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sabato 10 gennaio 2015

Gesù Cristo nel suo contesto storico

Immagine del Mandylion,
ritenuta la prima icona di
Gesù, da http://www
.internetica.it/Maestro.htm
Presumibilmente nel 7 a.C. nasce colui che i cristiani chiamano Gesù Cristo, il cui nome ebraico dovrebbe essere stato Yeshuah Ben Yossef, Gesù figlio di Giuseppe.
Nei libri del Nuovo Testamento, scritti in greco ellenistico, Gesù è indicato come Ἰησοῦς (Iésous) che è la resa in greco del nome ebraico Yĕhošūa, contratto in Joshua, a sua volta composto da יְהֹוָה (YH[VH], o Yahweh, nome proprio del Dio di Israele) e יָשַׁע (yasha, salvezza) quindi con il significato di "Dio è la salvezza" oppure "Dio è salvezza".
Il nome nella forma "Yahweh" rappresenta una moderna versione accademica dell'ebraico biblico יהוה, parola composta da quattro lettere (yodh, he, waw, he, in qualche modo corrispondenti alle lettere dell'alfabeto latino YHWH, o JHVH) e perciò detta "tetragramma". La lingua ebraica (a tutt'oggi) è dotata di lettere dal valore consonantico, mentre la vocalizzazione (variabile e importante ai fini del significato delle parole) è indicata ortograficamente attraverso altri segni diacritici, notazioni vocaliche introdotte in epoca storica molto più tarda delle consonanti, perché adottate dai Masoreti intorno alla seconda metà del I millennio d.C. Mentre è indiscusso che il nome del dio ebraico è indicato nella Bibbia con le quattro lettere summenzionate, resta incerta la sua pronuncia e oggetto di dibattito sia tra gli studiosi, sia tra i fedeli delle diverse confessioni che fanno riferimento al "Dio di Abramo".
Gli ebrei evitavano di pronunciarne il nome per non profanarlo ("non nominare il nome di Dio invano", terzo comandamento secondo la tradizione ebraica, secondo comandamento secondo la tradizione cattolica), mentre nella Bibbia è reso per iscritto soltanto con il tetragramma e quindi la pronuncia del nome è a tutt'oggi incerta: gli ebrei talvolta usavano il termine Adonai, che significa "maestro", uso poi ripreso dai Cristiani, tranne i Testimoni di Geova, che usano il termine YEHOWAH, italianizzato in Geova. Gli altri Cristiani hanno preferito il termine "Kyrios" (Signore, in lingua greca) ovvero "Dominus" (Signore, in lingua latina) ovvero "Signore" o "Dio" in lingua italiana, tant'è che nella parte della Bibbia comunemente chiamata Nuovo Testamento, redatta dai Cristiani, il termine non viene mai usato, mentre compare circa 7.000 volte nell'Antico Testamento. Le chiese cristiane, compresa la cattolica, pur avendo usato in passato sia il termine Yahweh (o Yahwè) sia il termine Geova (più raramente), oggi usano solo sporadicamente il termine Yahwè nella lettura di passi biblici dell'Antico Testamento, tranne appunto i Testimoni di Geova, che fanno un uso costante ed abituale del termine Geova, mentre gli Ebrei continuano ad usare il termine Adonai. Il termine Yahweh viene talora abbreviato in Yah o Jà (ad esempio allelu-jà, che significa "lode a Yahweh"). Si ricordi che l'italiano Gesù deriva in ultima analisi, attraverso la mediazione greco-latina, dall'aramaico Yehoshuah (le cui vocali sono certe) e che pacificamente significa "Yehowah è salvezza", molto simile (e corrispondente per significato) al nome ebraico Yĕhowašhūà, reso in italiano come Giosuè, il che farebbe dubitare della correttezza della vocalizzazione prevalentemente prescelta per il tetragramma.

- Joshua era un nome piuttosto comune tra i giudei dell'epoca, e oltre che col nome proprio, Gesù è stato indicato con vari epiteti e titoli: il seguente elenco è in ordine decrescente di frequenza.
- "[il] Cristo". In lingua greca [ὁ] Χριστός ([ho] CHristós), da χρίω (chrío), «ungere»: "[l']unto", "[il] consacrato" (per mezzo dell'olio d'oliva, spalmato o versato sul capo) a sua volta traduzione dall'ebraico מָשִׁ֫יחַ (māšîăḥ ) "messìa" sempre nel significato di "unto". All'epoca di Gesù, il Cristo-Messia era l'inviato di Dio atteso dal popolo ebraico, dal quale ci si aspettava in particolare il riscatto sociale e politico dalla dominazione romana.
- "Signore", così come gli ebrei dicono "Adonai". In greco κύριος (kyrios), usato soprattutto negli Atti degli Apostoli e nelle Lettere. Il titolo onorifico, nel greco classico privo di valore religioso, è particolarmente significativo applicato a Gesù, in quanto è il termine col quale la traduzione greca della Settanta rende il prototermine masoretico ebraico יהוה ("YHWH"), cioè il nome proprio di Dio, perlomeno nelle trascrizioni a noi pervenute.
- "Figlio dell'uomo". In greco υἱὸς τοῦ ἀνθρώπου (hyios tou anthrōpou). Nella tarda tradizione ebraica l'espressione כבר אנש (kevar enash, figlio dell'uomo) aveva anche una connotazione messianico-escatologica. Per escatologia ebraica o escatologia giudaica si intende l'insieme di alcuni temi della religione ebraica, concernenti il messianismo giudaico, la vita oltre la vita, e la risurrezione dei morti. La parola escatologia (intesa come "discorso sulla fine"), genericamente, è l'area della teologia e della filosofia che tratta di ipotetici eventi finali nella storia del mondo, del destino ultimo dell'umanità, e dei relativi concetti.
- "Figlio di Dio". In greco υἱὸς τοῦ θεοῦ (hyios tou theou). Nell'Antico Testamento l'espressione ad esempio והוא יהיה־לי לבן (vehu yihyeh-li leven, "egli diverrà mio figlio", pronunciato da Dio e riferito all'erede della casa di Davide in II Samuele 7,14) indica una relazione stretta e indissolubile tra Dio e un uomo o una comunità umana. Nel Nuovo Testamento il titolo si riveste di un nuovo significato, indicando una filiazione vera e propria.
- "Re". L'attributo della regalità era correlato al Messia, che era considerato discendente ed erede del Re Davide. Gesù si è identificato come Messia, e sulla sua croce era scritto INRI, Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum (Gesù Nazareno Re dei Giudei).
Altri titoli sono Messia, Rabbi-Maestro, Profeta, Sacerdote, Nazoreo, Nazareno, Dio, Verbo, Figlio di Giuseppe, Emmanuele.
Inoltre, soprattutto da Giovanni, vengono applicate a Gesù espressioni allegoriche come: agnello, agnello di Dio, agnello immolato; luce, luce del mondo; pastore, buon pastore, pastore grande; pane della vita, pane vivo, pane di Dio; vita, autore della vita; vite; ultimo Adamo; porta; via; verità.

Carta della Palestina con Galilea e
 Giudea nell'anno 0. Clicca sull'immagine
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Dagli scritti di Giuseppe Flavio derivano in gran parte le notizie disponibili oggi sulla Palestina di quei tempi. Joseph ben Matthias era nato nel 37 d.C. e apparteneva all'aristocrazia giudaica. All'inizio della rivolta del 66 d.C. fu nominato governatore della Galilea, dove assunse il comando delle forze schierate contro i Romani. Come comandante militare si rivelò, sembra, molto inetto, e molto presto fu catturato dall'imperatore romano Vespasiano. Diventò poi collaborazionista, assunse il nome romanizzato di Giuseppe Flavio e divenne cittadino romano. Divorziò dalla moglie e sposò un'ereditiera romana e accettò ricchi doni dall'imperatore romano, inclusi un appartamento nel palazzo imperiale e terreni confiscati agli Ebrei in Terrasanta. Le sue copiose cronache incominciarono ad apparire poco prima della sua morte, avvenuta nel 100 d. C.
