindi votato alla vittoria purché sia sempre pius cioè collegato correttamente con il mondo sacro degli dèi. Sempre con Ottaviano ha ingresso nella Religione romana la figura dell'imperatore. Esso diviene il "re divino", monarca universale per volere degli dèi, ricevendo, inoltre, il doppio titolo di sacer e sanctus. Le qualifiche religiose della figura imperiale ricalcano i modelli ellenistici a cui si aggiungono le peculiarità della religiosità romana, per le quali ad un beneficio ricevuto dal dio deve corrispondere sempre un atto di culto. L'imperatore è quindi sacro e per le sue virtù e per la sua condotta di vita è anche santo. Ma i due termini, sacer e sanctus, finiscono per sovrapporsi, così Gallieno e Alessandro Severo vengono indicati come sanctissimi, mentre Domiziano, Adriano e Antonino Pio vengono invece appellati come sacratissimi. L'Imperatore, nella sua qualità di Pontifex Maximus esercitava il supremo ruolo di sorveglianza e governo sul culto religioso, presiedendo il collegio dei pontefici e gli altri collegi sacerdotali, nominando le Vestali, i Flamini ed il Rex sacrorum, regolando il calendario con la scelta dei giorni fasti e nefasti ed avendo il completo controllo sul rispetto del diritto romano, della cui interpretazione era custode. In tal senso poteva anche controllare la redazione degli annales pontificum, cioè delle cronache pubbliche, e della tabula dealbata, riportante la lista dei magistrati in carica. L'Imperatore stesso era oggetto di un culto imperiale, nel quale il genio del Principe diveniva oggetto di pratiche religiose, spesso affiancandosi nei templi ad altre forme divinizzate del potere imperiale dello Stato, come la dea Roma. Il culto del genius principis, sebbene spesso percepito nelle classi elevate come una forzatura della religione tradizionale, consentiva di rivolgere al sovrano cerimonie pubbliche di valenza religiosa senza per questo infrangere i principi che vietavano il culto di persone viventi. A questo si aggiungeva la possibilità di rivolgere poi un vero e proprio culto alla persona dell'Imperatore dopo la sua morte una volta che questi fosse pubblicamente divinizzato dal Senato con il riconoscimento della sua condizione di divus. Il complesso di tali pratiche durò sino all'anno 375, quando l'imperatore Graziano declinò l'onore del pontificato massimo perché incompatibile con la nuova religione cristiana, anche se Costantino I non rinunciò mai a tale potere. Tuttavia anche nel nuovo ambito cristiano l'Imperatore continuò a rivestire un ruolo preminente come vicario di Cristo e rappresentazione terrena dell'ordine celeste. Questo valse soprattutto per gli imperatori romani d'Oriente, che potevano, in qualità di vicari (rappresentanti) della divinità, manovrare patriarchi, papi e vescovi oltre ad emettere editti a carattere religioso e convocare concili.

Il Principato è stata la prima forma di governo dell'Impero romano, dall'avvento di Augusto fino a quello di Diocleziano che inaugurò il "Dominato" nel 285. Il principato instaurato nel 27 a.C. da Augusto segnò il passaggio dalla forma repubblicana a quella autocratica dell'Impero: senza abolire formalmente le istituzioni repubblicane, il principe (in latino princeps) assumeva la guida dello stato e ne costituiva il perno politico. Gradatamente, rafforzatosi l'assolutismo con i successivi imperatori della dinastia Giulio-Claudia e con i loro successori, il principato entrò in crisi alla fine della dinastia dei Severi, nel 235 d.C., e la successiva anarchia militare, durante la crisi del III secolo, condusse alla forma imperiale più dispotica del Dominato. Quando ottenne per la prima volta la censura (l'incarico di censore) nel 28 a.C., Ottaviano si proclamò princeps senatus. Il termine princeps sta difatti a significare "primus inter pares" (primo tra individui di pari dignità) e sanziona contemporaneamente la sua posizione di privilegio rispetto agli altri senatori, ma anche la sua formale condizione d'eguaglianza rispetto a essi dal punto di vista costituzionale. Il Princeps senatus era stato, in passato, il primo membro per precedenza del Senato romano; era il portavoce ufficiale e aveva il diritto di votare per primo, influenzando la votazione degli altri. Non era designato per nascita, né per età o per riconoscimento di servigi politici, ma solo per il riconoscimento di un suo personale, straordinario valore morale. Il princeps senatus non era una carica a vita. Era scelto dai due censori ogni cinque anni. Vi è da aggiungere che un censore poteva confermare il precedente princeps senatus per ulteriori cinque anni. Doveva essere un patrizio. Questa carica comportava in ogni caso una notevole auctoritas, intesa sia come capacità morale di farsi rispettare dagli altri senatori, sia come carriera politica prestigiosa. Anche se non faceva parte del cursus honorum e non deteneva nessun imperium, questo incarico portava prestigio enorme al senatore che lo deteneva.

