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lunedì 12 gennaio 2015

Dal linguaggio ligure al celtico nell'Italia settentrionale antica, i cinque alfabeti usati e il runico germanico

Elmo Lepontico
di Filottrano
Nell'Italia settentrionale sono stati scoperti degli insediamenti definiti celtici-gallo-liguri, nella zona dei laghi prealpini Maggiore e di Como, in una regione che è stata chiamata Lepontia (Ll-pu-n-z = lepuntia), nelle odierne Alpi Lepontine.
Carta con l'ubicazione dei centri
 di rilievo della Cultura Lepontica,
dalla cultura proto-celtica
di Golasecca del XII sec. a.C.,
 con gli insediamenti proto-urbani,
i fiumi, i laghi, l'ubicazione di
quelle che poi divennero città, le
popolazioni celtiche che ne
 derivarono.  Clicca
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Per "La cultura di Golasecca"
clicca QUI
La lingua leponzia (o più recentemente anche lepontico) è stata considerata una lingua celtica estinta, parlata nelle regioni della Gallia Cisalpina dal popolo dei Leponzi fra il 700 a.C. e il 400 a.C. Talvolta chiamato celtico cisalpino, è stato considerato un dialetto della lingua gallica e perciò appartenente alle lingue celtiche continentali (Eska 1998), anche se le più antiche iscrizioni lepontiche vengono considerate scritte in una lingua non-celtica affine al ligure (Whatmough 1933, Pisani 1964).

Alfabeto Tartessico.
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La lingua Lepontica è conosciuta solo attraverso alcune iscrizioni che furono redatte nell'alfabeto di Lugano, e il termine convenzionalmente usato, "Lepontico", è stato esteso ad indicare la lingua e l'alfabeto delle iscrizioni preromane ritrovate in un raggio di circa 50 Km. intorno a Lugano (Canton Ticino, in Svizzera e Lombardia).
Sulla base di questi segni alfabetici, gli studiosi sanno che i Leponzi parlavano un una lingua molto antica, risalente al proto-celtico-italico. La scrittura poteva essere scritta sia da sinistra a destra, sia da destra a sinistra.
I recenti studi effettuati sui caratteri definiti come "alfabeto di Lugano", hanno ribaltato le opinioni in merito alle origini della lingua scritta lepontica, interpretando alcune parole e frasi con la fonetica del linguaggio ligürü = lingua o gergo; liguri erano coloro che si esprimevano in una lingua comune risalente al proto-iberico centrale, e sia la fonetica che la scrittura erano espresse dall'alfabeto tartessico, che ha influenzato il landocchiano (la langue d'oc), il catalano, il provenzale e il proto-celtico dell'Italia settentrionale, espandedosi poi, sempre secondo alcuni studiosi, fino ad influenzare il lepontico, il runico, il retico e il nord-etrusco. (http://menhir-ticino.webs.com/alfabetoliticolugano.htm)

L'accettazione di una matrice linguistica Ligure nell'Italia settentrionale non è sorprendente, visto che fin dall'antichità nel settentrione italico erano insediate popolazioni di etnia Ligure.
Antica rappresentazione di un'Eingana
Il ricordo degli Euganei si conserva
nelle leggende e nelle favole delle
anguane/angane/aivane, ecc.
Gli antichi Euganei abitavano in
palafitte lungo laghi e fiumi e le
Anguane sono la loro
rappresentazione mitica. Il nome,
probabilmente, ricorre/ritorna
nelle varianti etnonimiche: in retico
Anauni, in ligure Ingauni. Clicca
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Gli Euganei, ad esempio, furono una popolazione italica, ligure e preindoeuropea, che si insediò originariamente nella regione compresa fra il Mare Adriatico e le Alpi Retiche. Successivamente furono scacciati dai popoli Venetici e si ritirarono in un territorio compreso tra il fiume Adige ed il Lago di Como, dove rimasero fino alla prima età imperiale romana. Si trattava probabilmente di un popolo preindoeuropeo di stirpe affine a quella dei Liguri Ingauni, come testimoniato dall'analogia dei nomi. Si dedicavano alla raccolta e alla caccia ed erano nomadi. Scoprirono poi l'agricoltura e l'allevamento diventando sedentari e costruendo villaggi di capanne e palafitte, radunandosi in tribù. Già nei tempi antichi conoscevano l'uso dei metalli. Testimonianze apprezzabili risalgono al neolitico indicando una società piuttosto primitiva: tracce di abitazioni, ma soprattutto manufatti di osso, selce e vasi di terracotta ad uso religioso.
Gli insediamenti principali sono stati ritrovati sulle colline vicine a Padova; scendevano in pianura per celebrare riti religiosi, in particolare in prossimità delle sorgenti termali dove adoravano varie divinità, fra cui forse il dio Apono, più tardi entrato a far parte dei culti delle popolazioni Venetiche. Ad essi si deve il termine "Venezia Euganea" usato in passato per definire la regione Veneto. Quando i Veneti raggiunsero il loro territorio fra il XII e l'XI secolo avanti Cristo, provenienti da un'imprecisata regione dell'Europa orientale, in parte spostarono verso Ovest gli Euganei ed in parte li assorbirono fondendosi con loro. Nel II secolo a.C. vennero sottomessi dai Romani e si fusero con i popoli vicini.
Catone il Censore, nel libro perduto delle Origines, annoverava tra le maggiori tribù euganee i Triumplini della Val Trompia ed i Camuni della Val Camonica. Appartengono alla stessa stirpe degli Euganei, secondo Plinio il Vecchio anche gli Stoni in Trentino.

Oggigiorno gli abitanti di Sanremo, in Liguria, sono genericamente chiamati sanremesi, ma coloro che sono nativi della città da generazioni sono qui definiti sanremaschi, viene quindi usato il caratteristico suffisso ligure -asco, largamente presente in Lombardia, per cui, ad esempio, gli abitanti di Bergamo non sono i bergamesi ma i bergamaschi, così come i comaschi ecc. Naturalmente troviamo lo stesso suffisso in innumerevoli nomi di località (Giubilasco ecc.). Questa è una prova del retaggio ligure insito ancora oggi nel linguaggio lombardo. Pare infatti che in tempi storici tutta l'Europa occidentale e l'Italia fossero percorse da popolazioni Liguri.

Gli antichi Liguri vengono ritenuti un gruppo di popoli non indoeuropei (pre-indoeuropei), nell'antichità stanziati nella Penisola iberica, nel meridione francese e nell'Italia Nord-occidentale.
A favore di una loro origine pre-indoeuropea fu anche Arturo Issel, geologo e paleontologo genovese, che li considerò diretti discendenti dell'Uomo di Cro-Magnon, diffusi a partire dal mesolitico in tutto l'occidente europeo. Recentemente, a parziale supporto della tesi pre-indoeuropea, ci sono le ricerche di genetica comparata, che evidenziano una significativa diversità genetica nelle popolazioni originarie dell'area ligure, langarola e monferrina. Alcune delle caratteristiche evidenziate le avvicinano ad altre popolazioni (basche, gallesi, bretoni), tradizionalmente indicate come rimanenze delle antiche popolazioni pre-indoeuropee.
Successivamente, durante il Neolitico, a seguito di ondate migratorie, i Liguri vennero a contatto con altri popoli che si fusero con l'etnia ligure preesistente, o almeno ebbero su di essa una profonda influenza culturale, fino ai Celti, con cui emersero popolazioni propriamente definite Celto-Liguri.
Per i Liguri, il popolo del Cigno:
 Costellazione del Cigno.
 Clicca sull'immagine per ingrandirla.
Per il post "Liguri: storia e cultura", clicca QUI
I Liguri furono le più antiche popolazioni occidentali europee e pre-indoeuropee, e liguri erano i fondatori della mitica civiltà di Tartesso, nei pressi della foce del Guadalquivir, nel sud-ovest iberico. Da quello che ne sappiamo, non usavano la scrittura, ma se mai l'avessero voluta usare in tempi successivi, il modello a loro più affine non avrebbe potuto essere che l'alfabeto sillabico Tartessico.
Della loro lingua parlata si conoscono solo antroponimi e toponimi (tipici i suffissi -asca o -asco = desinenza per villaggio), ma non praticando la scrittura, non ci hanno lasciato propri testi.
La tesi comune è che si tratti di un'antica lingua pre-indoeuropea, successivamente influenzata da lingue celtiche (come il gallico) e dal latino. 
Del resto non sappiamo nemmeno come chiamassero essi stessi nella loro lingua, se avevano un termine per definirsi: "Liguri" è un termine che deriva dal nome con cui i greci chiamarono questa etnia (Ligues), quando cominciarono l'esplorazione del Mediterraneo occidentale. Poi, in epoca tarda, i Liguri cominciarono ad usare questo termine per differenziarsi dalle altre etnie.
Plutarco, storico greco del I secolo a.C., riferisce che i Liguri davano a se stessi il nome di Ambrones, lo stesso di una delle tribù celtiche che si erano alleate con Cimbri e Teutoni nell'invasione dell'Italia iniziata nel 113 a.C. Nel 102 a.C. Ambroni, Cimbri e Teutoni, avendo l'intento di invadere il territorio italico, tennero una base in Gallia dividendosi poi in due fronti. Gli Ambroni ed i Teutoni transitarono in Liguria, a est di Marsiglia, mentre i Cimbri entrarono in Italia passando dal Brennero, attraverso l'odierno Sud Tirolo. A questo punto i Romani decisero di nominare per la quinta volta console Gaio Mario, illegittimamente, visto che tale ruolo, valido per un anno, non era mai assegnato consecutivamente. Mario marciò in Liguria stabilendo un campo sul percorso del nemico. I Teutoni assaltarono il campo venendo respinti e decisero di proseguire aggirando il campo. Mario li seguì accampandosi vicino a quella che sarebbe passata alla storia col nome di battaglia di Aquae Sextiae, ai piedi delle Alpi (l'attuale Aix en Provence). Plutarco, nella vita di Mario 10, 5-6, scrive che i Celti Ambroni cominciarono a gridare "Ambrones!" all'inizio della battaglia; i Liguri, che fiancheggiavano i Romani, sentendo l'urlo e riconoscendo il nome che anch'essi usavano per i loro discendenti (οὕτως κατὰ ὀνομάζουσι Λίγυες), risposero con lo stesso grido "Ambrones!". Per "Celti: storia e cultura" clicca QUI.
Un'opinione condivisa ai più, è che in origine i Liguri non avessero un termine per definire tutta la propria etnia, avevano solo dei nomi con cui si definivano come membri di una particolare tribù. Solo quando dovettero confrontarsi con popoli uniti e organizzati (greci, etruschi, romani) e dovettero federarsi per difendersi, sentirono la necessità di riconoscersi etnicamente tramite un unico termine.