Durante la rivolta del 66-74 d.C. vi furono numerosi «cristiani» che combatterono contro i Romani con lo stesso accanimento degli Ebrei. Molti zeloti, anzi, potrebbero essere chiamati «protocristiani», ed è molto probabile che alcuni di loro fossero a Masada.
Naturalmente, questo Giuseppe non lo dice; e anche se l'avesse detto, il riferimento sarebbe stato espunto in seguito dai revisori. Nel contempo, sarebbe logico attendersi che Giuseppe, scrivendo una storia della Palestina durante il I secolo, accenni a Gesù. Certo, molte edizioni più tarde della sua opera contengono riferimenti del genere; ma sono conformi al personaggio di Gesù come viene presentato dall'ortodossia, e quasi tutti gli studiosi moderni li considerano interpolazioni spurie, non anteriori al tempo di Costantino. Tuttavia, nel XIX secolo fu scoperta in Russia un'edizione diversa da tutte le altre. Il testo, tradotto in russo antico, risaliva approssimativamente al 1261. L'uomo che lo trascrisse, evidentemente, non era un ebreo ortodosso, perché conservò molte allusioni «filocristiane». Eppure Gesù, in questa versione dell'opera di Giuseppe, è presentato come umano; è un rivoluzionario politico e un « re che non regnò ». (Flavio Giuseppe, La guerra giudaica, libro VII, cap. 8, Milano 1974).
Inoltre viene detto che Joshua ben Joseph (che noi chiamiamo Gesù) «aveva una scriminatura come i nazirei » (Eisler, Messiah Jesus, p. 427). L'epiteto “Nazareno” o “Nazireo” attribuitogli non intendeva quindi alla sua provenienza da Nazareth, che a quei tempi non risulta nominata in nessun documento, ma accennava probabilmente alla sua consuetudine di non tagliarsi i capelli, come tutti coloro che avevano fatto voto di "nazireato", la forma giudaica di consacrazione a Dio, la stessa che nella Bibbia è attribuita al personaggio di Sansone e la stessa alla quale potrebbero aver aderito Giovanni Battista.

Vita di Gesù secondo i vangeli canonici
I quattro vangeli canonici (Matteo, Marco, Luca e Giovanni) rappresentano le fonti testuali antiche accettate come "ispirate da Dio", così come la Bibbia nella sua totalità, e descrivono dettagliatamente la vita di Gesù soprattutto negli ultimi anni, caratterizzati dal ministero pubblico. La nascita del moderno metodo storico-critico ha portato a esaminare criticamente i racconti evangelici, cercando di distinguerne il nucleo storico dagli aspetti leggendari e mitici.
Alcuni approfondimenti, in particolare relativamente a nascita, infanzia e giovinezza di Gesù, sono presenti anche nei vangeli apocrifi. Questi particolari tuttavia non sono riconosciuti dagli studiosi come storicamente fondati, sebbene abbiano influenzato più o meno ampiamente la tradizione artistica e devozionale cristiana.
La narrazione della vita e dell'insegnamento di Gesù procede nei quattro vangeli prevalentemente in modo parallelo, soprattutto tra i primi tre (Matteo, Marco, Luca), detti per questo "sinottici" : un certo episodio è narrato da più vangeli, solitamente con alcune variazioni, ma sono presenti anche lacune o racconti propri di un singolo evangelista. In Giovanni mancano numerosi racconti presenti nei sinottici, mentre sono presenti svariate aggiunte proprie.

Da: "Il Santo Graal" di Michael Baigent, Richard Leigh, Henri Lincoln - 1982 Arnoldo Mondadori Editore.
II re-sacerdote che non regnò
Oggi tutti parlano del « cristianesimo » come se fosse un'entità coerente, omogenea e unificata. È superfluo aggiungere che il « cristianesimo » non lo è affatto. Come tutti sanno, vi sono numerose forme di « cristianesimo »: il cattolicesimo romano, ad esempio, o la Chiesa d'Inghilterra fondata da Enrico VIII. Vi sono poi le altre varie denominazioni del protestantesimo, dal luteranesimo e dal calvinismo del secolo XVI fino a sviluppi relativamente recenti come l'unitarianismo. C'è una quantità di congregazioni « marginali » ed « evangeliche » come gli avventisti del settimo giorno e i testimoni di Geova. E vi sono le varie sette contemporanee, come i Bambini di Dio e la Chiesa dell'unificazione del reverendo Moon. Se si esamina questa sconcertante gamma di « fedi », da quelle più rigorosamente dogmatiche e conservatrici a quelle radicali ed estatiche, è molto difficile determinare che cosa costituisca esattamente il « cristianesimo ».
Se c'è un unico fattore che permette di parlare di « cristianesimo », un unico fattore che lega i credi « cristiani » altrimenti diversi e divergenti, è il Nuovo Testamento, e in particolare l'eccezionale status attribuito dal Nuovo Testamento a Gesù, alla Crocifissione e alla Resurrezione. Anche se una persona non sottoscrive in pieno la verità letterale o storica di questi eventi, generalmente basta che accetti il loro significato simbolico per essere considerata cristiana.
Se vi è quindi un'unità nel fenomeno diffuso chiamato cristianesimo, questa unità risiede nel Nuovo Testamento, e più precisamente nelle cronache della vita di Gesù conosciute come i Quattro Vangeli. Queste cronache sono considerate generalmente come le più autorevoli; e per molti cristiani sono coerenti e inoppugnabili. Fin dall'infanzia si viene indotti a credere che la « storia » di Gesù, così com'è tramandata nei Quattro Vangeli, sia se non proprio ispirata da Dio, almeno definitiva. I quattro evangelisti, presunti autori dei Vangeli, sono ritenuti testimoni impeccabili che rafforzano e confermano l'uno la testimonianza dell'altro.
Tra tutti coloro che oggi si dicono cristiani, ben pochi si rendono conto che i Quattro Vangeli non solo si contraddicono l'un l'altro, ma a volte sono in violento dissidio.
Per la tradizione popolare, l'origine e la nascita di Gesù sono piuttosto note. Ma in realtà i Vangeli, sui quali si basa la tradizione, sono considerevolmente più vaghi al riguardo. Solo due dei Quattro Vangeli, quello di Matteo e quello di Luca, parlano dell'origine e della nascita di Gesù, e sono in netto contrasto tra loro. Secondo Matteo, ad esempio. Gesù era un aristocratico, se non addirittura un legittimo re, disceso da Davide e da Salomone. Secondo Luca, invece, la famiglia di Gesù, benché discesa dalla casa di Davide, era un po' meno illustre; ed è sulla base del racconto di Marco che è nata la leggenda del « povero falegname ». Insomma, le due genealogie sono così nettamente discordi che potrebbero riferirsi addirittura a due personaggi diversi.
Le discrepanze tra i Vangeli non sono circoscritte alla genealogia di Gesù. Secondo Luca, Gesù appena nato ricevette la visita di alcuni pastori. Secondo Matteo, ricevette l'omaggio di tre re. Secondo Luca, la famiglia di Gesù viveva a Nazareth; e di qui i suoi genitori, a causa di un censimento che la storia indica come mai avvenuto, si sarebbero recati a Betlemme, dove Gesù nacque in un'umile mangiatoia. Ma secondo Matteo i genitori di Gesù erano piuttosto benestanti e risiedevano a Betlemme; e Gesù nacque in una casa. Nella versione di Matteo, la strage degli innocenti ordinata da Erode costringe la famiglia a fuggire in Egitto, e solo al suo ritorno si stabilisce a Nazareth.