Terminata la guerra civile contro Marco Antonio e dopo aver potuto mettere le mani sulle risorse finanziarie dei Tolomei d'Egitto, Ottaviano riuscì a pagare molti debiti di guerra, nonché decine di migliaia di soldati che in tanti anni di campagne lo avevano servito, disponendone l'insediamento in numerose colonie, sparse in tutto il mondo romano. A questo punto Ottaviano era divenuto il padrone assoluto dello stato romano, anche se formalmente Roma era ancora una repubblica e lui non era ancora stato investito di alcun potere ufficiale, dato che la sua potestas di triumviro (con Antonio e Crasso) non era stata più rinnovata: nelle "Res Gestae" riconosce di aver governato in questi anni in virtù del "potitus rerum omnium per consensum universorum" (il consenso generale), avendo per questo motivo ricevuto una sorta di perpetua tribunicia potestas (certamente un fatto extra-costituzionale). Nel 27 a.C., Ottaviano restituì formalmente nelle mani del senato e del popolo romano i poteri straordinari assunti per la guerra contro Marco Antonio. Il senato però, rifiutò le dimissioni e lo pregò di non abbandonare lo stato che egli aveva salvato, ricevendo una serie di privilegi come: il titolo di console da rinnovare annualmente, una potestas con maggiore auctoritas rispetto agli altri magistrati (consoli e proconsoli), poiché aveva diritto di veto in tutto l'Impero, a sua volta non assoggettato ad alcun veto da parte di qualunque altro magistrato; l'imperium proconsolare decennale, rinnovatogli poi nel 19 a.C., sulle cosiddette province "imperiali" (compreso il controllo dei tributi delle stesse), vale a dire le province dove fosse necessario un comando militare, ponendolo di fatto a capo dell'esercito; il titolo di Augusto (su proposta di Lucio Munazio Planco), cioè "degno di venerazione e di onore", che sancì la sua posizione sacra che si fondava sul consensus universorum di Senato e popolo romano; l'utilizzo del titolo di Princeps ("primo cittadino"); il diritto di condurre trattative con chiunque volesse, compreso il diritto di dichiarare guerra o stipulare trattati di pace con qualunque popolo straniero.

Augusto dovette affrontare il difficilissimo compito di conciliare la propria posizione con le tradizioni e con il sentimento dell’epoca repubblicana. Lo stesso contrasto di fronte al quale si era trovato Cesare, quando aveva cercato di trasformare l’ordinamento statale dell’Impero da repubblica a dittatura. Augusto si avvalse dell’esperienza del padre adottivo e trovò la soluzione del problema in un compromesso tutto particolare. Dal punto di vista del diritto costituzionale, Augusto restaurò ufficialmente e solennemente l’ordinamento repubblicano, scosso profondamente dai disordini dell’ultimo secolo a.C. ma lo fece con una serie di riserve che avevano l’effetto di accentrare nelle sue mani, e quindi dei suoi successori, tutti i poteri dello Stato. Ottaviano non voleva essere considerato un sovrano, ma il primo dei senatori per auctoritas (princeps senatus, da cui principato) di una città libera, il quale grazie al suo enorme prestigio politico stava al fianco del governo repubblicano per aiutarlo nel mantenimento dell’ordine pubblico e dell’amministrazione dell’impero universale. Augusto era quindi l’unica persona dotata di genio politico, mezzi materiali enormi e del favore degli dei, per farsi carico del peso del governo dell’Impero, che si era rivelato troppo gravoso per gli organi costituzionali della città-stato che era Roma. Il termine princeps sta difatti a significare "primus inter pares" (primo tra individui di pari dignità) e sanziona contemporaneamente la sua posizione di privilegio rispetto agli altri senatori, ma anche la sua formale condizione d'eguaglianza rispetto a essi dal punto di vista costituzionale. In seguito fu il senato a conferirgli progressivamente onori e privilegi, ma il problema che Ottaviano doveva risolvere consisteva nella trasformazione della sostanza dei rapporti istituzionali, lasciando