Nel XIV e XIII sec. a.C. una frazione di antichi Liguri si era stabilita nel Lazio, proprio nell'area dove verrà poi fondata Roma. Presumibilmente queste popolazioni avevano avuto il controllo di Toscana e Umbria (loro erano Cere, Pisa, Saturnia, Alsio, Faleri,  Fescennio) oltre alle Marche, in cui avevano fondato Numana e Ancona. Questi Liguri furono poi denominati dagli storici greco-latini successivi "Siculi", che potrebbero fra l'altro essere stati uno dei popoli del Mare, chiamati Šekeleš. Il nome di questa popolazione derivava da Siculo (o Sikelòs o Siculos), un presunto loro re avrebbe dato il nome anche alla Sicilia (Sikelia).
Dionigi di Alicarnasso nella sua storia delle antichità romane, cita i Siculi come la prima popolazione che abitò la zona di Albalonga, nei pressi del luogo dove poi sorse Roma, mentre un quartiere di Tivoli, che ancor oggi conserva il nome di Siciliano, avrebbe ospitato, al tempo di Dionigi, ancora dei Siculi..
Dei Siculi si fa menzione a proposito dell'arrivo dei Pelasgi in Italia.
Dionigi di Alicarnasso tramanda che ai Pelasgi, in Grecia, un oracolo intimò:
“Affrettatevi a raggiungere la Saturnia terra dei Siculi, Cotila, città degli Aborigeni, là dove ondeggia un'isola; fondetevi con quei popoli, ed inviate a Febo la decima e le teste al Cronide, ed al padre inviate un uomo.”
Ubicazione di Cotila o Cotilia.
I Pelasgi, accolto l'ordine di navigare alla volta dell'Italia e di raggiungere Cotila, nel Lazio vetus, allestirono numerose navi e si diressero come prima tappa verso le coste meridionali dell'Italia, che erano le più prossime. Lo schema narrativo seguito da Dionigi è identico a quello che Varrone aveva prodotto prima di lui, per cui ci si aspetterebbe che i Pelasgi, obbedendo all'oracolo che ingiungeva loro di recarsi a Cotila, andassero a sbarcare sulle coste del mar Tirreno dove lo stesso Varrone li aveva fatti approdare.
Carta dei domini degli Etruschi nel 600 a.C.,
quando Spina apparteneva a loro.
“Ma”, dice Dionigi, “per il vento di Mezzogiorno, e per la imperizia dei luoghi, andarono a finire in una delle bocche del fiume Po, chiamata Spina. Qui lasciarono le navi, fondarono la città di Spina, si diressero verso l'interno e, superati gli Appennini, vennero a trovarsi sul versante occidentale della penisola italica nella regione dove a quel tempo abitavano gli Umbri.”
"Ai Siculi" dice poi Dionigi "i Pelasgi tolsero Cere, Pisa, Saturnia, Alsio, Faleri, Fescennio ed altre città che in proseguo di tempo furono occupate dagli Etruschi autoctoni che coabitavano la regione."
Sempre Dionigi di Alicarnasso precisa che i primi aggressori dei Siculi (o Liguri-Siculi) furono i cosiddetti "Aborigini" che avevano chiamato in loro aiuto i Pelasgi. Questi non riuscirono a sconfiggere totalmente i Liguri-Siculi, i quali però, secondo quanto ci riferisce Ellanico Lesbio in Dionigi, infine, stanchi delle aggressioni o non potendo resistere ad esse, avrebbero lasciato il territorio e sarebbero migrati, passando per l'Italia Meridionale, in Sicilia, e gli Aborigeni si sarebbero estesi sino al fiume Liris, assumendo il nome di Latini, dal re che li avrebbe domati al tempo della guerra troiana.
Varrone, nel "De lingua latina" considerava i Siculi originari di Roma perché numerose erano le somiglianze tra la lingua loro e quella latina e Solino li considerava tra le più antiche popolazioni dell'Italia con gli Aborigeni, gli Aurunci, i Pelasgi e gli Arcadi.
Filisto di Siracusa tramanda che i Siculi erano una popolazione ligure, e la tradizione dell'origine ligure dei Siculi si trova anche in Stefano di Bisanzio, in cui si cita un passo di Ellanico e anche in Silio Italico i Siculi sono considerati Liguri. In seguito a queste affermazioni si è rilevata dagli storici moderni la presenza di nomi di città come Erice, Segesta ed Entella in Liguria.
Nel 1.270 a.C., popolazioni Liguri chiamate Siculi, poiché guidate dal re Siculo, figlio di Italo, approdano in Sicilia, che da allora da loro prende il nome. Dalle popolazioni Liguri che rimasero nel continente, il cui re era stato Italo, l'Italia prenderà il suo nome.
Tucidide ci dice che dopo l'arrivo in Trinacria dei Sicani (che da loro prese il nome di Sicania) e successivamente degli Elimi dopo la caduta di Ilio (Troia), i Siculi, spinti dagli Opici sul continente, sarebbero giunti in Sicilia numerosi, e avrebbero vinto e respinto i Sicani nella parte meridionale e occidentale dell'isola, impadronendosi della parte migliore della Sicilia (che da loro prese il suo nome definitivo) per 300 anni, prima della colonizzazione greca.
Popoli della Sicilia ai tempi
 della Guerra di Troia.
Dionigi di Alicarnasso ci dà una maggiore precisazione cronologica, dichiarando che il passaggio dei Siculi dovette avvenire subito dopo la presa di Troia. Il passo di Dionigi ci riferisce anche la testimonianza di Ellanico di Mitilene il quale non soltanto localizza l'avvenimento del passaggio dei Siculi a tre generazioni (una generazione sono trent'anni) prima della guerra troiana (nel 26º anno del sacerdozio di Alcione ad Argo) ma anche indica che due flotte passarono in Sicilia a cinque anni di distanza l'una dall'altra, la prima degli Elimi cacciati dagli Enotri, la seconda degli Ausoni respinti dagli Iapigi; loro re sarebbe stato Sikelòs che avrebbe dato il nome all'isola.
Allo stesso modo Filisto di Siracusa daterebbe l'immigrazione sicula nell'ottantesimo anno prima della guerra di Troia, ma identificherebbe i Siculi non in Ausoni od Elimi ma in Liguri il cui capo Sikelòs era figlio di Italos, cacciati dagli Umbri e dai Pelasgi.
« I Siculi passarono in Sicilia dall'Italia - dove vivevano - per evitare l'urto con gli Opici. Una tradizione verosimile dice che, aspettato il momento buono, passarono su zattere mentre il vento spirava da terra, ma questa non sarà forse stata proprio l'unica loro maniera di approdo. Esistono ancor oggi in Italia dei Siculi; anzi la regione fu così chiamata, "Italia", da Italo, uno dei Siculi che aveva questo nome. Giunti in Sicilia con numeroso esercito e vinti in battaglia i Sicani, li scacciarono verso la parte meridionale ed occidentale dell'Isola. E da essi il nome di Sicania si mutò in quello di Sicilia. Passato lo stretto, tennero e occuparono la parte migliore del paese, per circa trecento anni fino alla venuta degli Elleni in Sicilia; e ancor oggi occupano la regione centrale e settentrionale dell'isola. » (Tucidide, Storie IV,2 (Trad. Sgroi))
« La regione, che ora chiamasi Italia, anticamente tennero gli Enotri; un certo tempo il loro re era Italo, e allora mutarono il loro nome in Itali; succedendo ad Italo Morgete, furono detti Morgeti; dopo venne un Siculo, che divise le genti, che furono quindi Siculi e Morgeti; e Itali furono quelli che erano Enotri » (Antioco di Siracusa, in Dionigi di Alicarnasso 1, 12)

Vediamo ora dove possiamo ritrovare il linguaggio degli antichi Liguri nei nomi di luoghi, montifiumi e laghi.