Le notizie contenute in ognuna di queste cronache sono specifiche - e presumendo che il censimento avvenisse veramente - del tutto plausibili. Tuttavia queste notizie non collimano. È una contraddizione che non trova una spiegazione razionale. Non c'è assolutamente modo di correggere i due racconti contrastanti, e non c'è assolutamente modo di conciliarli. Piaccia o no, si deve ammettere che uno di questi due Vangeli ha torto, o che hanno torto tutti e due. Di fronte a una conclusione così clamorosa e inevitabile, non è possibile considerare inoppugnabili i Vangeli. Come possono essere inoppugnabili, quando si smentiscono l'un l'altro?
Più si studiano i Vangeli, e più appaiono evidenti le contraddizioni tra loro. Infatti non concordano neppure sul giorno della Crocifissione. Secondo Giovanni, la Crocifissione avvenne il giorno prima della Pasqua ebraica. Secondo Marco, Luca e Matteo, avvenne il giorno dopo. I Vangeli non sono d'accordo neppure sulla personalità e il carattere di Gesù. Ognuno dipinge una figura in netto contrasto con la figura rappresentata da altri: in Luca, ad esempio, Gesù è un salvatore mite come un agnello, in Matteo è un potente e maestoso sovrano che viene a portare « non la pace ma una spada ». E vi sono altre discrepanze circa le ultime parole pronunciate da Gesù sulla croce. In Matteo e Marco, queste parole sono: « Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato? ». In Luca: « Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno ». In Giovanni, le ultime parole di Gesù sono semplicemente : « Tutto è compiuto ».
Date queste discrepanze, i Vangeli possono essere accettati solo come un'autorità molto discutibile, certo non definitiva. Non rappresentano la parola perfetta di un Dio; oppure le parole di Dio sono state abbondantemente censurate, rivedute, corrette e riscritte da mani umane. La Bibbia, dobbiamo ricordarlo - e questo vale tanto per l'Antico quanto per il Nuovo Testamento - è soltanto una selezione di opere, sotto molti aspetti piuttosto arbitraria. Infatti, potrebbe benissimo includere assai più libri e scritti di quanti ne includa in realtà. E non si può neppure sostenere che i libri mancanti siano andati « perduti ». Al contrario, furono esclusi di proposito. Nel 367 d.C. il vescovo Atanasio d'Alessandria compilò un elenco delle opere da includere nel Nuovo Testamento. L'elenco fu ratificato dal Concilio di Ippona nel 393 e successivamente dal Concilio di Cartagine, svoltosi quattro anni dopo. In questi concili fu scelta una selezione di opere. Certe furono raccolte per formare il Nuovo Testamento quale lo conosciamo oggi, mentre altre furono sprezzantemente ignorate. Come si può considerare definitivo un simile processo di selezione? Come poteva un'assise di ecclesiastici decidere infallibilmente che certi libri « appartenevano » alla Bibbia e altri no? Soprattutto quando alcuni dei libri esclusi hanno una pretesa di veridicità storica perfettamente valida?
Inoltre, così com'è oggi, la Bibbia non è soltanto il prodotto di un processo selettivo più o meno arbitrario. È stata anche sottoposta a correzioni, censure e revisioni piuttosto drastiche. Nel 1958, ad esempio, il professor Morton Smith della Columbia University scoprì, in un monastero presso Gerusalemme, una lettera contenente un frammento mancante del Vangelo di Marco. Il frammento non era andato perduto. Al contrario, sembrava fosse stato volutamente soppresso per istigazione, se non addirittura per ordine diretto, del vescovo Clemente d'Alessandria, uno dei padri della Chiesa più venerati.
Clemente, a quanto pare, aveva ricevuto una lettera da un certo Teodoro, il quale si lamentava di una setta gnostica, quella dei carpocraziani. I carpocraziani, sembra, interpretavano certi passi del Vangelo di Marco secondo i loro principi: principi che non collimavano con la posizione assunta da Clemente e Teodoro. Per questo Teodoro li attaccò, e ne riferì a Clemente. Nella lettera trovata dal professor Smith, Clemente così risponde al suo discepolo:
“Bene hai fatto a ridurre al silenzio gli innominabili insegnamenti dei carpocraziani. Perché essi sono le « stelle vagabonde » di cui parla la profezia, che si allontanano dalla stretta via dei comandamenti e sprofondano nell'abisso sconfinato dei peccati della carne e del corpo. Perché, gloriandosi della conoscenza, come essi dicono, delle « cose profonde di Satana », essi non sanno che così si gettano nel « mondo infero delle tenebre » della falsità e, vantandosi di essere liberi, sono divenuti schiavi di desideri servili. A costoro ci si deve opporre in ogni modo e interamente. Perché, anche se dicessero qualcosa di vero, chi ama la verità non deve, neppure in tal caso, essere d'accordo con loro. Perché non tutte le cose vere sono la verità, e la verità che sembra vera secondo le opinioni umane non dev'essere preferita alla verità vera, quella in armonia con la fede.” (1)
È un'affermazione straordinaria, per un padre della Chiesa. In effetti, Clemente proclama: « Se per caso i tuoi avversari dicono la verità, devi negarla e mentire per confutarli ». Ma non è tutto.
Nel brano seguente, la lettera di Clemente discute il Vangelo di Marco e l'« abuso » che secondo lui ne fanno i carpocraziani:
“In quanto a Marco, dunque, durante il soggiorno di Pietro a Roma, scrisse una cronaca dei fatti del Signore, non già, tuttavia, narrandoli tutti, e neppure accennando a quelli segreti, bensì scegliendo quelli che giudicava più utili per accrescere la fede di coloro che venivano istruiti. Ma quando Pietro morì martire, Marco venne ad Alessandria, portando i suoi scritti e quelli di Pietro, e da essi trasferì nel suo libro preesistente le cose adatte a favorire il progresso verso la conoscenza [gnosis]. Egli perciò compose un Vangelo più spirituale a uso di coloro che venivano perfezionati. Tuttavia, non divulgò ancora le cose che non dovevano essere dette, né mise per iscritto gli insegnamenti gerofantici del Signore; ma alle storie già scritte altre ne aggiunse e inoltre introdusse certi detti dei quali, come mistagogo, sapeva che l'interpretazione avrebbe guidato gli ascoltatori nell'intimo santuario della verità celata dai sette [veli]. Così, insomma, egli preordinò le cose, né malvolentieri né incautamente, secondo il mio giudizio, e morendo lasciò la sua composizione alla chiesa d'Alessandria, dove è tuttora scrupolosamente custodita, e viene letta soltanto a coloro che vengono iniziati ai grandi misteri.