intatta la forma repubblicana. I fondamenti del reale potere vennero individuati nell'imperium e nella tribunicia potestas: il primo, proprio dei consoli, conferiva a chi ne era titolare il potere esecutivo, legislativo e militare, mentre la seconda, propria dei tribuni della plebe, offriva la facoltà di opporsi alle decisioni del senato, controllandone la politica grazie al diritto di veto. Ottaviano cercò di ottenere tali poteri evitando di alterare le istituzioni repubblicane e dunque senza farsi eleggere a vita console e tribuno della plebe ed evitando inoltre la soluzione cesariana (Giulio Cesare era stato eletto, prima annualmente e poi dictator a vita). La carica di dittatore gli fu infatti offerta, ma egli prudentemente la rifiutò: « Il popolo con grande insistenza offrì ad Augusto la dittatura, ma lo stesso, dopo essersi inginocchiato, fece cadere la toga dalle spalle e, a petto nudo, supplicò che non gli fosse imposta. » (Svetonio, Augustus, 52)
Egli considerò il titolo di dominussignore») come un grave insulto e sempre lo respinse con vergogna. Svetonio racconta che un giorno, durante una rappresentazione teatrale alla quale assisteva, un mimo esclamò: O dominum aequum et bonum! («O signore giusto e buono!»). Tutti gli spettatori approvarono esultanti, quasi che l'espressione fosse rivolta ad Augusto, ma egli, non solo pose fine a queste adulazioni con un gesto e lo sguardo, ma il giorno seguente, emise anche un severo proclama che ne vietasse ulteriori piaggerie (cioè tendenze all'adulazione, cortigianerie, servilismi). Egli, infine, non permise che lo chiamassero domiunus né i figli o i nipoti, che fosse per gioco o in tono serio. Ancora Svetonio racconta che Ottaviano: « Due volte pensò di restaurare la Repubblica: la prima volta subito dopo aver sconfitto Antonio, memore che quest'ultimo gli aveva ripetuto spesso che era lui il solo ostacolo al ritorno [della Repubblica]; [la seconda volta] di nuovo nella stanchezza di una malattia persistente. In quella circostanza convocò a casa sua magistrati e senatori dando loro un resoconto dell'Impero. Ma pensando che, come privato cittadino, non avrebbe potuto vivere senza pericolo e temendo di lasciare la Res publica in mano all'arbitrio di molti, continuò a mantenere [il potere]. Non sappiamo quale sia stata la cosa migliore da fare. » (Svetonio, Augustus, 28). Sul letto di morte, Augusto chiese: "Dunque, ho recitato bene la mia parte nella commedia della vita?

L'imperium proconsulare maius et infinitum di Augusto e la lex de imperio:
Con il tramonto dell'età repubblicana e la nascita di un nuovo ordine costituzionale, ad Augusto fu conferito un nuovo tipo di imperium, detto imperium proconsulare maius et infinitum. In particolare questo potere fu conferito dal Senato ad Augusto nel 23 a.C. insieme alla tribunicia potestas a vita. Si trattava di un imperium maius perché era superiore a quello di tutti gli altri proconsoli, e infinitum nel duplice senso spaziale e temporale, perché non limitato a una sola provincia e non predeterminato nel tempo. Infatti, Ottaviano fu riconosciuto come princeps dai membri del senato. In virtù di questo riconoscimento Ottaviano diveniva il primo e più autorevole tra i senatori anche se, da un punto di vista formale, continuava ad essere un senatore alla pari con gli altri. È sostanzialmente quello che attualmente definiamo come "principato". Nasce con Ottaviano un nuovo tipo di governo in cui gli elementi repubblicani (affievoliti) convivono con elementi senza dubbio monarchici (in parte mascherati).
Ad Ottaviano fu attribuito il titolo onorifico di imperator che si attribuiva normalmente ai generali vittoriosi in guerra e tramite la lex de imperio anche il diritto di imperium, che insigniva del diritto di governare e di emettere leggi. In particolare diveniva così titolare di prerogative come: il sommo pontificato, il consolato a vita e la tribunicia potestas che gli garantiva anche il diritto di veto sulle decisioni senatoriali.