«Anche il nome di Alba s'incontra spesso in Liguria. Un luogo di questo nome trovasi a occidente del Rodano nel territorio degli Elvii. A settentrione di Massalia (Marsiglia) conosciamo una popolazione montana ligure degli "Aλβιείς", Albienses o Albiei, e nel suo territorio Alba Augusta. Seguono in direzione orientale sulle coste italiane Albium Intemelium, Albium Ingaunum, Alba Decitia. Non lontana dal versante settentrionale degli Appennini trovasi sul Tanaro Alba Pompeia. Da ciò viene il quesito, se non sia la stessa voce ligure contenuta nel nome di Alba Longa. Al tentativo di spiegare questo nome con l'aggettivo latino "albus" contraddice non solo che da qualche attributo non siasi giammai formato un nome di luogo, ma anche la considerazione che l'aspetto di Alba Longa debba destare una impressione opposta all'aggettivo latino. Questo luogo è collocato sopra materiali vulcanici dei monti Albani, e il colore fondamentale della regione è grigioscuro.» (W. Helbig, Die Italiker in Der Poebene, 1879)
Giuseppe Sergi (1841-1936), facendo riferimento alle affermazioni di Helbig sulla strana natura del nome "Alba Longa", conviene che «il colore dei monti Albani è scuro, bluastro quasi, e va al nero in alcune ore del giorno». Quindi Alba Longa non poteva apparire molto "alba". Ma oltre Alba Longa si hanno nomi derivati da Alba come i monti Albani, il lago Albano, e il più importante di tutti il nome di Albula, già nome del Tevere. Sergi si chiede quindi se Alba Longa sia stato un abitato Ligure. Nel Lazio non c'è mai stata una tradizione che ricordi i Liguri, ma invece i Siculi, come leggiamo in Dionigi di Alicarnasso: « La città che dominò in terra e per tutto il mare, e che ora abitano i Romani, secondo quanto viene ricordato, dicesi tenessero gli antichissimi barbari Siculi, stirpe indigena; questi occuparono molte altre regioni d'Italia, e lasciarono sino ai nostri giorni documenti non pochi nè oscuri, e fra questi alcuni nomi detti Siculi, indicanti le loro antiche abitazioni » (Dionigi di Alicarnasso I, 9; II, 1 (Trad. Sergi))
Ed esaminando i caratteri fisici dei Liguri e dei Siculi, Giuseppe Sergi avrebbe stabilito la loro identità: anche da ricordi archeologici risulta esservi stato un simile comune costume funerario; e lo scheletro neolitico di Sgurgola presso Anagni era colorato in rosso come gli scheletri neolitici delle Arene Candide di Finale Ligure, (e dei Balzi Rossi, n.d.r.), grotte liguri. Liguri e Siculi sarebbero stati quindi due rami dello stesso ceppo umano, solo che, avendo differenti abitati, sarebbero stati erroneamente considerati come due razze diverse. La teoria è quindi che quando si parla di questi antichissimi barbari Siculi, primi abitatori della città che poi fu Roma, si tratti di una popolazione ligure-sicula condotta da Siculo.
Troviamo effettivamente riscontro in Filisto di Siracusa che, riportato da Dionigi di Alicarnasso, sostiene che la gente, la quale passò dall'Italia in Sicilia, non era di Siculi, ma di Liguri condotti da Siculo. Servio scrive che la città da lui denominata "Laurolavinia", composizione delle due, Laurentum e Lavinium, che si fusero, sorse dove già abitasse Siculos. Antioco di Siracusa ci dice che: « La regione, che ora chiamasi Italia, anticamente tennero gli Enotri; un certo tempo il loro re era Italo, e allora mutarono il loro nome in Itali; succedendo ad Italo Morgete, furono detti Morgeti; dopo venne un Siculo, che divise le genti, che furono quindi Siculi e Morgeti; e Itali furono quelli che erano Enotri » (in Dionigi di Alicarnasso, 1,12)
Nel Lazio e in altre regioni d'Italia questa identità di razza dei Siculi con i Liguri è rivelata da un altro fatto, cioè dai nomi dei luoghi, montifiumi, laghi, oltre che dalle forme nominali etniche dei rami differenti della stirpe. Le teorie che abbiamo visto sulle origini centro italiche prima, e liguri poi, si incontrano e si sposano perfettamente in questa terza teoria: Dionigi che aveva scritto che i Siculi fossero i più antichi abitatori della città che fu Roma, e del territorio latino, narra che i primi aggressori per occupare il loro abitato con lunga guerra furono i cosiddetti Aborigini che avevano chiamato in loro aiuto i Pelasgi. Questi non riuscirono a sconfiggere totalmente i Liguri-Siculi, i quali però, secondo quanto ci riferisce Ellanico Lebio in Dionigi, infine, stanchi delle aggressioni o non potendo resistere ad esse, avrebbero lasciato il territorio e sarebbero migrati, passando per l'Italia Meridionale, in Sicilia, che da loro avrebbe preso il nome. Non tutti i Liguri-Siculi avrebbero seguito Siculo in Sicilia e sarebbe per questo motivo che si riscontrano tracce liguri-sicule in tante regioni italiane
La fondazione di Alba, secondo la tradizione che vuol essere storia, così è descritta da Dionigi di Alicarnasso: « Nel trentesimo anno dopo fondata Lavinio, Ascanio, figlio di Enea, fondò un'altra città; e dai Laurentini e da altri Latini e da quanti altri desideravano una sede migliore, trasportò gente nella città recentemente costrutta, cui aveva posto nome "Alba", la quale in lingua greca vuol dire λευκή ("bianca" in italiano), ma per distinguerla da altra città che aveva lo stesso nome, vi aggiunse una parola, che con la prima forma un insieme, "Alba Longa", cioè, Λευκή μακρά » (Dionigi di Alicarnasso, I, 66)
Quale fosse quest'altra "Alba", e dove, Dionigi non lo dice, né adduce il motivo per il quale la nuova sia detta "Longa" (μακρά). Livio, invece, scrive: « is Ascanius, ubicumque et quacumque matre genitus - certe natum Aenea constat - abundante Lavini multitudine florentem iam, ut tum res erant, atque opulentam urbem matri seu novercae relinquit, novam ipse aliam sub Albano monte condidit, quae ab situ porrectae in dorso urbis Longa Alba appellata est » (Livio, I, 3) 
La città di Alba Longa fu fondata da Ascanio, o Iulo, figlio di Enea, trenta anni dopo la fondazione di Lavinio. Livio racconta che trascorsero circa trent'anni dalla fondazione di Laurentum a quella di Alba Longa; cronologicamente l'avvenimento si collocherebbe intorno alla metà del XII secolo a.C., qualche tempo dopo la distruzione di Troia (avvenuta secondo gli eruditi antichi nel 1184 a.C.).
Qui c'è da osservare che la città si fondava sub monte Albano, vuol dire che già questo monte aveva un nome, che, potrebbe secondo Sergi essere ligure-siculo in quanto non potrebbe significare bianco, come sarebbe in lingua latina, per via della palese colorazione scura-bluastra tendente al nero dei monti Albani. Dionigi che aveva preso la tradizione dagli autori della tradizione romana, traduce infatti Alba per Λευκή, Bianca. Sergi dopo aver esaminato il nome "Alba Longa" passa ad osservare i suoi derivati e si sofferma su "Albula", antico e primitivo nome del Tevere, come Livio, Plinio, Virgilio (Albula nomen) scrissero. Si conclude che il nome non può aver a che fare con la colorazione in quanto Virgilio stesso chiama flavus il Tevere perché trasporta sabbia, poi ancora lo chiama "caeruleus", "ceruleo", e anche Orazio lo chiama flavum.
Esiste un altro fiume Albula nel Piceno, ricordato da Plinio nell'enumerare abitati e fiumi della quinta regione italica, il Piceno; e nomina anche fra altre città "Numana", a Siculis condita. Ciò significa che la regione era occupata dai Siculi, i quali diedero i nomi dei fiumi e degli abitati secondo il loro linguaggio.
Poi ancora abbiamo Albinia, nell'Argentario, territorio che fu etrusco, ancora una città Alba vicina al Fucino, e Alba in Piemonte, un monte Alburnus in Lucania, un fiume Alba in Sicilia, ricordato da Diodoro Siculo; e in Liguria Alba Pompeia, Alba Decitia, e Albium o Album o Alba Intemelium e Ingaunum, (Albenga da Albium Ingauna e Ventimiglia da Albium Intemelia); Albiei e Alba nella Provenza; Alba nella Betica in Spagna e Alba fiume a nord-est della Spagna.
Ancor più sorprendente il ricordo di Strabone, che le Alpi prima avevano il nome di Albia, e Albius mons era detta la sommità delle Alpi Giulie.
Giuseppe Sergi ha esaminato attentamente i rapporti linguistici che potrebbero esserci fra i tratti linguistici siculi e quelli liguri e ha iniziato il suo studio ponendo lo sguardo su alcuni suffissi che riteneva caratterizzanti dei linguaggi liguri e siculi.
Un suffisso caratteristico ligure accettato è quello delle parole terminanti in -sco, -asco, -esco, in nomi propri, dovuto alla scoperta di un'antica iscrizione latina dell'anno 117 a.C., dove trattasi di un giudizio in una controversia territoriale fra Genuenses e Langenses, liguri. Qui s'incontrano i nomi di Novasca, Tulelasca, Veraglasca, Vineglasca. Inoltre nella "tabula alimentaris" riferibile alla disposizione di Traiano imperatore, per soccorrere di viveri fanciulli e fanciulle, si trovano altri nomi liguri con la stessa terminazione.
Zanardello Tito, in alcune sue memorie, tentò di mostrare l'espansione dei nomi con tale suffisso ligure e anche di altri similmente liguri non soltanto in Italia, ma ancora nell'antica Gallia compreso il Belgio e calcola, seguendo Giovanni Flechia (1811-1892), che il numero dei nomi italiani col suffisso -sco in alta Italia supera 250; e simili forme si sono trovate nella valle della Magra, nella Garfagnana e altrove.
Abbiamo nomi etnici Volsci, Osci o Opsci, poi Graviscae, città tenuta dagli Etruschi, Falisci, un popolo o una tribù Japuzkum o Iapuscum delle Tavole icuvine; e poi Vescellium in Arpinia, Pollusca nel Lazio, Trebula Mutuesca nell'Umbria, Fiscellus, monte ai confini dell'Umbria, ed altri altrove. Poi ancora abbiamo il nome di Etrusci e Tusci, che adoperarono i Romani e dopo gl'Italiani e altri.
Altri suffissi:
-la, -lla, -li, -lli, come in Atella, Abella, Sabelli, Trebula, Cursula;
-ia, -nia, -lia, come in Aricia, Medullia, Faleria, Narnia;
-ba, come in Alba, Norba;
-sa, -ssa, come in Alsa, Suasa, Suessa, Issa;
-ca, come in Benacus (Benaca), Numicus (Numica);
-na, come in Artena, Arna, Dertona, Suana;
-ma, come in Auxuma, Ruma, Axima, e forse anche Roma;
-ta, -sta, come in Asta, Segesta, Lista;
-i, come Corioli, Volci o Volsei.