Ma poiché i demoni immondi tramano sempre la distruzione della razza degli uomini, Carpocrate, da loro istruito e usando arti ingannevoli, a tal punto asservì un certo presbyter della chiesa d'Alessandria che ottenne da lui una copia del Vangelo segreto, e lo interpretò secondo la sua dottrina blasfema e carnale e inoltre lo inquinò, mescolando alle parole immacolate e sante menzogne spudorate.” (2)
Quindi, Clemente ammette che esiste un segreto, autentico Vangelo di Marco. Poi ordina a Teodoro di negarlo:
“Perciò, come ho detto più sopra, non si deve cedere a loro [i carpocraziani] , e quando propugnano le loro falsificazioni non si deve ammettere che il Vangelo segreto è di Marco, bensì lo si deve negare per giuramento. Perché « non tutto il vero dev'essere detto a tutti gli uomini ». (3)
Che cos'era questo « Vangelo segreto », che Clemente ordinò al suo discepolo di ripudiare e che i carpocraziani stavano « interpretando falsamente »? Clemente risponde alla domanda includendo nella sua lettera una trascrizione del testo, parola per parola:
“A te, quindi, non esiterò a rispondere a ciò che hai chiesto, confutando le falsificazioni mediante le stesse parole del Vangelo. Ad esempio, dopo « Ed essi erano per via, diretti a Gerusalemme » e ciò che segue, fino a « Dopo tre giorni egli risorgerà », [il Vangelo segreto] contiene quanto segue, parola per parola:
“Ed essi giunsero a Betania, dov'era una certa donna, il cui fratello era morto. Ed ella venne, si prosternò davanti a Gesù e gli disse: "Figlio di Davide, abbi pietà di me". Ma i discepoli la rimproverarono. E Gesù, incollerito, andò con lei nel giardino dov'era la tomba, e subito dalla tomba si udì giungere un grande grido. E avvicinandosi, Gesù rimosse la pietra che chiudeva la porta del sepolcro. E subito, andando dove giaceva il giovane, tese la mano e lo fece levare, prendendolo per mano. Ma il giovane, vedendolo, subito lo amò e gli chiese di poter rimanere con lui. E uscendo dalla tomba entrarono nella casa del giovane, poiché egli era ricco. E dopo sei giorni, Gesù gli disse ciò che doveva fare, e la sera il giovane venne a lui, portando un drappo di lino sulle sue nudità. E quella notte rimase con lui, perché Gesù gli insegnò il mistero del regno di Dio. E lasciato quel luogo, ritornò sull'altra sponda del Giordano.” (4)
L'episodio non appare in nessuna versione esistente del Vangelo di Marco. Nelle linee generali, tuttavia, è abbastanza familiare. Ovviamente, è la resurrezione di Lazzaro, narrata nel Quarto Vangelo, attribuito a Giovanni. Nella versione citata, però, vi sono alcune variazioni significative. Innanzitutto c'è un « grande grido » che scaturisce dalla tomba prima che Gesù rimuova la pietra o comandi al giovane di uscire. Questo indica che il giovane non era morto e smentisce l'idea di un miracolo. In secondo luogo, sembra chiaro che si tratta di qualcosa di più di quanto inducano a credere le versioni accettate dell'episodio di Lazzaro. Certamente, il passo attesta uno speciale rapporto tra l'uomo nella tomba e l'uomo che lo « risuscita ». Un lettore moderno, forse, potrebbe essere tentato di vedervi un'allusione all'omosessualità. È possibile che i carpocraziani, una setta che aspirava a trascendere i sensi mediante la soddisfazione dei sensi, vi scorgessero appunto un'allusione del genere. Ma, come afferma il professor Smith, in realtà è assai più verosimile che l'intero episodio si riferisca a una tipica iniziazione misterica: una morte e una rinascita ritualizzate e simboliche, piuttosto comuni a quel tempo nel Medio Oriente.
L'importante, comunque, è che l'episodio e il passo citato più sopra non compaiono in nessuna versione moderna o accettata di Marco. Anzi, i soli riferimenti a Lazzaro o a un personaggio come Lazzaro, nel Nuovo Testamento, sono contenuti nel Vangelo attribuito a Giovanni. Appare perciò chiaro che il consiglio di Clemente fu accolto non soltanto da Teodoro, ma anche dalle autorità successive. Molto semplicemente, l'intero episodio di Lazzaro fu espunto dal Vangelo di Marco.
Se il Vangelo di Marco venne epurato in modo tanto drastico, venne anche oberato di aggiunte spurie. Nella versione originale si conclude con la Crocifissione, il seppellimento e la tomba vuota. Non c'è la Resurrezione, non c'è l'incontro con i discepoli. Certo, vi sono alcune Bibbie moderne che contengono un finale più convenzionale del Vangelo di Marco, un finale che include la Resurrezione. Ma virtualmente tutti i moderni specialisti di filologia biblica concordano nel!'affermare che questo finale ampliato è un'aggiunta più tarda, risalente agli ultimi anni del II secolo e accodata al documento originale. (5)
Il Vangelo di Marco offre così due esempi di un documento sacro - presentato come ispirato da Dio - che è stato manomesso, modificato, censurato, riveduto e corretto da mani umane. E non si tratta di casi ipotetici. Al contrario, oggi sono accettati dagli studiosi, che li considerano dimostrabili e provati. Si può supporre, allora, che solo il Vangelo di Marco subisse alterazioni? Evidentemente, se il Vangelo di Marco venne manipolato, è ragionevole presumere che anche gli altri Vangeli abbiano subito lo stesso trattamento.
Ai fini della nostra indagine, quindi, non potevamo accettare i Vangeli come un'autorità definitiva e inoppugnabile; ma nel contempo non potevamo scartarli. Senza dubbio, non erano stati interamente « fabbricati », e fornivano alcuni dei pochi indizi accessibili circa gli eventi che accaddero in Terrasanta duemila anni fa. Perciò incominciammo a esaminarli più attentamente, a vagliarli, a dividere i fatti dalle favole, a separare la verità dalla matrice spuria nella quale tale verità era spesso incorporata. E per riuscire, innanzitutto dovemmo familiarizzarci con la realtà storica e la situazione della Terrasanta all'inizio dell'era cristiana. I Vangeli, infatti, non sono entità autonome, scaturite dal vuoto per aleggiare, eterne e universali, attraverso i secoli. Sono documenti storici come tutti gli altri: come i Rotoli del Mar Morto, le epiche di Omero e Virgilio, i romanzi del Graal. Sono prodotti di un dato luogo, di un dato tempo, di un dato popolo e di particolari fattori storici.

La Palestina al tempo di Gesù
Nel I secolo, la Palestina, (che allora si chiamava Giudea n.d.r.) era una terra molto inquieta. Per lungo tempo la Terrasanta era stata straziata da dissidi dinastici, lotte intestine e, qualche volta, vere e proprie guerre. Durante il II secolo a. C. era stato creato un regno giudaico più o meno unificato, come narrano i due libri dei Maccabei. Ma nel 63 a.C. la Palestina era di nuovo in pieno tumulto, e matura per venire occupata.
Oltre mezzo secolo prima della nascita di Gesù, la Palestina si arrese alle armate di Pompeo, che imposero la dominazione romana. Ma a quel tempo Roma era troppo estesa e troppo presa dai propri problemi, per insediare l'apparato amministrativo necessario a un potere diretto. Creò quindi una dinastia di re-fantocci perché regnassero sotto la sua egida: la dinastia erodiana, che non era ebrea ma araba. Il primo della dinastia fu Antipatro, che salì al trono nel 63 a.C. Quando morì nel 37 a.C., gli successe il figlio, Erode il Grande, che regnò fino al 4 a.C. Si deve quindi immaginare una situazione analoga a quella esistita in Francia tra il 1940 e il 1944 sotto il governo di Vichy. Si deve immaginare una terra conquistata e un popolo vinto, governati da un regime fantoccio mantenuto al potere dai militari. La popolazione poteva conservare la sua religione e i suoi costumi. Ma l'autorità suprema era Roma. E questa autorità era imposta secondo la legge romana e dalle truppe romane, come avvenne in Britannia non molto tempo dopo.
Nel 6 d.C. la situazione divenne più critica. Quell'anno il paese fu diviso amministrativamente in due province, la Giudea e la Galilea. Erode Aritipa divenne re di quest'ultima. Ma la Giudea, dove era situata la capitale spirituale e civile, divenne soggetta al diretto dominio romano, e venne amministrata da uri governatore romano insediato a Cesarea. Il regime romano era brutale e autocratico. Quando assunse il controllo diretto sulla Giudea, più di tremila ribelli furono sommariamente giustiziati. Il Tempio fu profanato e depredato. Furono imposte tasse pesantissime. La tortura era usata di frequente; e molti Ebrei si suicidarono. La situazione non migliorò sotto Ponzio Pilato, che governò la Giudea dal 26 al 36 d.C. In contrasto con il ritratto che ne fa la Bibbia, i documenti pervenuti fino a noi indicano che Pilato era un uomo crudele e corrotto, e che perpetuò e aggravò gli abusi commessi dal predecessore. Perciò è tanto più sorprendente - almeno a prima vista - che i Vangeli non critichino Roma, non accennino neppure al peso del giogo romano. Anzi, i Vangeli lasciano intendere che gli abitanti della Giudea se ne stavano tranquilli, soddisfatti della loro sorte.