Sappiamo che anche ai prìncipi successivi ad Augusto fu formalmente attribuito, di volta in volta, l'imperium. L'atto con cui tale potere veniva conferito all'imperatore è la cosiddetta lex de imperio. Noi possediamo la seconda parte di quella con cui nel 69-70 d.C. fu conferito l'imperium a Vespasiano, perché essa è stata conservata su una tavola bronzea rinvenuta nel 1347 dal tribuno Cola di Rienzo nella Basilica del Laterano a Roma. Al potere di imperium del principe è ricondotto il fondamento del valore normativo delle costituzioni imperiali, la cui efficacia era equiparata a quella della lex publica populi Romani (cfr. Gai 1.5). Per circa un secolo, gli imperatori romani agirono solitamente con l'assenso del senato o comunque in un sistema in cui il senato rappresentava un contrappeso ai poteri imperiali. Nonostante tutto non mancarono momenti di tensione dovuti ai tentativi degli imperatori di forzare la mano al senato ed ai tentativi di usurpatori di accedere al trono. Soprattutto una non certa successione al trono dovuta a farraginose incertezze istituzionali; l'impero era elettivo, ma gli imperatori tendevano spesso a fondare delle dinastie e ciò portò nel corso del I secolo a diverse guerre civili.

Juan Antonio Ribera (1806) - Cincinnato
lascia l'aratro per diventare dittatore.
Fra i vari termini, con cui nell'antica Roma si indicavano le autorità dei titolari del pubblico potere, assunse un ruolo di fondamentale importanza, sin dall'età monarchica, l'imperium, da non confondersi con la potestas o l'auctoritas. Si trattava di un potere di stampo militare che, come denuncia il suffisso -ium, aveva natura dinamica, che conferiva al suo titolare la facoltà di impartire ordini ai quali i destinatari non potevano sottrarsi, con conseguente potere di sottoporre i recalcitranti a pene coercitive di natura fisica (fustigazione o, nei casi più gravi, decapitazione) o patrimoniale (multe). 
Fasci littori in ferro ritrovati
nell'etrusca "Tomba del
Littore" di Vetulonia.
Simboli esteriori di questo potere erano i fasci littori, fasci di verghe con una scure, portate dai littori.
I fasces lictorii erano, nell'Antica Roma, l'arma portata dai littori, che consisteva in un fascio di bastoni di legno legati con strisce di cuoio, normalmente intorno ad una scure. Tale arma divenne in seguito un simbolo del potere e dell'autorità maggiore, l'imperium, ed assunse la tipica forma di fascio cilindrico di verghe di betulla bianca simboleggianti il potere di punire, legate assieme da nastri rossi di cuoio (latino: fasces), simboli di sovranità e unione, al quale talvolta era infissa un'ascia di bronzo, a rappresentare il potere di vita e di morte sui condannati romani.
Si pensa comunemente che l'imperium abbia fatto ingresso a Roma per effetto della dominazione etrusca. Questa idea, in effetti, sembra confermata dalla circostanza che nella cosiddetta "Tomba del Littore" di Vetulonia siano stati ritrovati alcuni fasci littori in ferro.
Si è scritto di come già Romolo, che aveva preso dagli etruschi molte usanze e rituali, disponesse di littori e quindi di imperium, ma sicuramente nell'ultima fase dell'età monarchica, quando i re erano etruschi, il potere dell'imperium, a Roma, veniva esercitato.
Sappiamo che nel procedimento di investitura del rex, gli veniva conferito il potere dalle curiae con un atto detto lex curiata de imperio.
Dopo la cacciata di Tarquinio il Superbo e l'instaurazione del nuovo regime repubblicano nel 509 a.C. il potere di imperium fu ereditato dai consoli che furono posti a capo del nuovo ordine costituzionale. Essi erano dunque accompagnati da dodici littori ciascuno.

Littore.
I littori (dal latino lictores che deriverebbe da ligare, ovvero legare), istituiti al tempo di Romolo, camminavano davanti al rex e lo proteggevano con bastoni. Avevano, inoltre, attorcigliate alla vita delle cinghie di cuoio, con le quali legavano tutti quelli che il sovrano avesse ordinato di catturare.