A proposito della radice Alb, è interessante ciò che è tratto da: http://www.unior.it/userfiles/workarea_477/LZ6%20Perono_pp102_128.pdf
che motiverebbe la successiva fusione dei Liguri con le popolazioni Celtiche.
La famiglia toponimica paleoligure di Alba, connessa a idronimi paleoeuropei in Alb- e, apofonicamente, al tipo Olb- (anche Orb- in area ligure), non rappresenta una formazione diretta sull’aggettivo indoeuropeo albho- ‘bianco’, ma, insieme a questo, continua un radicale pre-protoindoeuropeo Hal-bh- ‘acqua’ attestato anche dal sumerico halbia, (accadico halpium, ‘sorgente, massa d’acqua, cavità d’acqua’) ed è ulteriormente analizzabile come ampliamento della radice protoindoeuropea Hal- ‘nutrire’. Simile diffusione ha la base indoeuropea HwaH-r- ‘acqua’. Alcuni toponimi e idronimi di area ligure (l’area linguistica e culturale di formazione di nomi quali Olbicella, appunto) e delineando l’esistenza di una “famiglia” di denominazioni di luoghi che ci piace definire(sulla base del radicale non solo indoeuropeo che è all’origine della loro formazione) “città d’acqua”.
Esistono prove di elementi comuni, sia pure remoti (già dalla fase indoeuropea), in ambito culturale e linguistico, tra gli antichi Liguri e gli abitanti (ad essi contemporanei) dell’Europa occidentale storicamente noti, almeno in parte, come Celti.
Una macroscopica similitudine toponimica riguarda la Britannia (forse solo quella meridionale, in origine). Si ritiene (e l’ipotesi è assai convincente)che Albiōn ,il nome di origine ancestrale della Britannia, sia connesso con le forme toponimiche liguri Albium e Album. La radice della denominazione è comune ed è,appunto, alb indoeuropeo albh.
Da Albium ed Album derivano nella toponomastica ligure antica e “contemporanea” tra gli altri, l’omologo (omofono ed omografo rispetto alla seconda forma) Album, Album, Inganum, Album, Ingaunum, Albingaunum, ‘Albenga’, Albium Intemelia ‘Ventimiglia’, Albuca (nelle Gallie ed in Aquitania), Alba in provincia di Cuneo, Alba Heluorum in Provenza, Alba, attuale Arjona, in Spagna. Giacomo Devoto segnala inoltre,come di possibile ascendenza (o influenza nella formazione onomastica ligure, il toponimo di Albona, città istriana che sorge a pochi chilometri di distanza dal mare. Tutte queste denominazioni sono riconducibili direttamente alla radice alb e a una forma simplex che è Album. Ma Album non è connesso primariamente (si appurerà in seguito come si tratti di uno spostamento di significato rispetto all’originale) al latino albus, ‘bianco’. Deriva, invece, dalla radice albh che è la base, ad esempio, dell’idronimo germanico Albis, il nome del fiume Elba.
Tutti questi nomi indicano stanziamenti su canali, su fiumi o su mari, in pratica luoghi situati in prossimità dell’acqua (e anche idronimi, denominazioni, appunto, di referenti che coincidono con l’iconimo: corsi d’acqua). Quel che a noi interessa in questa sede è che come la radice albh viene a essere la base dell’idronimo Albis, nome di origine ancestrale (in quanto idronimo paleoeuropeo) del fiume Elba, così essa è la componente generativa di alcune delle numerosissime denominazioni (antiche e “contemporanee”) Olbia che denotano, come tutti i nomi formati dalla radice albh, luoghi situati su canali, fiumi o mari.
Olbia, la più antica colonia di Mileto, sul Mar Nero, ad esempio, ebbe come nome epicorico Olbia (senza varianti), derivato dalla radice albh con apofonia vocalica della [a] iniziale nel grado atimbro [o] (il radicale olbh è equivalente sul piano lessicale e derivato a livello morfofonologico dalla base albh).
Olbia si ritrova, come toponimo, in Britannia, sulla destra del fiume Bug (in Ucraina), in Provenza, in Sardegna e altrove , a latitudini moltodifferenti, dunque – in Licia e nell’Ellesponto; naturalmente, soprattutto nel caso delle colonie elleniche, è stata inevitabile una sovrapposizione motivazionale col beneaugurante aggettivo greco ólbios, (femminile olbía).
Se si resta nell’ambito di denominazioni legate alla radice albh e al significato di‘acqua’, può essere interessante ricordare che Albula, fu l’antico nome del fiume Tevere
Albiōn, il nome di origine ancestrale della Britannia, viene a denotare, dunque, la grande isola sul Canale della Manica, un locus, quindi, sull’acqua e circondato dall’acqua.
La ricostruzione albh (con bh richiesta dal germanico b/inAlbiz, ‘Elba’) non è tuttavia l’unica presa in considerazione nella glossografia.
Giovanni Semerano, tra gli altri sostenitori dell’origine della radice alb da una famiglia linguistica non indoeuropea (nella teoria dell’Autore questo è postulato per definizione, dato che viene rifiutata
l’esistenza stessa dell’indoeuropeo), propone una derivazione dall’antichissima voce accadica alpium a sua volta dal sumerico "albia", ‘sorgente’,‘massa d'acqua’,‘cavità d'acqua’. Questa forma si sarebbe poi trasferita nel sistema toponimico delle lingue “indoeuropee”, da un lato mantenendosi immutata nella radice "alb".

Alcuni linguisti hanno trovato traccia, nel linguaggio degli antichi Liguri, di tre impatti culturali in successione:
- un contatto con elementi Indoeuropei (III millennio a.C.), parlanti una lingua ancora non specializzatasi nelle varie lingue indoeuropee note, che portò i Liguri ad essere essi stessi Proto-Indoeuropei, parlanti un miscuglio delle due lingue;
- un contatto con elementi Proto-celtici (II millennio a.C.), parlanti una forma arcaica di celta, anche se i Liguri riuscirono a mantenere ancora parte della lingua antico-ligure;
- un contatto con elementi celtici o celtizzati (dal 1000 a.C. in poi), che portò alla quasi scomparsa delle reminiscenze linguistiche antico-liguri.
Secondo il linguista Villar, in epoca romana la Liguria presentava per lo meno cinque strati ben identificati: latino, gallico, lepontico, antico europeo e pre-indoeuropeo.
L'etnia Ligure rimase identificabile anche dopo la conquista romana: quest'ultimi chiamavano "Liguri dai capelli lunghi" (Ligures comati) la popolazione stanziata nelle zone più montuose della Liguria e dell'Appennino tosco-emiliano. Nelle Alpi Marittime molte tribù si manterranno a lungo ostili ai Romani, continuando ancora a chiamarsi a questo mondo (Ligures capillati) al tempo di Augusto.
L'etnia Ligure si dissolse nella "cittadinanza romana", con il progredire della romanizzazione nei territori conquistati.

Celtizzazione dei Liguri - E' assodato che ad un certo punto della storia, i Liguri si siano confrontati con i popoli celtici e ne abbiano assorbito (almeno in parte) la cultura.
Vi sono però, da parte degli studiosi, diverse interpretazioni, che variano tra due tesi estreme:
- a partire dalla metà del II millennio a.C., popolazioni protoceltiche si infiltrarono nell'Italia settentrionale e nella Francia meridionale, fondendosi gradualmente con le varie tribù liguri fino a che, all'arrivo dei romani, non vi erano più differenze significative tra Galli e Liguri, ma solo diverse tribù unite da relazioni di parentela e da motivi geografici.
- a partire dalla metà del II millennio a.C., popolazioni protoceltiche si espansero nell'Italia settentrionale e nella Francia meridionale, cacciando le varie tribù liguri; quest'ultimi, rifugiatisi in un'area ristretta, sopravvissero come popolo autonomo, anche se i continui contatti commerciali finirono per "celtizzarne" pesantemente usi e costumi.
Cultura di Golasecca: bacile di
Castelletto Ticino. Clicca
sull'immagine per ingrandirla.
Due sembrano comunque essere i punti fermi:
- nelle aree "liguri", prima del XIV secolo a.C., vi era una cultura che praticava l'inumazione dei morti,
- poi, a partire dalle zone più settentrionali, pian piano si riscontrano sempre più incinerazioni, finché quest'ultima finì per essere la più praticata; all'arrivo dei romani, i Liguri avevano la stessa cultura materiale (gioielli, utensili, armi) dei Galli.
Le evidenze archeologiche delle necropoli ticinesi indicano una successione di culture (Scamozzina-Canegrate-Protogolasecca-Golasecca) che trovano successivamente dei paralleli nelle necropoli liguri, pur con delle loro varianti. Questa evoluzione stilistica e temporale sembra avere una direzione di propagazione nord-sud, e si protrae dal XIV al IV secolo a.C.
Cartina dell'Europa intorno
al 500 a.C.: le città e le vie
dell'Ambra, in nero e rosso, i siti
di rinvenimento di Ambra in rosso.
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D'altronde sappiamo che i greci distinguevano i Liguri dai Celti, e che gli stessi Liguri non si ritenevano Galli.
Secondo i più, la chiave per la giusta interpretazione potrebbe essere proprio nel commercio. I Celti avevano bisogno di una via commerciale per il mediterraneo e l'Italia centro-meridionale. 
Ceramiche antiche del nord Italia: ceramiche dei
protoCelti delle culture di Canegrate e Golasecca,
ceramiche dei Liguri risalenti all'XI secolo a.C.,
ceramiche delle civiltà di Villanova e d'Este.
I Liguri avrebbero potuto essere dei buoni partner, tanto più che da millenni era attiva una via per il commercio dell'ambra e loro stessi praticavano del commercio marittimo.
Dall'altra, alcuni ritengono che i Liguri fossero piuttosto arretrati dal punto di vista tecnologico e il commercio con i celti gli avrebbe dato la possibilità di mettere le mani su oggetti fuori dalla loro portata, anche se non si spiegherebbe come mai i creatori di manufatti in ceramica in stile ligure e fondatori della civiltà metallurgica di Tartesso fossero così arretrati rispetto ai Celti. C'è chi pensa che questo sia stato lo stesso meccanismo che ha permesso (nei secoli successivi) ai liguri di possedere anche dei manufatti etruschi e greci d'alto pregio.
Carta delle prime culture Celtiche in Europa: Proto-Golasecca
nel XII sec. a.C., Hallstatt nell'VIII sec. a.C., La Tène nel IV -
V sec. a.C. Clicca sull'immagine per ingrandirla.
Infine, in alcune necropoli sono state ritrovate ricche sepolture spiccatamente celtiche, assieme ad altre più modeste e con un particolarità locali; questo ha fatto ipotizzare che negli empori liguri vi fossero dei veri e propri "agenti di commercio" di tribù celtiche (si è arrivati ad ipotizzare che originariamente Chiavari fosse un emporio a tutti gli effetti celta).

La nascita stessa della cultura definita poi "Celtica", che si riteneva originata ad Hallstatt, in Austria, è da ricollocarsi invece a quella definita Proto-Golasecca nel XII secolo a.C., preceduta dalla cultura protoceltica di Canegrate.
Per il post "Cultura di Golasecca", clicca QUI.
Per il post "Celti: storia e cultura", clicca QUI.

Assistiamo quindi all'evoluzione delle caratteristiche liguri nelle forme che caratterizzeranno la celticità, che a sua volta concorrerà a contraddistinguere la cultura gallica.

I Celti in Europa: nascita della loro cultura nel XII sec.  a. C. a Golasecca,
e successive espansioni. Clicca sull'immagine per ingrandirla.