In realtà, pochi erano soddisfatti, e molti non stavano tranquilli affatto. Gli Ebrei di Terrasanta, a quel tempo, erano divisi in una quantità di sette e sottosette. Per esempio, c'erano i sadducei, una classe di proprietari terrieri, poco numerosi ma ricchi, che con grande indignazione dei loro compatrioti collaboravano con i Romani. C'erano i farisei, che formavano un gruppo « progressista »: introdussero molte riforme nel giudaismo e, nonostante il ritratto che ne fanno i Vangeli, conducevano nei confronti di Roma un'opposizione ferma, anche se soprattutto passiva. C'erano gli esseni, una setta austera e mistica, i cui insegnamenti erano assai più diffusi e influenti di quanto in generale si ammetta o si presuma. Tra le sette più piccole, ce n'erano molte il cui carattere preciso è andato perduto da molto tempo, e che quindi sono difficili da definire. È comunque il caso di ricordare i nazirei, ai quali secoli prima era appartenuto Sansone, e che esistevano ancora ai tempi di Gesù. È il caso di ricordare anche i nazorei o nazareni, un termine che sembra venisse usato per indicare anche Gesù e i suoi seguaci. Infatti, la versione originale greca del Nuovo Testamento chiama Gesù « il nazareno », un termine che viene tradotto erroneamente « Gesù di Nazareth ». « Nazareno », insomma, è una parola che indica l'appartenenza a una setta, e non ha relazioni con Nazareth.
Il nazireato (dall' ebraico nazir cioè "consacrato", "separato") è, nella Bibbia, la consacrazione di un ebreo a Dio con il conseguente voto di seguire alcuni rigidi precetti di vita; il consacrato è detto nazireo, ma anche nazareo, nazirita, nazarita o nazareno.
Gli obblighi inerenti a questo voto sono illustrati nella Bibbia, nel Libro dei Numeri (6,1-21) e nel Libro dei Giudici (Gc13,1-14): il nazireo non può mangiare cibi impuri né cibi provenienti dalla vigna. Nello specifico,cfr. "Descrizione nella Bibbia" questo voto di nazireato richiedeva che l'uomo o la donna seguissero le seguenti regole:
- Astenersi dal vino, aceto di vino, uva, uva passa, liquori intossicanti, aceto distillato da tali sostanze, e dal mangiare o bere qualsiasi sostanza che contenga traccia d'uva.
- Evitare di tagliarsi i capelli in testa, ma consentire alle ciocche di capelli di crescere.
- Non diventare impuro/a toccando cadaveri o tombe (quindi non si può partecipare a funerali né entrare in un cimitero), anche di membri di famiglia e parenti stretti.
Dopo aver seguito queste regole per un determinato lasso di tempo (specificato al momento del voto individuale), la persona si immergeva in un mikveh (immersione rituale nell'acqua) e faceva tre offerte: un agnello come offerta d'olocausto (olah, bruciata sull'altare del Tempio), una pecora come offerta del peccato (hatat) e un capretto come offerta di pace (shelamim), oltre ad un cesto di pane azzimo, grano e libagione, che accompagnavano l'offerta di pace. Il nazireo poi compiva davanti a un sacerdote il rito nel quale gli venivano rasati i capelli, che poi erano bruciati nello stesso fuoco dell'offerta di pace (Numeri 6:18). Alcuni personaggi biblici, tuttavia, furono nazirei per tutta la vita "fin dal seno materno" (ab utero), come ad esempio l'eroe Sansone (Gc13,2-7), uno dei Giudici d'Israele, al quale Dio donò una forza sovrumana proprio per la sua iniziale obbedienza ed osservazione del voto di nazireato (13,1-16,31).
C'erano anche numerosi altri gruppi e sette, una delle quali risultò di particolare importanza per la nostra indagine. Nell'anno 6 d.C., quando Roma assunse il diretto controllo della Giudea, un rabbi fariseo, chiamato Giuda di Galilea, aveva creato un gruppo rivoluzionario militante, composto a quanto sembra sia da farisei che di esseni. I suoi seguaci passarono alla storia con il nome di zeloti. Gli zeloti, a stretto rigore, non erano una setta. Erano un movimento, i cui aderenti provenivano da sette diverse. Al tempo della missione di Gesù, gli zeloti avevano assunto un ruolo rilevante nelle vicende della Terrasanta. Le loro attività formavano forse il più importante sfondo politico sul quale si svolse il dramma di Gesù. Molto tempo dopo la Crocifissione, l'attività degli zeloti continuava ancora. Nel 44 d.C si era intensificata al punto che già sembrava inevitabile la lotta armata. Nel 66 d.C. scoppiò la rivolta; la Giudea insorse contro Roma. Fu un conflitto disperato, accanito ma in fondo vano, che sotto certi aspetti ricorda, poniamo l'insurrezione ungherese del 1956. Nella sola Cesarea. 20.000 Ebrei furono massacrati dai Romani. Quattro anni dopo le legioni romane occuparono Gerusalemme, la raserò al suolo e saccheggiarono il Tempio. Ma la fortezza di Masada, arroccata su una montagna, resistette ancora tre anni, al comando di un discendente diretto di Giuda di Galilea.
Dopo la fine della rivolta in Giudea, vi fu un esodo massiccio di Ebrei dalla Terrasanta. Ne rimasero tuttavia abbastanza per fomentare un'altra insurrezione sessant'anni più tardi, nel 132 d.C. Finalmente, nel 135, l'imperatore Adriano ordinò che tutti gli Ebrei venissero espulsi dalla Giudea, e Gerusalemme diventò sostanzialmente una città romana, con il nome di Elia Capitolina.
La vita di Gesù si svolse approssimativamente durante i primi trentacinque anni di una fase di inquietudini, disordini e rivolte che si estese per centoquaranta anni. I disordini non finirono con la sua morte, anzi continuarono per un altro secolo, e generarono il clima psicologico e culturale che accompagna inevitabilmente una sfida prolungata contro un oppressore. Di questo clima psicologico faceva parte la speranza dell'avvento di un Messia che liberasse il suo popolo dal giogo tirannico. Solo per una coincidenza storica e semantica questo termine finì per venire riferito specificatamente ed esclusivamente a Gesù.
Agli occhi dei contemporanei di Gesù, un Messia non sarebbe apparso divino. Per loro, anzi, l'idea di un Messia divino sarebbe stata assurda, se non impensabile. La parola greca per Messia è Christos, « Cristo ». Il termine, sia in greco che in ebraico, significava semplicemente « l'unto », e in genere si riferiva a un re. Quindi Davide, quando fu unto re come narra l'Antico Testamento, divenne esplicitamente un « Messia » o un « Cristo ». E ogni successivo re ebreo della casa di Davide venne chiamato con lo stesso appellativo. Persino sotto l'occupazione romana della Giudea, il sommo sacerdote nominato dai Romani era chiamato « il Messia Sacerdote » o « il Cristo Sacerdote ». (6)
Per gli zeloti e per gli altri avversari di Roma, tuttavia, questo sacerdote-fantoccio era inevitabilmente un « falso Messia ». Per loro il « vero Messia » era qualcosa di ben diverso: il legittimo roi perdu, il discendente ignoto della casa di Davide che avrebbe liberato il suo popolo dall'oppressione romana. Durante la vita di Gesù, l'attesa di questo Messia aveva raggiunto un culmine che sconfinava nell'isteria collettiva. E l'attesa continuò anche dopo la morte di Gesù. Anzi, l'insurrezione del 66 d.C. fu istigata in gran parte dalla propaganda degli zeloti, imperniata su un Messia il cui avvento veniva annunciato come imminente.