Erano membri di una speciale classe di servitori civili dell'antica Roma che, sia in Età repubblicana sia in quella imperiale avevano il compito di proteggere i magistrati dotati di imperium. L'origine dei littori risale all'Età regia e probabilmente proveniva dagli etruschi. Tito Livio riferisce:
« A me non dispiace la teoria di quelli che sostengono che [l'uso dei dodici littori sia stato] importato dalla vicina Etruria (da dove furono introdotte la sedia curule e la toga pretesta) tanto questa tipologia di subalterni, quanto il loro stesso numero. Essi credono che ciò fosse così per gli Etruschi poiché, una volta eletto il re dall'insieme dei dodici popoli, ciascuno di essi forniva un littore. » (Tito Livio, Ab Urbe condita libri, I, 8.)
All'inizio i littori erano scelti dalla plebe, anche se, per gran parte della storia di Roma, sembrano essere stati soprattutto liberti. Tuttavia, erano senza dubbio cittadini romani, dato che indossavano la toga dentro Roma. Dovevano essere forti e capaci di lavori fisici, erano esentati dal servizio militare, ricevevano un salario fisso ed erano organizzati in una corporazione. Erano solitamente scelti dal magistrato che loro dovevano servire, ma è anche possibile che venissero estratti. I littori erano associati ai Comizi curiati e in origine erano probabilmente scelti uno per curia, dato che all'inizio erano in numero di 30 (come le curie): 24 per i due consoli e sei per il pretore. La funzione principale dei littori era quella di proteggere il magistrato dotato di imperium, che demandava loro l'esecuzione delle condanne a morte. Il littore portava con sé i fasces, che erano composti da 30 verghe e una scure (quest'ultima era tenuta nei fasci solo fuori del pomerium, in quanto al suo interno nessuno poteva condannare a morte un cittadino romano, perché questi avrebbe potuto appellarsi al popolo; a ciò faceva eccezione la magistratura straordinaria del dittatore, che aveva pieno potere anche all'interno del pomerium). Le verghe invece potevano essere usate per percuotere i cittadini. Questo era l'unico modo in cui la schiena di un romano poteva essere violata, dato che era considerata sacra e non era ammessa la fustigazione. I littori precedevano il magistrato ovunque andasse (nel foro, in casa, nel tempio o alle terme), erano schierati in una formazione ordinata davanti al magistrato, in cui il primus lictor occupava il primo posto, attendendo ordini. Se c’era una folla i littori aprivano la strada e mantenevano al sicuro il protetto, tirando da parte tutti tranne le matrone romane, a cui erano attribuiti degli onori speciali. Avevano anche il compito di stare accanto al magistrato ogni volta che si rivolgeva alla folla.

Secondo la tradizione, nella nascita della libera res publica, il console Valerio Publicola avrebbe fatto approvare una legge, detta Lex Valeria de provocatione, con la quale si stabiliva che all'interno della città di Roma ciascun cittadino avrebbe potuto limitare il potere di imperium dei consoli ricorrendo alla provocatio ad populum. Questo provvedimento avrebbe consentito al cittadino contro cui il magistrato avesse voluto esercitare il proprio imperium, di richiedere un giudizio innanzi alle assemblee popolari. Per simboleggiare questo mutamento, i littori giravano dentro la città di Roma senza le scuri inserite nei fasci littori, e al riguardo si parlerà di imperium domi. Al di fuori della cerchia cittadina (pomerium), tuttavia, non poteva farsi ricorso alla provocatio ad populum, e il magistrato munito di imperium avrebbe potuto esercitare il proprio potere senza alcun limite, tanto che i suoi littori lo accompagnavano con i fasci completi delle scuri, simbolo del suo imperium militiae.
L’origine etrusca del fascio littorio sembrerebbe trovare fondamento su fonti letterarie e su testimonianze archeologiche. A quanto ci riferiscono Dionigi di Alicarnasso e Tito Livio, i Romani avrebbero importato dall’Etruria l’usanza di far precedere i re da littori recanti sulle spalle un fascio di verghe ed una scure.
Littori con fasci nell'etrusca "Tomba
del Convegno" di Tarquinia.