I diversi tipi di alfabeto utilizzati nell’Italia settentrionale furono:
- alfabeto di Lugano o leponzio dai Leponzi,
- alfabeto di Sondrio o camuno dai Camuni,
- alfabeto di Bolzano o di Sanzeno dai Reti,
- alfabeto di Magrè dai Reti,
- alfabeto Venetico d'Este dai Venetici, gli antichi Veneti.
I caratteri degli alfabeti nord-Italici, presi e trasformati dall'alfabeto etrusco, daranno alle popolazioni germaniche lo spunto per creare l'alfabeto runico, anche se alcuni studiosi pensano che l'alfabeto etrusco discenda dal retico-runico o dal runico, come altri esperti germanici sostengono. 
L'aspetto che più colpisce delle Rune è il fatto che durante la fase di sviluppo autoctono abbiano totalmente rivoluzionato il sistema alfabetico e fonetico italico, applicando ad esso addirittura un altro ordine. Questo, in ambito scrittorioè un fatto rarissimo, se non addirittura unico nel suo genere.

Elmo Lepontico
di Giubilasco
- I Leponzi si erano insediati nelle Alpi Centrali e si erano diramati a nord verso le sorgenti del Rodano e del Reno e a sud verso il lago di Como e la Val d'Ossola. Melano, con Rovio (nel Canton Ticino) costituiva la capitale dei Leponzi, e lì sorgeva il Medhelanon. I Medhelanon dei Celti erano centri religiosi,
Carta con l'ubicazione dell'antica
Melano. Clicca per ingrandire.
amministrativi, militari e commerciali, che fungevano da capitali, anche se di fatto si presentavano come delle radure nel bosco: eventuali costruzioni erano precarie. Il relativo centro abitato poteva trovarsi nei dintorni, ma talvolta era più lontano.
Melano sorge su un ramo del lago Ceresio, presso la strada che unisce Como a Lugano. Ad un miglio di distanza, in località Castelletto, sui contrafforti del Monte Generoso, c’è un’area ellittica con asse minore in direzione N-NE, dove sorge un santuario mariano, (Madonna del Castelletto) che sembra tramandare la memoria di un’antica radura dei Celti.
Melano è sorta sull’importante Strada degli Scambi Commerciali che nel V secolo a.C. scendeva dai valichi alpini, passava per Como, raggiungeva Forcello (Mantova) e il porto di Spina, sull'Adriatico, nei pressi dell'attuale Comacchio.
Lungo questa via transitavano ricchi manufatti, diretti verso i Celti transalpini: i loro prìncipi erano i maggiori acquirenti dei bronzi etruschi e dei vasi attici.
Nel senso opposto viaggiavano le materie prime ed in particolare lo stagno, indispensabile per produrre armi ed altri oggetti in bronzo. Quando questi commerci raggiunsero l’apice, nel quinto secolo a.C., arricchirono anche le località di transito, come Como.
La strada cominciò a perdere interesse solo dopo gli eventi del quarto secolo a.C., che alterarono profondamente l’aspetto geopolitico.
Dai reperti scoperti ad Est del fiume Ticino, emissario del Lago Maggiore, si evince che l’area prealpina era già conosciuta fin dal Neolitico, e qui fiorirono la cultura di Canegrate dal XIII sec. a.C. e di Golasecca dal XII sec. a.C.
La lingua delle popolazioni dell'età del Ferro nell'aerea della civiltà di Golasecca è conosciuta in modo molto frammentario, ed è stata classificata diversamente secondo gli autori e del progredire degli studi: ligurecelto-ligureleponziaceltica o gallica.
Il termine leponzio o lepontico è stato introdotto perché nel territorio del Cantone Ticino e della Valle dell'Ossola le fonti antiche riportarono la presenza del popolo dei Lepontii, il cui nome sopravvive in quello odierno della Val Leventina o (Lepontina). Le testimonianze dirette della lingua dei Lepontii e delle genti che secondo le fonti romane abitavano l'area della civiltà di Golasecca (Orobii o Oromobii, Laevi, Marici, Insubres) prima delle invasioni galliche, sono costituite dalle iscrizioni rinvenute su ceramiche o nel caso del Sotto Ceneri e di Como anche su pietra, redatte in un alfabeto derivato dall'etrusco arcaico.

Alfabeto Lepontico,
o di Lugano. Clicca
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Alfabeto di Lugano o Lepontico da: http://menhir-ticino.webs.com/alfabetoliticolugano.htm
La maggior parte dei ritrovamenti consiste in epigrafi contenenti testi redatti in un alfabeto detto "di Lugano" o anche, a volte, "etrusco di tipo settentrionale".
L'importanza di questo alfabeto è testimoniata dal suo secolare utilizzo, anche dopo la conquista romana.
Dalle epigrafi risulta uno sviluppo in due fasi:
- In una prima fase, risalente ai secoli VI-V a.C., l'alfabeto comprendeva 19 lettere, con caratteri tipici di un alfabeto etrusco arcaico. Sono presenti il segno del digamma (v), il theta circolare puntato e tre segni per la sibilante sorda: san a farfalla (s), sigma a tre tratti e sigma a quattro tratti (s). A differenza dell'alfabeto etrusco è usata anche la vocale "o". Inoltre era caratterizzato dal theta puntato e dal digamma (una "v") oltre che dalla lettera "A" tracciata come nell'alfabeto etrusco.
- Questi caratteri si perdono in una fase successiva (secoli III-I a.C.) in cui il leponzio fu usato per trascrivere il gallico. Si osserva infatti la scomparsa del digamma e del theta, mentre la A assume la forma di un digamma inclinato. Quando sia avvenuto il passaggio dell'uno all'altro alfabeto, non è ancora del tutto chiaro, poichè le iscrizioni databili al pieno IV e al III secolo a.C. sono estremamente rare.
Alcune note velocissime: le lettere K, T e P sono scritte in maiuscolo, perché il Lepontico non distingueva tra occlusiva sorda e sonora, per cui K può rappresentare "k" o "g", P può rappresentare "p" o "b", T può rappresentare "t" o "d"; la lettera "ś" (il "segno a farfalla") è la seconda sibilante del Lepontico (oltre alla "s") e si pensa che il segno relativo alla lettera "z" si debba leggere con un suono in area "d":
Dall'abitato protostorico dei dintorni di Como provengono oltre un centinaio di ceramiche iscritte databili al periodo Golasecchiano III A (V-inizi IV secolo a. C.), ma purtroppo quasi tutte mutile per lo stato frammentario di conservazione. Queste iscrizioni recano di norma nomi in caso nominativo (ad es. "alios" su un bicchiere di Civiglio) o genitivo (ad es. "plioiso" su due ciotole da Rondineto e da Camerano).
Si tratta quindi di iscrizioni di possesso. A volte i nomi sono abbreviati o con semplici lettere iniziali (ad es. "pe", "al") oppure con la notazione delle sole consonanti (ad.es. "prn" su una ciotola di Brunate). Dallo scavo di via Isonzo (area IAPC), proviene un frammento di ciotola con una serie alfabetica parziale, limitata alle prime tre lettere "a,e,v".
In questo caso è evidente il valore magico e simbolico attribuito all'alfabeto da popolazioni in cui la scrittura era appannaggio di un gruppo molto ristretto della società. Qui è palese il riferimento ai segni dell'alfabeto Retico dei Retii abitanti nella regione svizzera dei Grigioni, confinante con il Cantone Ticino, ecco perchè viene anche detto l'alfabeto di Lugano, inoltre alcuni segni di tale alfabeto sono identici ai segni runici o Rune, utilizzate nelle divinazioni dalle popolazioni germaniche, più o meno della stessa era e sempre incise su pietra.
Valore forse anche apotropaico, sottolineato dall'associazione con il numero tre.
L'aggettivo apotropaico (dal greco, apotrépein = "allontanare") viene solitamente attribuito ad un oggetto o persona atti a scongiurare, allontanare o annullare influssi maligni. Si parla ad esempio di monile apotropaico, rito o gesto apotropaico, e generalmente i simboli e gli oggetti di questo tipo condividono la comunanza nell'allontanamento da qualcosa, intesa spesso come "tenere a distanza".
Si può intendere come suo sinonimo anche l'atto dello scongiurare, come ad esempio i riti apotropaici che venivano riservati ai generali in trionfo dell'antica Roma.
Si incontrano oggetti apotropaici anche in ambito filosofico: Nietzsche sosteneva, ad esempio, che il senso del pudore esiste ovunque vi sia un mistero, e che in questo caso la "funzione apotropaica" del pudore sia appunto allontanare la paura dell'oggetto misterioso.
Apotropaica era anche la funzione del Lamassù, statua dal corpo di un toro alato e volto umano che veniva posta alle porte di Babilonia.
L'uso di segnare manufatti con le tre prime lettere dell'alfabeto è ampiamente attestato presso gli Etruschi, ma si trova perfino ad Atene in età geometrica.

Stele di Prestino, scritta nell'alfabeto Lepontico, o di Lugano
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Al periodo Golasecca III A (V secolo a.C.) risale l'importantissima iscrizione di Prestino incisa in una grafia esemplare su una trave di arenaria lunga 3,75 m., scoperta nel 1966 nel settore SW dell'abitato protostorico.  
Nella famosa stele di Prestino, sede dell'antica Comum (Como), si legge: “UVAMOKOZIS PLIALE U UVLTIAUIOPOS ARIUONEPOS SITES TETU”.
Non vi sono traduzioni specifiche di questo testo, tuttavia si potrebbe dedurre, capire od interpretare due degli etimologhi come nomi di dei o divinità: UVLTIAUIOPOS e ARIUONEPOS.
A questa iscrizione sono da ricollegare per i caratteri paleografici altre iscrizioni su pietra, come una recentemente scoperta a Mezzovico (in CH) nel Sotto Ceneri e quella di Vergiate (VA). La lingua di queste più antiche iscrizioni "leponzie" è concordemente ritenuta celtica dagli studiosi (M. Lejeune, A.L. Prosdocini, C. de Simone, G. Colonna). Si tratta di uno strato linguistico celtico pre-gallico, ovvero anteriore all'invasione gallica del 388 a.C. e dalle recenti ricerche individuato anche come una componente del ligureLigure e Leponzio, quindi, farebbero parte di un area linguistica caratteristica dell'Italia nord-occidentale inserite nel più vasto quadro della famiglia delle lingue celtiche. Le iscrizioni leponzie più recenti, del I secolo a.C., mostrano le caratteristiche di una lingua gallica, certamente accentuate dagli intensi contatti e scambi culturali con le tribù galliche che hanno occupato la pianura padana. Ad es. il vaso a trottola di Ornavasso, databile al periodo LT D, si legge "Latumarai Sapsutaipe vinom nasom" da tradurre "Latumaro Sapsuteaque vinum Naxium". Latumaros è un nome gallico che significa "grande"; la congiunzione "-pe" corrisponde al latino "-que" e mostra il passaggio da "kw”" a "p", tipico del gallico continentale e dell'osco/umbro, a differenza del celtico insulare e del latino in cui permane l'originaria velare indoeuropea. (Raffaele De Marinis)