Il termine « Messia », perciò, non comportava la divinità dell'individuo così designato. A stretto rigore, non significava altro che un re unto o consacrato; per il popolo passò a significare un re consacrato che sarebbe stato anche il liberatore. In altre parole, era un termine tipicamente politico, ben diverso dalla successiva idea cristiana di un « Figlio di Dio ». E questo termine terreno e politico venne riferito a Gesù, che era chiamato « Gesù il Messia » o, in greco, « Gesù il Cristo ». Solo più tardi questa designazione divenne « Gesù Cristo », e un titolo che si riferiva esclusivamente a una funzione fu trasformato in nome proprio.

La storia dei Vangeli
I Vangeli scaturirono da una realtà storica riconoscibile e concreta. Era una realtà fatta di oppressione, di malcontento civico e sociale, di persecuzioni incessanti e di ribellioni intermittenti. Era anche una realtà pervasa da continui e allettanti sogni, promesse e speranze: la speranza dell'avvento di un re legittimo, un capo spirituale e secolare che avrebbe liberato il popolo. Per quanto riguardava la libertà politica, queste aspirazioni furono stroncate brutalmente dalla tremenda guerra combattuta tra il 66 e il 74 d.C. Trasposte in forma interamente religiosa, invece, le aspirazioni non soltanto furono perpetuate dai Vangeli, ma ricevettero un nuovo slancio.
Gli studiosi moderni concordano all'unanimità nel ritenere che i Vangeli non furono scritti durante la vita di Gesù. Per la maggior parte, datano dal periodo tra le due principali insurrezioni in Giudea, 66-74 e 132-135 d.C., benché siano quasi certamente basati su narrazioni precedenti. Queste narrazioni includevano forse documenti scritti andati poi perduti, dato che vi fu una totale distruzione degli archivi dopo la prima rivolta. Ma senza dubbio c'erano anche le tradizioni orali. Alcune erano con sicurezza grossolanamente esagerate e alterate, ricevute di seconda, terza e quarta mano. Altre, tuttavia, potevano derivare da contemporanei di Gesù e che forse l'avevano conosciuto personalmente. Un uomo che al tempo della Crocifissione era giovane poteva benissimo essere ancora vivo quando furono scritti i Vangeli.
In generale, il Vangelo più antico è ritenuto quello di Marco, composto durante l'insurrezione del 66-74 o poco più tardi, se si esclude la parte relativa alla Resurrezione che è aggiunta spuria e più tarda. Sebbene non fosse stato uno dei discepoli di Gesù, sembra che Marco provenisse da Gerusalemme. Pare che fosse uno dei compagni di san Paolo, e il suo Vangelo mostra tracce inequivocabili del pensiero paolino. Ma se Marco era nato a Gerusalemme, il suo Vangelo, come afferma Clemente d'Alessandria, fu scritto a Roma per un pubblico greco-romano. E questo, in sé, spiega molte cose. Nel tempo in cui fu scritto il Vangelo di Marco, la Giudea era in aperta rivolta - o lo era stata di recente - e migliaia di Ebrei venivano crocifissi per essersi ribellati al dominio romano. Se Marco voleva che il suo Vangelo sopravvivesse e si imponesse a un pubblico romano, non poteva assolutamente presentare Gesù come antiromano. Anzi, non poteva neppure attribuire a Gesù un orientamento politico. Perché il suo messaggio sopravvivesse, Marco era obbligato a scagionare i Romani da ogni responsabilità circa la morte di Gesù, ad assolvere il regime esistente e a scaricare la morte del Messia su certi Ebrei. Questo sistema fu adottato non soltanto dagli autori degli altri Vangeli, ma anche dalla Chiesa cristiana degli albori. Senza questo « trucco » né i Vangeli né la Chiesa sarebbero sopravvissuti.
I filologi datano il Vangelo di Luca intorno all'80 d.C. Sembra che Luca fosse un medico greco, che scrisse la sua opera per un alto funzionario di Cesarea, la capitale romana della Palestina. Anche Luca, quindi, si sarebbe trovato nella necessità di ingraziarsi i Romani e di attribuire ad altri la responsabilità. Quando fu scritto il Vangelo di Matteo, intorno all'85 d.C., pare che questo trasferimento di responsabilità fosse ormai accettato come un fatto indiscusso. Più della metà del Vangelo di Matteo, infatti, deriva direttamente da quello di Marco, benché venisse scritto originariamente in greco e rispecchiasse precise caratteristiche greche. L'autore sembra essere un Ebreo, molto probabilmente profugo dalla Palestina. Non dev'essere confuso con il discepolo omonimo, che doveva essere vissuto molto tempo prima e probabilmente aveva conosciuto soltanto l'aramaico.
I Vangeli di Marco, Luca e Matteo sono conosciuti collettivamente come « i Vangeli Sinottici »; l'espressione significa che presentano la stessa visione dei fatti, anche se naturalmente non è affatto così. Tuttavia coincidono tra loro quanto basta per indicare che sono derivati da una fonte comune, forse una tradizione orale, forse un altro documento successivamente perduto. Questo li distingue dal Vangelo di Giovanni, che tradisce origini significativamente diverse.
Dell'autore del Quarto Vangelo non si sa assolutamente nulla. Anzi, non c'è neppure ragione di presumere che si chiamasse Giovanni. Escluso il Battista, lo stesso Vangelo non menziona mai un Giovanni, e la sua attribuzione a un uomo di questo nome viene generalmente riconosciuta come una tradizione più tarda. Il Quarto Vangelo, in ordine di tempo, è il più recente di quelli inclusi nel Nuovo Testamento: fu composto intorno all'anno 100 d.C. nei pressi di Efeso, in Asia Minore. Presenta numerose caratteristiche distintive. Ad esempio, non contiene la scena della Natività di Gesù, e l'inizio ha quasi un carattere gnostico. Il testo è decisamente più mistico di quello degli altri Vangeli, e anche il contenuto ne differisce. Ad esempio, gli altri Vangeli parlano soprattutto delle attività di Gesù nella provincia settentrionale di Galilea, e rispecchiano quella che sembra essere soltanto una conoscenza di seconda o di terza mano per quanto riguarda gli eventi accaduti al sud, in Giudea e a Gerusalemme, inclusa la Crocifissione. Per contro, il Quarto Vangelo dice relativamente poco della Galilea. Indugia ampiamente sugli eventi in Giudea e Gerusalemme, che conclusero l'esistenza di Gesù, ed è possibile che il suo racconto della Crocifissione sia basato su una testimonianza diretta, di prima mano. Inoltre, contiene un certo numero di episodi che non figurano negli altri Vangeli: le nozze di Cana, il ruolo di Nicodemo e di Giuseppe d'Arimatea, e la resurrezione di Lazzaro (benché questa, un tempo, fosse inclusa nel Vangelo di Marco). In base a questi fattori, vari studiosi moderni hanno espresso l'opinione che il Vangelo di Giovanni, nonostante la composizione tarda, possa essere il più attendibile storicamente esatto tra i quattro. Più degli altri Vangeli, sembra attingere a tradizioni vive tra i contemporanei di Gesù, e ad altro materiale sconosciuto a Marco, Luca e Matteo. Un ricercatore moderno fa notare che rispecchia una conoscenza topografica apparentemente diretta di Gerusalemme, così com'era la città prima dell'insurrezione del 66 d.C. E lo stesso autore conclude: « Alla base del Quarto Vangelo sta un'autentica Tradizione, indipendente dagli altri Vangeli ». (7)
Non è un'opinione isolata. Anzi, prevale nella moderna filologia biblica. Secondo un altro autore, « II Vangelo di Giovanni, sebbene non aderisca alla struttura cronologica marciana e sia di data molto più tarda, sembra conoscere, sul conto di Gesù, una tradizione che dev'essere primitiva e autentica ». (8)
In base alle nostre ricerche, anche noi concludemmo che il Quarto Vangelo era il più attendibile dei libri del Nuovo Testamento, sebbene anch'esso fosse stato sottoposto a modifiche, revisioni, epurazioni e correzioni. Nella nostra indagine avemmo il modo di attingere a tutti e quattro i Vangeli, e anche a molto materiale collaterale. Ma fu nel Quarto Vangelo che trovammo le conferme più convincenti della nostra ipotesi ancora provvisoria.