Di origine etrusca dei fasci parlano anche Floro e Strabone, precisando che i fasci furono portati a Roma da Tarquinia. Silio Italico, invece, specifica che la prima città ad introdurne l’uso sarebbe stata l’etrusca Vetulonia. E proprio a Vetulonia nel 1898 Isidoro Falchi rinvenne nella cosiddetta Tomba del Littore, databile attorno al 600 a.C., un oggetto di ferro ossidato a forma di fascio composto da un gruppo di verghe unite insieme con in mezzo un’ascia a doppio taglio (bipenne). La più antica rappresentazione etrusca di fasci senza scure s'incontra in un rilievo chiusino del Museo di Palermo che si data nella prima metà del V secolo a.C. Su urne e su sarcofagi etruschi del periodo ellenistico (IV-I secolo a.C.) sono spesso rappresentati littori con fasci al seguito di magistrati. Fasci sono raffigurati anche sulle pareti della Tomba del Tifone e della tomba del Convegno (databili al II-I secolo a.C.) di Tarquinia.

Magistrati cum imperio e magistrati sine imperioSolamente alcuni magistrati della Roma di età repubblicana erano dotati di imperium. Anzi, una delle distinzioni fondamentali fra i magistrati dell'età repubblicana era quella che contrapponeva i magistrati cum imperio ai magistrati sine imperio. Erano magistrati cum imperio i consoli, i pretori, e alcuni magistrati straordinari, come i decemviri legibus scribundis consulari imperio e l'interrex. A costoro l'imperium veniva conferito dopo l'elezione con la lex curiata de imperio. Gli altri magistrati, come i censori, gli edili curuli, i tribuni della plebe, gli edili plebei e i questori, erano invece sine imperio. Come può notarsi, questa distinzione non coincide né con quella che contrappone i magistrati maggiori ai magistrati minori, perché i censori, che erano magistrati maggiori, non erano forniti di imperium, né con quella che contrappone i magistrati che avevano diritto alla sella curule, simbolo del potere giudiziario. Dopo le prime grandi conquiste fuori dalla penisola italica (Sicilia e Sardegna), il senato cominciò a prolungare il potere dei magistrati che erano stati impegnati nelle operazioni belliche come comandanti militari, perché, anziché tornare a Roma, continuassero con efficacia la propria azione sul teatro di guerra che conoscevano meglio di ogni altro, e poi governassero il nuovo territorio conquistato. Questi ex magistrati il cui potere era prolungato dal Senato si trovavano in regime di prorogatio imperii, e furono detti promagistrati. Il loro imperium, dunque, non si fondava sull'elezione popolare seguito dalla lex de imperio, come quello dei magistrati, ma su un atto del senato che stava al posto della rogatio, e detto appunto pro-rogatio. Pure munito di imperium era il dictator (che, tecnicamente, non era un magistratus populi Romani), dotato di ben ventiquattro littori, e il cui summum imperium era esente dal limite della provocatio ad populum anche all'interno del pomerium.
I fasci littori, usati sin dall'età regia come simbolo del potere del re e recati davanti a questi in numero di dodici da altrettanti littori, in età repubblicana divennero appannaggio dei magistrati maggiori, cioè quelli dotati di imperium e trasportati davanti al magistrato, in numero corrispondente al suo rango, nelle cerimonie pubbliche e nelle ispezioni:
Imperatore: in origine 12 littori, dopo Domiziano 24
Dittatore: 24 littori fuori del Pomerio e 12 dentro. Questa norma non fu più rispettata a partire dalla dittatura di Silla
Console: 12 littori (quanti l'antico Rex)
Proconsole: 11 littori
Magister equitum: 6 littori
Pretore: 6 littori, 2 dentro il Pomerio
Propretore: 5 littori
Edile curule: 2 littori
Questore: 1 littore
Ad esclusione del dittatore, tutti gli altri magistrati potevano portare le asce infisse nei fasci solo al di fuori del pomerio, poiché all'interno della città non era possibile applicare la pena di morte a cittadini romani, che avevano diritto alla provocatio ad populum cioè di ricorrere ai comizi centuriati per paralizzare una condanna capitale stabilita dai magistrati; inoltre in età repubblicana le verghe dei fasci erano considerate l'unico modo in cui fosse possibile violare la schiena di un cittadino romano, altrimenti considerata sacra e inviolabile.
L'unica eccezione si verificò con i Decemviri del 450 a.C., che ripristinarono l'uso dei Re di mostrare l'ascia tra i fasci anche all'interno del pomerio, e per questo divennero invisi al popolo romano.