La Val Camonica, lungo il fiume
 Oglio che nasce sul passo del
Tonale, si prolunga fino al Lago
d'Iseo, formato dal fiume stesso: è il
territorio degli antichi Camuni.
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- I Camuni erano una popolazione che abitava l’attuale Val Camonica, che da loro prende il nome, sottomessa dai Romani nel 16 a.C. con la spedizione militare di Publio Silio contro le popolazioni alpine.
Il loro nome appare per secondo, subito dopo quello dei Trumplini, tra le gentes Alpinae devictae nell’iscrizione del Tropaeum Augusti a La Turbie, presso il principato di Monaco, il cui testo è riportato integralmente da Plinio il Vecchio (Nat. hist., III, 134). I Camunni sono considerati, insieme ai Trumplini e agli Stoeni, questi ultimi abitanti delle Giudicarie, “gentes Euganee” (ed in questo caso, Liguri) da parte di Plinio sull’autorità di Catone (Nat. hist., III, 133-34) mentre Strabone (IV, 206) li considera di stirpe Retica.
Alfabeto Camuno
di Sondrio. Clicca
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Dal punto di vista archeologico, la Val Camonica appare durante la seconda età del Ferro (V-I sec. a.C.) al centro di un’area culturale, comprendente anche la Valtellina, la Val Trompia, la Val Sabbia e le Giudicarie, caratterizzata dalla ceramica tipo Breno-Dos dell’Arca, il cui tipo più significativo è una foggia di boccale a base svasata e con parete piatta o rientrante dalla parte dell’ansa, e da iscrizioni su ceramica e pietra in alfabeto di Sondrio, il significato delle quali rimane ancora oggi del tutto oscuro.  
Con l’alfabeto retico di Bolzanoquello di Sondrio o Camuno condivide l’assenza della vocale "o", come nell'Etrusco. Pur presentando aspetti comuni o affini, in questo periodo il territorio della cultura tipo Breno-Dos dell’Arca si differenzia in maniera precisa dall’area culturale di Fritzens- Sanzeno, che certamente corrisponde al Paese dei Reti. È probabile quindi che la notizia di Plinio sia quella giusta e che la cultura tipo Breno-Dos dell’Arca debba essere attribuita agli Euganei. Per quanto riguarda la prima età del Ferro, l’estrema lacunosità delle fonti non consente di delineare un quadro culturale preciso. Gli oggetti sporadici, per lo più di bronzo, mostrano affinità con i tipi diffusi nell’ambiente alpino centro-orientale, in particolare nell’area culturale di Luco e Meluno. I riti funerari sono scarsamente conosciuti. I pochi documenti, come la piccola necropoli di Breno del V-IV sec. a.C., alcune tombe di Castione della Presolana e due tombe di Capo di Ponte del I sec. a.C. - I sec. d.C. attestano il rito dell’inumazione.
La documentazione più importante per conoscere la civiltà dei Camuni dell’età del Ferro è senza dubbio l’arte rupestre della Val Camonica. Il IV stile copre tutto l’arco cronologico dell’età del Ferro e si può suddividere in cinque fasi: IV-1, caratterizzata da uno stile geometrico-lineare e databile all’VIII sec. a.C.; IV-2 o stile protonaturalistico, databile al VII-VI sec. a.C.; IV-3 o stile naturalistico (V-IV sec. a.C.); IV-4 (IVIII sec. a.C.) e IV-5 o stile decadente, databile al II-I sec. a.C. I principali soggetti raffigurati sono scene di caccia al cervo da parte di cavalieri armati di lancia e con l’ausilio dei cani, scene di duello, scene di parate militari con esibizione delle armi e della virilità e inoltre raggruppamenti di capanne, scene di attività artigianali (fabbro, tessitura), composizioni di armi, motivi simbolici (impronte di piedi, figure di palette, labirinti, la “rosa camuna”), iscrizioni.
Carta dei territori dei Leponzi, Camuni, Reti, Euganei,
Venetici e Carni. Clicca  sull'immagine per ingrandirla.
Dopo la conquista romana, la tribù dei Camuni fu attribuita probabilmente a Brescia. Il capoluogo della valle prese il nome di Civitas Camunnorum, centro che gradualmente assimilò il modello urbano romano, con un’area pubblica destinata ad accogliere terme, teatro e anfiteatro, quest’ultimo scoperto nel 1984-85. Nella vicina Breno, nel corso del 1986, è stato scoperto un santuario dedicato a Minerva, che ha restituito una statua della dea di marmo di Carrara. A seguito della conquista romana i Camuni adottarono gli usi romani anche nel campo dei riti funerari e si diffuse quindi la cremazione. Necropoli a cremazione sono state scoperte a Breno, Cividate Camuno e Borno.

- I Reti erano una antica popolazione stanziata nelle Alpi centro-orientali, inserita nel contesto culturale di Fritzens-Sanzeno, che aveva come epicentro il Trentino e il Tirolo, sviluppandosi fino all'Engadina, nel Canton Grigioni, in Svizzera.
Carta con i territori dei Leponzi, Trumplini, Tridentini, Stoni,
Euganei, Reti, Vindelici, il Norico; le Alpi Centrali e Orientali
con i territori limitrofi. Clicca sull'immagine per ingrandirla.
Secondo lo storico romano Plinio il vecchio essi erano divisi in vari gruppi, riconducibili però a una unica entità etnico-culturale di origine etrusca; questa molteplicità di comunità pone serie difficoltà agli studiosi nel delineare con precisione l'area da loro occupata.
A seguito della conquista dell'arco alpino effettuata sotto l'imperatore Augusto tra il 15 e il 16 a.C. i popoli retici furono sottomessi a Roma, e successivamente inseriti nella provincia di Rezia.
Lo storico latino Plinio il Vecchio (23-79 d.C.) fa derivare il nome Reti dal re eponimo "Reto", comandante delle popolazioni etrusche che, stanziate nell'area padana, furono costrette a riparare sui monti alpini dall'arrivo dei Galli. Secondo lo storico latino Tito Livio (59 a.C. - 17 d.C.) i Reti discenderebbero dagli etruschi, ritirati sull'arco alpino a seguito delle invasioni celtiche nel nord Italia.
Il primo uso del termine "retico" risale a Catone il censore (234-149 a.C.), che lo utilizzò per descrivere un vino pregiato.
Lo storico greco Strabone (58 a.C.-25 d.C. circa) descrive i Reti associandoli ai Vindelici, collocandoli tra Elvezi e Boi sopra "Verona e Como"; precisa inoltre che alla "stirpe retica" appartengono sia i Leponzi che i Camuni (ed in questo caso, quindi, Liguri):
« Vi sono poi, di seguito, le parti dei monti rivolte verso oriente e quelle che declinano a sud: le occupano i Reti e i Vindelici, confinanti con gli Elvezi e i Boi: infatti si affacciano sulle loro pianure. Dunque i Reti si estendono sulla parte dell'Italia che sta sopra Verona e Como; e il vino retico, che ha fama di non essere inferiore a quelli rinomati nelle terre italiche, nasce sulle falde dei loro monti. Il loro territorio si estende fino alle terre attraverso le quali scorre il Reno; a questa stirpe appartengono anche i Leponzi e i Camunni. I Vindelici ed i Norici invece occupano la maggior parte dei territori esterni alla regione montuosa, insieme ai Breuni e ai Genauni; essi appartengono però agli Illiri. Tutti questi effettuavano usualmente scorrerie nelle parti confinanti con l'Italia, così come verso gli Elvezi, i Sequani, i Boi e i Germani. Erano considerati più bellicosi dei Vindelici i Licatti, i Clautenati, e i Vennoni; dei Reti i Rucanti e i Cotuanti. » (Strabone, Geografia, IV, 6.8)
Nel libro VII, sempre Strabone descrive il territorio dei Reti, che si trova a cavallo delle Alpi tra il lago di Costanza e le terre degli Insubri in Italia:
« I Reti toccano per poca parte col loro territorio il lago (Lago di Costanza), mentre la maggior parte ricade sotto gli Elvezi, i Vindelici e il gruppo dei Boi. Tutti, fino ai Pannoni, ma in special modo Elvezi e Vindelici, abitano gli altipiani. I Reti ed i Norici si estendono dai passi delle Alpi fino verso l'Italia, confinando i primi con gl'Insubri, i secondi con i Carni e le terre d'Aquileia. » (Strabone, Geografia, VII, 1.5)
Alfabeti Retici
di Magrè e Bolzano.
Clicca sull'immagine
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Lo storico latino Plinio il Vecchio (23-79 d.C.) nella sua Storia naturale ricorda che "Feltre, Trento e Belluno sono centri dei Reti, e Verona è dei Reti e degli Euganei; « Con loro (i Norici) confinano i Reti e i Vindelici, tutti divisi in molte comunità. Si ritiene che i Reti, discendenti degli etruschi, condotti da Reto, furono scacciati dai Galli. » (Plinio il Vecchio, Naturalis historia, III, 133)
Durante l'età del ferro, soprattutto dal VI secolo a.C., si afferma nell'area tra il Tirolo ed il Trentino la cultura di Fritzens-Sanzeno, che perdurerà fino alla conquista dell'area da parte di Roma, nel I secolo a.C., che segnerà appunto la fine di quest'epoca.
Dal VI secolo a.C. si segnala anche una significativa influenza etrusca nel nord-Italia, ponendosi di fatto come cultura mediatrice tra le popolazioni mediterranee e quelle transalpine. Il territorio della valle dell'Adige si presentava come la via più breve per giungere oltralpe, attraverso i due passi della Resia e del Brennero.
Tra la fine del V e l'inizio del IV secolo le popolazioni celtiche si insediano nella pianura Padana; tra i vari gruppi quello dei Celti Cenomani s'inserisce tra il fiume Oglio ed Adige, sostituendo gli etruschi nei traffici con i Reti.
Nelle antiche descrizioni i Reti appaiono come un popolo portato alla guerra e selvaggio, che non perdeva occasione per effettuare scorrerie ed attacchi verso i fondovalle già romanizzati. D'altro lato essi stessi erano visti come un ostacolo al transito tra i versanti nord e sud delle Alpi, in quanto obbligavano al pagamento di pedaggi e assalivano convogli. Si suppone che queste descrizioni siano state volutamente enfatizzate per giustificare la conquista delle Alpi da parte dei romani.
I siti archeologici più importanti sono Sanzeno e Mechel in val di Non, il Doss Castel, il castelliere sul Col de Pigui nei pressi di Mazzin, e Laives: per tali insediamenti è possibile parlare di strutture protourbane.
Si definisce Cultura di Fritzens-Sanzeno la cultura materiale retica, che prende il nome da queste due località (l'una nella valle dell'Inn e l'altra in Val di Non), che andò a sovrapporsi alle precedenti Cultura di Luco-Meluno e cultura di Hallstatt.
La scrittura retica, la cui comparsa è collocata attorno al 500 a.C., presenta un forte influsso etrusco, se non una vera e propria derivazione.
Analizzando numerose iscrizioni rinvenute nel territorio retico, sono state distinte quattro varianti grafiche: gli alfabeti di Lugano, Sondrio-Valcamonica, Bolzano-Sanzeno e Magrè.
Con l’alfabeto retico di Bolzanoquello di Sondrio o Camuno condivide l’assenza della vocale "o" come nell'Etrusco.
I Reti, sebbene con modalità diverse e più articolate, condivisero con i Venetici l'adozione dell'alfabeto etrusco. Un'ipotesi è che le lingue dei popoli retici, avessero una base comune non indoeuropea ma, come nel caso dei Leponti, Ligure, sulla quale si è innestato un ceppo di derivazione etrusca.
Nel 1960 Osmund Menghin ha avanzato l'ipotesi che i Reti non fossero una popolazione, quanto invece un "gruppo di culto", a cui si associa, per assonanza, il culto della divinità Reitia.
Statuetta della dea Reitia.
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A proposito delle divinità dei Reti è immediato il riferimento innanzitutto alla dea Reitia che veniva venerata nel santuario di Baratela a Este verso Padova, un centro della cultura venetica. Nato alla fine del VII secolo a.C., sotto l'influsso religioso etrusco, fu frequentato fino al II-III secolo d.C.
Si presume che Reitia non fosse il nome proprio della divinità, ma un attributo caratteristico di una dea, che presenta molti tratti in comune con la dea greca Artemide – Diana e che sarebbe concepibile come dea madre della fertilità, della guarigione e dell'al di là.
Difficile dire se le figure femminili stilizzate, le cui braccia terminano con una testina di cavallo o di uccello, rappresentino la dea Reitia.
Altrettanto problematico è appurare se le popolazioni alpine siano state denominate Reti proprio in base alla loro venerazione per la dea Reitia. In ogni caso nell'età Romana è epigraficamente documentata in Valpolicella la presenza di un sacerdote che presiedeva ai "riti Reitiae" (riti della dea Rezia).
A Sesto alcune iscrizioni menzionano la divinità Ierisna, simile ad Era o ad una dea delle stagioni e dei prodotti della terra.