1) Lo stato civile di Gesù
Non avevamo intenzione di screditare i Vangeli. Cercavamo soltanto di spigolare, di individuare certi frammenti di possibile o probabile verità e di estrarli dalla matrice di abbellimenti che li circondava. Cercavamo in particolare frammenti di carattere ben preciso: frammenti che attestassero un matrimonio tra Gesù e la donna conosciuta come la Maddalena. È superfluo aggiungere che tali attestazioni non potevano essere esplicite. Per trovarle, ce ne rendevamo conto, avremmo dovuto leggere tra le righe, colmare certe lacune, capire certe cesure e certe ellissi. Avremmo avuto a che fare con omissioni e allusioni, con riferimenti come minimo obliqui. E non avremmo dovuto cercare soltanto gli indizi relativi a un matrimonio. Avremmo dovuto anche cercare le tracce delle circostanze che potevano aver portato a un matrimonio. Quindi la nostra indagine avrebbe dovuto includere vari interrogativi, diversi ma strettamente relati. Incominciammo dal più ovvio.
Nei Vangeli vi sono indizi, diretti o indiretti, che facciano pensare che Gesù era sposato?
Naturalmente, non vi è mai affermato esplicitamente che lo fosse. D'altra parte, non è mai affermato esplicitamente che non lo fosse: e questo è più curioso e significativo di quanto potrebbe apparire a prima vista. Come osserva il dottor Geza Vermes dell'Università di Oxford: « Nei Vangeli c'è un silenzio totale per quanto riguarda la stato civile di Gesù... E questo è abbastanza insolito, nell'antico mondò ebraico, per suggerire indagini più approfondite ». (9)
I Vangeli dicono che molti dei discepoli, ad esempio Pietro, erano sposati. E Gesù non predica mai il celibato. Al contrario, nel Vangelo di Matteo egli dichiara: « Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina... Per questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola? » (19:4-5). Difficilmente questa affermazione si può conciliare con l'imposizione del celibato. E se Gesù non predicava il celibato, non vi è neppure motivo di supporre che lo praticasse. Secondo il costume ebraico del tempo, era non soltanto usuale, ma quasi obbligatorio, che un uomo si sposasse. Se si escludono certe comunità essene, il celibato era vigorosamente riprovato da tutti. Verso la fine del I secolo, un autore ebreo paragonò addirittura il celibato volontario all'omicidio; e sembra che non fosse il solo a sostenere tale punto di vista. Per un padre ebreo, trovare una moglie al proprio figlio era obbligatorio quanto provvedere a farlo circoncidere.
Se Gesù non fosse stato sposato, questo fatto avrebbe suscitato un notevole scalpore. Avrebbe attirato l'attenzione, e sarebbe stato usato per caratterizzarlo e identificarlo. Lo avrebbe distinto, . in modo significativo, dai suoi contemporanei. Se fosse stato così, sicuramente almeno uno dei Vangeli avrebbe fatto cenno a una deviazione tanto netta dalla normale consuetudine. Se Gesù era davvero celibe come sostiene la tradizione successiva, è straordinario che non vi siano accenni alla cosa. L'assenza di riferimenti in proposito indicherebbe che Gesù, per quanto riguardava il celibato, seguisse le convenzioni dei suoi tempi e della sua cultura: indicherebbe, insomma, che era sposato. Solo questo potrebbe spiegare in modo soddisfacente il silenzio dei Vangeli al riguardo. L'argomentazione viene riassunta da uno stimato studioso contemporaneo:
“Tenuto conto del panorama culturale attestato... è estremamente improbabile che Gesù non si fosse sposato molto prima dell'inizio del suo magistero pubblico. Se si fosse ostinato a rimanere celibe, la cosa avrebbe destato scalpore, una reazione che avrebbe lasciato qualche traccia. Perciò il fatto che nei Vangeli non si parli del matrimonio di Gesù è un valido argomento, non già contro l'ipotesi del matrimonio, bensì a suo favore, poiché la pratica o la propugnazione del celibato volontario, nel contesto del mondo ebraico di quel tempo, sarebbe stata tanto eccezionale da attirare l'attenzione e suscitare commenti.” (10)
L'ipotesi del matrimonio diviene ancora più sostenibile grazie al titolo di « Rabbi », « Maestro », che nei Vangeli viene spesso dato a Gesù. È possibile, naturalmente, che questo termine sia impiegato nel senso più ampio, e indichi semplicemente un maestro autonominatosi tale. Ma la cultura dimostrata da Gesù, ad esempio nel dibattito con i dottori nel Tempio, indica che fosse ben più di un sedicente maestro; indica che ebbe una regolare istruzione rabbinica e che era riconosciuto ufficialmente come rabbi. E questo sarebbe conforme alla tradizione, che presenta Gesù come rabbi nel senso più completo della parola. Ma se Gesù era un rabbi in questo senso completo, il suo matrimonio sarebbe non soltanto verosimile, ma virtualamente certo. La Legge Mishnaica degli Ebrei è esplicita in proposito: « Un uomo non sposato non può essere un maestro ». (11)
Nel Quarto Vangelo c'è un episodio relato a un matrimonio che potrebbe essere appunto quello di Gesù. È l'episodio delle nozze di Cana, decisamente molto noto. Tuttavia, pone certi problemi salienti che meritano un'attenta considerazione.
Secondo il racconto del Quarto Vangelo, le nozze di Cana sembrerebbero una modesta cerimonia locale, un tipico matrimonio di paese, e la sposa e lo sposo restano anonimi. A queste nozze Gesù è specificatamente « invitato », il che è un po' strano, forse, perché non aveva ancora iniziato il suo magistero. Ancora più strano, però, è il fatto che c'era anche sua madre; e la presenza della madre sembra data per scontata. Di certo, non viene spiegata in nessun modo.
Ma c'è di più. È Maria che non soltanto suggerisce al figlio di provvedere ad altro vino ma praticamente glielo ordina. Si comporta esattamente come se fosse la padrona di casa: « Nel frattempo, venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: "Non hanno più vino". E Gesù rispose: "Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora" » (Giovanni 2:3-4). Maria, però, per nulla turbata, non bada alla protesta del figlio: « La madre dice ai servi:"Fate quello che vi dirà" » (Giovanni 2:5). I servitori obbediscono prontamente, come se fossero abituati a ricevere ordini da Maria e Gesù.
Sebbene Gesù cerchi di eludere la sua richiesta, Maria ottiene ciò che desidera: Gesù compie il suo primo grande miracolo, la trasmutazione dell'acqua in vino. A quanto ci fanno sapere i Vangeli, in precedenza non ha mai mostrato i suoi poteri; e Maria non avrebbe neppure motivo di presumere che li possieda. Ma anche se lo sapesse, perché quei doni, unici e sacri, dovrebbero venire usati per uno scopo tanto banale? Perché Maria dovrebbe rivolgere al figlio una richiesta del genere? E soprattutto perché due «ospiti» invitati a un matrimonio dovrebbero assumersi la responsabilità di provvedere al necessario, una responsabilità che per tradizione spetta ai padroni di casa? A meno che, naturalmente, le nozze di Cana siano le nozze di Gesù. In tal caso, sarebbe stato suo compito fornire il vino.