In Senato il console in carica nella presidenza della seduta era riconoscibile dal fatto di esser fornito di fasces. I fasci venivano inoltre portati da soldati eroici (dovevano essere stati feriti in battaglia) durante i Trionfi (celebrazioni pubbliche tenute a Roma dopo una conquista militare). A volte, in occasione di funerali o riunioni politiche, i littori potevano essere assegnati anche a privati cittadini come segno di rispetto da parte della città.

Sella curule nell'etrusca "Tomba
degli Auguri" di Tarquinia.
La sella curule (in lat. sella curulis) era un sedile pieghevole a forma di "X" ornato d'avorio, simbolo del potere giudiziario, riservato inizialmente ai re di Roma e in seguito ai magistrati superiori dotati di giurisdizione, detti perciò "curuli".
I magistrati solevano portare con sé la sella curulis assieme agli altri simboli del loro potere (fasci, verghe e scuri) e ovunque disponessero questi simboli, lì era stabilita la sede del loro tribunale.
Durante il periodo della Repubblica, il diritto di sedere sulla sella curule era riservato a: consoli, pretori, edili curuli, sacerdoti massimi, dittatori e al magister equitum. In epoca imperiale l'uso della sedia curule fu ampliato anche all'imperatore, al praefectus urbi e ai proconsoli.
Il simbolo di potere rappresentato dalla sedia curule affonda le sue radici nell'antica Etruria; infatti già gli Etruschi consideravano lo scranno pieghevole a forma di sella una prerogativa di chi poteva esercitare il potere (giudiziario ed esecutivo) sul popolo. Fu portato a Roma dal quinto re, Tarquinio Prisco.
Sella curule
Da Tito Livio, Ab Urbe condita libri, I, 8.): Compiute secondo il rito le cerimonie sacre e riunita in assemblea la massa che non avrebbe mai potuto unificarsi in un unico organismo popolare se non con leggi, Romolo dettò norme giuridiche. Dunque, stimando che esse sarebbero apparse inviolabili a un materiale umano ancora rozzo solo se egli stesso si fosse reso venerabile per mezzo di segni esteriori dell'autorità, si fece più maestoso con fasto dell'abbigliamento e particolarmente con la guardia dei dodici littori. Alcuni ritengono che egli abbia considerato il numero degli uccelli che gli avevano presagito il potere. A me non dispiace l'opinione di coloro che pensavano che anche questo tipo di guardie derivasse dai vicini Etruschi da cui fu ricavata anche la sella curule e la toga pretesta, e pensano che anche il numero dei littori venisse di là e che tale fosse presso gli etruschi per il fatto che, dopo che i dodici popoli avevano eletto in comune il re ciascuno di essi gli assegna un littore.

Statua di togato del I sec. con
testa che ritrae l'imperatore Nerva.
Da: http://commons.wikimedia.org
/wiki/File:Togato,_I_sec_dc._
con_testa_di_restauro_da_un
_ritratto_di_nerva,_inv._2286.JPG#
mediaviewer/File:Togato,_I_sec_
dc._con_testa_di_restauro_da_
un_ritratto_di_nerva,_inv._2286.JPG
La toga (il cui nome è connesso con il verbo latino tego, "ricoprire") è una sopravveste di lana o di altro tessuto, il cui uso è stato ed è tradizionalmente legato all'appartenenza ad una determinata professione o categoria sociale. Con questa parola ci si riferisce in particolare ad un ampio e lungo mantello di lana che gli antichi Romani portavano sopra la tunica. Tito Livio e Floro raccontano che la toga pretesta (in latino toga praetexta) fu importata a Roma come usanza dei vicini Etruschi al tempo di Tarquinio Prisco. Era un tipo di toga bordata di rosso, che veniva indossata da tutti i più alti magistrati.
« A me non dispiace la teoria di quelli che sostengono che [l'uso dei dodici littori siano stati] importati dalla vicina Etruria (da dove furono introdotte la sella curule e la toga pretesta) tanto questa tipologia di subalterni, quanto il loro stesso numero. Essi credono che ciò fosse così per gli Etruschi poiché, una volta eletto il re dall'insieme dei dodici popoli, ciascuno di essi forniva un littore. » (Tito Livio, Ab Urbe condita libri, I, 8.)