- I Veneti, a volte indicati anche come Venetici, antichi Veneti o Paleoveneti per distinguerli dagli odierni abitanti del Veneto, erano una popolazione indoeuropea che si stanziò nell'Italia nord-orientale dopo la metà del II millennio a.C. e sviluppò una propria originale civiltà nel corso del millennio successivo.
I linguaggi nella penisola Italica dal VII sec. a.C.
al III sec. a.C. Clicca sull'immagineper ingrandirla.
Il nome "Veneti" ricorre frequentemente nelle fonti classiche. 
Erodoto ricorda gli Eneti tra le tribù illiriche, probabilmente 
- i nostri Veneti italici; 
nell'Europa centrale Tacito localizza i Veneti, o Venedi e Venedae, distinguendoli dai Sarmati, riferendosi agli 
- Slavi Venedi-Sclavini; 
Pomponio Mela cita 
- il lago di Costanza come Venetus lacus, poi
- i Venetulani, un popolo laziale scomparso citato da Plinio. 
Vi sono inoltre 
i Veneti Celti, della Bretagna francese, battuti poi da Giulio Cesare.
La frequenza di questo etnonimo in diverse aree europee non va però spiegata con ipotetici legami storici e linguistici tra i diversi popoli che ne hanno fatto uso, quanto piuttosto con un'uguale derivazione, più volte ripetuta in modo 
Reperto venetico di provenienza egea.
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indipendente, dalla medesima radice indoeuropea “wen” (amare).
I Veneti (wenetoi) sarebbero pertanto gli "amati", o forse gli "amabili", gli "amichevoli".
Nel periodo antico i Venetici avevano rapporti culturali con la Civiltà villanoviana, con l'Egeo e l'Oriente, e successivamente anche con gli Etruschi.
Caso unico tra i popoli dell'epoca nell'Italia settentrionale, si può stabilire l'identità tra la popolazione attuale e la cultura degli antichi, in questo caso i paleo-Veneti; è possibile infatti attribuire una precisa cultura materiale e artistica nel loro territorio di stanziamento, la Venezia.
Carta dell'antica Venetia, X Regio romana.
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Questa cultura si sviluppò durante un lungo periodo, per tutto il I millennio a.C., anche se nel tempo subì diverse influenze. Di questa popolazione e identità la documentazione archeologica è particolarmente ricca. I Veneti si stanziarono inizialmente nell'area tra il Lago di Garda ed i Colli Euganei; in seguito si espansero fino a raggiungere confini simili a quelli del Veneto attuale, anche se bisogna considerare che la linea di costa del Mar Adriatico era più arretrata rispetto ad oggi. Secondo i ritrovamenti archeologici (che concordano anche con le fonti scritte), i confini occidentali del loro territorio correvano lungo il Lago di Garda, quelli meridionali seguivano una linea che parte dal fiume Tartaro, segue il Po e raggiunge Adria, lungo il ramo estinto del Po di Adria, mentre quelli orientali giungevano fino al Tagliamento. Oltre tale fiume erano insediate genti di ceppo illirico, anche se fino all'Isonzo la presenza veneta era tanto forte che si può parlare di popolazione veneto-illirica.
I confini settentrionali erano invece meno definiti e omogenei; il territorio veneto risaliva soprattutto i fiumi Adige, Brenta e Piave verso le Alpi, che fungevano comunque da confine naturale. La presenza veneta sulle Alpi è attestata soprattutto nelle Dolomiti del Cadore, a Lagole.
Alfabeto
Venetico d'Este.
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La ricerca moderna, in questo modo, si è trovata in sostanziale accordo con quanto sostenuto già dalla storiografia latina: i Veneti condividono con i Latini una comune origine protostorica, anche se non attraverso quel comune legame con l'Antica Grecia (e con Troia in particolare) postulato dai Romani mediante il mito di Antenore.
L'insieme indoeuropeo veneto-latino si era formato come gruppo a sé in un'area dell'Europa centrale, probabilmente ubicato entro i confini dell'odierna Germania e parte di un vasto continuum indoeuropeo esteso nell'Europa centro-orientale fin dagli inizi del III millennio a.C.
Da qui mosse verso sud nel corso del II millennio a.C., probabilmente intorno al XV secolo a.C.; mentre una parte di queste genti proseguì fino all'odierno Lazio (i Latini), il gruppo che avrebbe dato origine ai Veneti si insediò a nord del Golfo di Venezia e lì si attestò definitivamente.
Il venetico era una lingua indoeuropea di "tipo centum". Sulla sua relazione esatta con altre lingue indoeuropee si sta ancora indagando, ma la maggior parte degli studiosi concorda che il venetico fosse molto vicino alle lingue italiche. Ormai ampiamente confutata è la tesi ottocentesca di una sua affinità alle lingue illiriche (il cui unico ramo vivente pare sia l'albanese). Il venetico aveva circa sei o sette casi nominali e quattro coniugazioni (analogamente al latino). Sono note circa 60 parole, ma alcune sono prestiti dal latino o dall'etrusco. Molte vengono considerate di origine indoeuropea, come "fraterei" (bhraterei) = al fratello.
La civiltà o cultura Atestina o d'Este, diffusa nell'attuale territorio del Veneto e sviluppatasi tra la fine dell'età del bronzo (X-IX secolo a.C.) e l'età romana (I secolo a.C.) fu un'espressione di questa popolazione, i Venetici.
La civiltà o cultura Atestina o d'Este è una testimonianza dell'antica popolazione dei Venetici nell'Italia protostorica, diffusa nell'attuale territorio del Veneto e sviluppatasi tra la fine dell'età del bronzo (X-IX secolo a.C.) e l'età romana (I secolo a.C.) e derivata dalla precedente e più estesa cultura protovillanoviana.
Situla Benvenuti.
Essa prende il suo nome da Este in provincia di Padova, che ne fu il centro principale, ed è detta anche "civiltà delle situle", dal nome degli oggetti tipici della sua produzione, o civiltà paleo-veneta. L'economia era fondata sull'agricoltura, l'allevamento delle pecore, la pesca in acqua dolce. Si praticavano scambi con la regione villanoviana bolognese e l'Etruria, la Slovenia, il Tirolo e la regione hallstattiana. La situla Benvenuti è uno dei migliori esempi della produzione di questa cultura, con ornamenti animali (reali o fantastici), vegetali e geometrici, che dimostrano un'influenza orientale. Vi sono raffigurate anche scene con personaggi, dove si scorgono i primi intenti narrativi, con temi tipicamente locali come scene di commercio, di lotta, di vita rurale e di guerra. Le situle sono diffuse su un ampio raggio, forse a opera di artigiani itineranti in contatto con civiltà orientali più progredite, probabilmente tramite la mediazione dell'Etruria o delle colonie adriatiche della Magna Grecia o della penisola balcanica.
Cavallo Venetico.
Il cavallo, chiamato Ekvo dai Veneti antichi, animale-totem della protostoria dell'Europa, giocò nella loro cultura un ruolo di prim'ordine. Questi animali erano allevati per la loro valenza economica e come simbolo di predominio aristocratico e militare. I cavalli dei Veneti erano noti per la loro abilità nella corsa ed erano spesso riprodotti negli ex voto, nelle aree più sacre. Centinaia di bronzetti a forma di cavallo o di cavaliere su cavallo provengono dai luoghi di culto dei Veneti. Al cavallo erano riservati appositi spazi di sepoltura nelle necropoli. Il cavallo compare in vari manufatti come immagine simbolica o elemento decorativo.

L’utilizzo dell’alfabeto segna una profonda trasformazione nelle forme di comunicazione. Alla trasmissione orale, connessa alla sfera della percezione auditiva, personale e momentanea, si affianca quella della scrittura che, legata alle capacità visive, può essere anche fissata su supporti non deperibili, in grado di travalicare le dimensioni spaziotemporali.
Agli inizi del VI secolo a.C., in connessione con l’espansione commerciale e culturale degli Etruschi insediati nella pianura Padana, l’alfabeto si trasmise in più varianti alle altre popolazioni dell’Italia settentrionale raggiungendo anche quelle dell’arco alpino. Le popolazioni celtiche a nord delle Alpi, seppur coinvolte dalla circolazione di beni derivati dal mondo mediterraneo, non accolsero invece, se non occasionalmente, l’uso dell’alfabeto.
I diversi tipi di alfabeto utilizzati nell’Italia settentrionale da Veneti (alfabeto di Este o venetico), Reti (alfabeto di Bolzano o di Sanzeno), Camuni (di Sondrio o camuno) e Leponzi (di Lugano o leponzio) mostrano relazioni con diverse varietà dell’Etruria padana. Quello utilizzato nel cuore del territorio retico si avvicina al prototipo di Bologna e, pur con difformità locali, in linea di massima rispetta il modello etrusco, ad esempio nell’assenza della lettera "o".
La diffusione della scrittura, peraltro limitata a una ristretta cerchia di individui che dovevano distinguersi dal punto di vista della scala sociale, viene addebitata all'attività di ‘maestri’ (o ‘maestre’) che avrebbero insegnato in terra straniera il proprio alfabeto, introducendo segni grafici come adattamento alle esigenze della lingua locale. Le iscrizioni retiche compaiono su contenitori, strumenti, manufatti con destinazione votiva in bronzo, osso, corno, pietra ed eccezionalmente su cippi funerari.
La scrittura, connessa soprattutto alla sfera magico-religiosa, è rappresentata da un numero limitato di iscrizioni la cui brevità e carattere formulario ne ostacolano una piena comprensione.
Se gli alfabeti di Sanzeno o Retico, di Magrè e Camuno sono relativi a lingue non indoeuropeequello di Este o Venetico si associa a una lingua indoeuropea, mentre il Leponzio è considerato indice di celticità, anche se le più antiche iscrizioni lepontiche adottano una lingua non-celtica affine al ligure (Whatmough 1933, Pisani 1964).

Alfabeto Runico.
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L'alfabeto runico - C'è chi pensa che le Rune germaniche derivino da una scrittura appartenente al gruppo delle cinque principali varietà di alfabeto italico settentrionale, derivato dall'alfabeto etrusco. Tale alfabeto è conosciuto solo attraverso alcune iscrizioni che furono scoperte nell'area alpina e prealpina. Scritture simili furono usate per il Lepontico, il Retico e il Venetico, e nell'alfabeto di Lugano, alcuni segni sono identici ai segni runici o Rune, usate nelle divinazioni dalle popolazione germaniche più o meno della stessa era e sempre incise su pietra..
L'alfabeto Runico
nella sua
progressione
originale.
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Altri studiosi pensano invece che lo stesso etrusco discenda dal retico-runico o dal runico, come alcuni esperti germanici sostengono.
La parola Runa è connessa ai concetti di "segreto" e "mistero" per alludere sia alla caratteristica di comunicazione silenziosa (la scrittura in se), sia all'uso magico che se ne faceva .
E' anche possibile che le incisioni rupestri abbiano il valore di runa, ovvero non tanto in un alfabeto , ma in un segno di potenza di potenza.
Curiosa è anche la storia dei Cimbri ( zona di Asiago)
“La Storia mette in relazione la provenienza dei Cimbri dei Sette Comuni con la storia del popolo dei Cimbri, provenienti dallo Jütland in Danimarca, che emigrarono - primi tra tutti i popoli germanici - nella penisola italiana, ma furono sconfitti nel 101 a.C. dall'esercito romano di Mario. Uno sparuto numero di guerrieri Cimbri sarebbe sopravvissuto al "grande scontro" (grössen Stroach) e avrebbe trovato rifugio sulle montagne del Veneto. In questo modo si formarono i Sette Comuni (Siben Komoine) in provincia di Vicenza, per secoli Federazione indipendente, gli abitanti dei quali parlerebbero ancora l'antica lingua dei Cimbri appunto.
La Festa dei Cimbri, che si tiene ancora nei pressi di Asiago, si chiama Altazunna, che in lingua cimbrica significa “vecchio sole”, “antico sole”. Non sfuggirà, penso, a chi abbia un po' di dimestichezza con le lingue germaniche, l'assonanza con il tedesco “Alte Sonne”.
L'alfabeto runico, è detto "fuþark" (dove il segno þ corrisponde al suono th dell'inglese “think”), dalla sequenza dei primi 6 segni che lo compongono (Fehu, Uruz, Þurisaz, Ansuz, Raido, Kaunan), era l'alfabeto segnico usato dalle antiche popolazioni germaniche (come ad esempio Angli, Juti e Goti).
Le rune probabilmente derivano da una scrittura appartenente al gruppo delle cinque principali varietà di alfabeto italico settentrionale, derivato dall'alfabeto etrusco, e perciò detto "nord-etrusco" anche se la vera origine delle rune si perde nella notte dei tempi poiché esistono parecchie tipologie di alfabeti runici. Tale alfabeto è conosciuto solo attraverso alcune iscrizioni che furono scoperte nell'area alpina e prealpina.
Scritture simili furono usate per il Leponzio, il Retico e il Venetico; particolarmente simile all'alfabeto runico, e possibile esempio di passaggio tra l'etrusco e il runico, è l'alfabeto di Lugano (o di Como), particolarmente noto per la stele di Prestino. Questa iscrizione è in un dialetto celtico, sebbene presenti possibili segni di un substrato pre-indeuropeo, probabilmente ligure-leponzio; è speculativo, ma non infondato, supporre che nell'Italia settentrionale dell'età del bronzo pre celtica fossero parlate lingue agglutinanti non indeuropee, magari collegabili con le lingue tirreniche come il Lemnio e l'Etrusco, o addirittura con alcune lingue anatoliche e mesopotamiche.
Tra i ritrovamenti più recenti, lo scavo archeologico in corso ad Auronzo di Cadore sul monte Calvario, prende in esame le iscrizioni in Venetico, incise sotto forma di invocazioni, su alcune lamine in bronzo utilizzate per le donazioni durante rituali e sacrifici, e sul manico di un Simpulo ( vaso usato dai Romani nei tempi più antichi come oggetto d'uso comune, poi solo come vaso rituale, per libare il vino nei sacrifici), che attestano la formazione dell'alfabeto runico.

Manico di Simpulo, reperto dagli scavi di Auronzo di Cadore con iscrizioni in Venetico.
http://www.runemal.org/futhark

Altri esempi simili sono riscontrabili anche per le popolazioni Retiche, che abitavano a est-nord est di quelle dell'area compresa tra il Lago di Como e il Lago Maggiore, la loro lingua era molto differente (più vicina all'etrusco e alle lingue tirreniche) ma esistevano, evidentemente, scambi commerciali, guerre (Como fu rasa al suolo dai retici in epoca storica e ricostruita in pianura dai romani) e contatti culturali. L'esame delle iscrizioni dello scavo archeologico in corso ad Auronzo di Cadore sul monte Calvario sta cercando di spiegare la formazione dell'alfabeto runico. L'aspetto che più colpisce delle rune è il fatto che durante la fase di sviluppo autoctono abbiano totalmente rivoluzionato il sistema alfabetico e fonetico italico, applicando ad esso addirittura un altro ordine. Questo, in ambito scrittorioè un fatto rarissimo, se non addirittura unico nel suo genere.
Il sostantivo norreno rún, attestato nelle iscrizioni, indica i singoli segni del fuþark ed è conservato nelle altre lingue germaniche antiche con il significato di "segreto", "mistero"; ancora, nella lingua tedesca, il verbo “raunen” significa "bisbigliare, sussurrare". Le rune sono una delle più importanti istituzioni culturali e linguistiche comuni alle popolazioni germaniche. Va inoltre detto che le prime iscrizioni runiche (II e III secolo d.C.) sembrano mostrare una lingua essenzialmente unitaria, quasi senza particolarità dialettali che poi saranno i tratti distintivi delle lingue germaniche, dimostrando in questo modo che in questo periodo non era ancora avvenuta la seconda rotazione consonantica (zweite Lautverschiebung).
Il fuþark (si pronuncia Futhark) non venne usato solo per scrivere ma anche per usi esoterici, religiosi o per inviare dispacci segreti durante le battaglie, era inizialmente formato da 24 segni chiamati rune. Si conoscono evoluzioni successive del fuþark, diverse per numero e forma delle rune. La grafia delle singole rune, composte da linee rette, dipende dal fatto che spesso le incisioni erano effettuate su pietra, su legno od altre superfici dure a seconda del loro uso. L'inesistenza di tratti orizzontali è motivata dal fatto che nel primo periodo scrittorio i segni runici venivano incisi su legno: escludendo l'esecuzione di tratti orizzontali si evitava che i tratti coincidessero con le venature del tronco, evidentemente disposto orizzontalmente; in questo modo si evitavano possibili equivoci ed errori di lettura. I primi esempi risalgono alla fine del II secolo d.C. 
Simboli delle Rune
Il significato delle rune si può solamente intuire poiché non sono giunte documentazioni chiare che attestino cosa esse veramente stiano a significare sotto ogni punto poiché come detto prima potevano essere usate anche per altri fini non per forza inerenti alla vita di tutti i giorni.
I significati delle rune vengono attribuiti dalla lettura di antichissimi scritti che trattano della mitologia nordica come l'Hávamál, o Edda poetica che è uno scritto di stralci di differenti origini, assemblati insieme per formare un lungo monologo che parla della vita di tutti i giorni, delle relazioni tra i sessi, delle rune e dei canti magici, con alcuni episodi mitologici inseriti nel discorso in qualità di esempio, antico testo di leggende e miti nordici che possiede una sua struttura archetipa collegata anche a storie vere dove simbolo e realtà si mischiano. ( Da Wikipedia)

Il cerchio fra Celticità e Germanicità si chiude così nella Triskel, simbolo runico adottato ancora oggi dalle popolazioni celtiche di Bretagna, Irlanda, Galles e Asturie-Leon.

Afabeti Tartessico, Etrusco, Etrusco Settentrionale, Lepontico di Lugano, Runico, Camuno di Sondrio, Retico di Magrè,
Retico di Bolzano, Venetico d'Este. Clicca sull'immagine per ingrandirla.


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