L'uso della toga era riservato esclusivamente ai cittadini romani maschi, mentre gli schiavi e gli stranieri non avevano il diritto di indossarla. Chi era condannato all'esilio era condannato a perdere il diritto ad indossarla, lo ius togae. Solo più tardi ne fu concesso l'uso a tutti gli abitanti dell'impero. I cittadini delle province, secondo alcune testimonianze, tendevano a non indossarla,[3] ma anche gli stessi romani, con l'avvento del periodo imperiale, iniziarono ad abbandonarne l'uso, tanto che Augusto fu costretto ad imporre che i cittadini la usassero almeno nel Foro. Ecco cosa scrive Svetonio:
« Si applicò per far riprendere la moda e il costume di un tempo: un giorno, vedendo in un'adunanza del popolo una folla di gente malvestita, indignato esclamò: "Ecco i Romani, padroni del mondo e il popolo che indossa la toga", e diede incarico agli edili, dopo ciò, di non tollerare che nel Foro e nei dintorni si fermasse qualcuno se non avesse prima abbandonato il mantello che copriva la toga. » (Svetonio, Augustus, 40.)
Di qualsiasi tipo fosse, era un grande mantello ovale, ripiegato in due nel senso della lunghezza. Si indossava creando dapprima un mazzo di pieghe che dovevano essere appoggiate sulla spalla sinistra; la si passava poi attorno al corpo lasciando libera la spalla destra. Essendo ampia e pesante, la toga dava un aspetto imponente a chi la portava e ben rappresentava l'importanza di Roma, dominatrice del mondo antico.
Tra le varianti di toga abbiamo:
- Toga virilis (o toga pura): toga dell'età adulta (che si raggiungeva attorno ai 15-17 anni), solitamente di colore bianco avorio. Il Pontefice massimo ne posava un lembo sulla testa. Questa festa era celebrata solitamente il 17 marzo, coincidendo con i Baccanale. I Senatori e i Cavalieri avevano il privilegio di poterla ornare con una striscia di tessuto color porpora appuntata sulla spalla e che scendeva sul davanti, larga per i primi e stretta per i secondi (laticlavio, angusticlavio).
- Toga candida: ossia bianca, indossata dai candidati che si presentavano alle elezioni. Il colore doveva indicare l'onestà delle loro intenzioni.
- Toga pulla (o toga atra): una toga marrone o grigio scuro, indossata durante i giorni di lutto.
- Toga praetexta: si trattava di un tipo di toga orlata di porpora.
Essa veniva indossata da:
Tutti i ragazzi romani liberi, che non avevano raggiunto ancora l'età adulta (fino ai 15-17 anni), veniva indossata nelle occasioni formali ed ovviamente era di dimensioni minori rispetto a quella degli adulti
Tutti i maggiori personaggi civili e religiosi, che per la loro funzione erano considerati Magistrati Curuli
Tutti gli ex Magistrati Curuli ed i Dictatores al momento della sepoltura e in altri casi anche durante certe solennità.
Secondo la tradizione essa era stata indossata da tutti gli antichi Re di Roma
Durante l'impero il diritto di portare questo tipo di toga venne spesso esteso come un onore riservato indipendentemente dalla funzione svolta.
- Toga picta: toga color porpora e strisce d'oro, indossata dai comandanti delle legioni in occasione della celebrazione del trionfo dopo la battaglia e dagli imperatori nel periodo tardo romano. Attorno al IV secolo la toga picta era integralmente ricamata, e per questo indossata solo da personaggi di altissimo rango. Essendo rigida e pesante, fu superata da mantelli più comodi da indossare come la clamide.
- Toga trábea: toga variopinta indossata dagli Auguri, figure che, presso i romani, davano l'interpretazione della volontà degli dei studiando il volo degli uccelli.
- Toga sinus: versione più grandiosa, si pensa lunga circa tre metri. Il sinus era la parte di tessuto appoggiata al fianco destro, che poteva anche essere ripiegato sul capo. Il lembo che cadeva dalla spalla sinistra ai piedi diventò talmente lungo, che fu ulteriormente ripiegato e usato come tasca (umbus).
- La toga contabulata: usata nel tardo impero, era caratterizzata dal fatto che il lembo anteriore, invece di essere lasciato cadere ai piedi, era passato trasversalmente sul torace. Se ne vedono parecchi esempi sui dittici in avorio del IV secolo d.C.


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