C'è un altro indizio che induce a pensare che le nozze di Cana siano le nozze di Gesù. Subito dopo il miracolo, « il maestro di tavola chiamò la sposo e gli disse: "Tutti servono da principio il vino buono e, quando sono un po' brilli, quello meno buono; tu invece hai conservato fino ad ora il vino buono ». (Giovanni 2:9-10) Queste parole sembrerebbero chiaramente rivolte a Gesù. Secondo il Vangelo, tuttavia, sono rivolte allo « sposo ». Una conclusione ovvia è che Gesù e lo « sposo » siano la stessa persona.

2) La moglie di Gesù
Se Gesù era sposato, nei Vangeli c'è qualche indicazione circa l'identità di sua moglie?
A un primo esame sembrerebbe che vi siano due possibili candidate: le due donne che, oltre a sua madre, sono ricordate più volte nei Vangeli come appartenenti alla cerchia di Gesù. La prima è la Maddalena o più esattamente Maria del villaggio di Migdal, o Magdala, in Galilea. In tutti i quattro Vangeli il ruolo di questa donna è stranamente ambiguo, e ha tutta l'aria di essere stato volutamente oscurato. Nelle versioni di Marco e Matteo, la Maddalena viene menzionata per nome solo verso la fine. Compare in Giudea, al momento della Crocifissione, e figura tra i seguaci di Gesù. Nel Vangelo di Luca, invece, appare relativamente presto nel magistero di Gesù, quando questi sta ancora predicando in Galilea; quindi, sembra che lo accompagni dalla Galilea alla Giudea, o che almeno si sposti da una provincia all'altra come fa Gesù. Già questo indica che la Maddalena doveva essere sposata con qualcuno. Nella Palestina dei tempi di Gesù sarebbe stato impensabile che una donna non sposata viaggiasse senza accompagnatori ufficiali, e soprattutto che viaggiasse insieme a un capo religioso e ai suoi seguaci. Diverse tradizioni sembrano consapevoli di questa situazione potenzialmente imbarazzante. Perciò a volte viene detto che la Maddalena era la moglie di uno dei discepoli di Gesù. Se era così, però, il suo speciale rapporto con Gesù li avrebbe esposti entrambi a sospetti o persine ad accuse di adulterio.
Nonostante la tradizione popolare, nessuno dei Vangeli dice che la Maddalena sia una prostituta. Quando viene menzionata per la prima volta nel Vangelo di Luca, è presentata come una donna « dalla quale erano usciti sette demoni ». In genere si presume che questa frase alluda a un esorcismo compiuto da Gesù, e sottintende che la Maddalena era stata vittima di una « possessione diabolica ». Ma la frase può riferirsi anche a una specie di conversione o d'iniziazione rituale. Il culto di Ishtar o Astarte - la Dea Madre e « Regina del Ciclo » - comportava ad esempio un'iniziazione in sette fasi. Prima di legarsi a Gesù in un modo o nell'altro, la Maddalena poteva essere stata associata a un culto di questo tipo. Migdal, o Magdala, era il « Villaggio delle Colombe », e vi sono prove che venissero allevate colombe destinate al sacrifìcio. E la colomba era sacra ad Astarte.
Nel capitolo precedente a quello dove parla della Maddalena, Luca allude a una donna che unse Gesù. Nel Vangelo di Marco c'è una simile unzione a opera di una donna innominata. Né Luca né Marco identificano esplicitamente questa donna con la Maddalena. Ma Luca riferisce che si trattava di una « donna caduta », una « peccatrice ». I commentatori hanno desunto che la Maddalena, poiché da lei erano usciti sette diavoli, dovesse essere stata una peccatrice. Di conseguenza la donna che unge Gesù e la Maddalena finirono per venire identificate come una sola persona. In effetti, può darsi che fosse vero. Se la Maddalena era associata a un culto pagano, questo avrebbe sicuramente fatto di lei una « peccatrice » non soltanto agli occhi di Luca, ma anche di autori più tardi.
Se la Maddalena era una « peccatrice », era anche, evidentemente, ben più della « comune prostituta » della tradizione popolare. Appare chiaro che fosse benestante o ricca. Luca riferisce, ad esempio, che tra le sue amiche figurava la moglie di un alto funzionario della corte di Erode, e che le due donne, insieme ad altre, aiutavano finanziariamente Gesù e i suoi discepoli. Anche la donna che unse Gesù era benestante; il Vangelo di Marco parla con insistenza della preziosità dell'unguento di nardo con cui fu compiuto il rito.
L'episodio dell'unzione di Gesù sembrerebbe avere un'importanza notevole. Altrimenti, perché sarebbe sottolineato dai Vangeli? Dato il rilievo che gli viene accordato, sembra trattarsi di ben più di un gesto impulsivo e spontaneo. Sembra un rito meticolosamente preordinato. Si deve ricordare che l'unzione era la prerogativa tradizionale dei re: e del « legittimo Messia », che significa « l'unto ». Ne consegue che Gesù diviene un Messia autentico in virtù dell'unzione. E la donna che lo consacra in questo ruolo augusto difficilmente può avere un'importanza trascurabile.
In ogni caso, è evidente che la Maddalena, prima della fine del magistero di Gesù, era divenuta una figura immensamente significativa. Nei tre Vangeli Sinottici il suo nome apre l'elenco delle donne che seguirono Gesù, come il nome di Simon Pietro apre l'elenco dei discepoli. E naturalmente, fu la prima a trovare la tomba vuota dopo la Crocifissione. Tra tutti i suoi seguaci, fu la Maddalena che Gesù prescelse per rivelare la propria Resurrezione.
In tutti i Vangeli, Gesù tratta la Maddalena in modo unico, preferenziale. È possibile che questo trattamento possa aver suscitato la gelosia di altri discepoli. Sembra piuttosto evidente che la tradizione successiva si adoperò per colorare in nero i precedenti della Maddalena, se non addirittura il suo nome. La trasformazione in prostituta può essere la reazione esagerata di seguaci vendicativi, decisi a macchiare la reputazione di una donna il cui legame con Gesù era più stretto del loro, e quindi ispirava un'invidia molto umana. Se altri « cristiani », quando Gesù era in vita o più tardi, nutrivano rancore nei confronti della Maddalena per il suo eccezionale legame con il loro capo spirituale, si può capire che cercassero di sminuirla agli occhi dei posteri. E non c'è dubbio che venne sminuita. Ancora oggi molti credono che fosse una cortigiana, e nel Medioevo gli ospizi per le prostitute redente erano intitolati alla Maddalena. Ma i Vangeli attestano che la donna che diede il nome a tali istituzioni non meritava affatto quella nomea.
Quale che sia la posizione della Maddalena nei Vangeli, non è la sola candidata possibile al ruolo di moglie di Gesù. Ce n'è un'altra, che ha una parte di spicco nel Quarto Vangelo, e che può essere identificata come Maria di Betania, sorella di Marta e di Lazzaro. Maria e i suoi familiari appaiono chiaramente in stretti rapporti con Gesù. Si tratta di gente ricca: hanno una casa, in un sobborgo elegante di Gerusalemme, abbastanza grande per ospitare Gesù e tutto il suo seguito. E c'è di più: l'episodio di Lazzaro rivela che la casa comprende una tomba privata: un lusso eccezionale ai tempi di Gesù, un segno non soltanto di opulenza, ma anche di una posizione sociale elevata. Nella Gerusalemme biblica, come in ogni città moderna, i terreni costavano carissimi; e ben pochi potevano permettersi il lusso di una tomba privata.
Quando, nel Quarto Vangelo, Lazzaro si ammala, Gesù ha lasciato Betania da qualche giorno e si trova in riva al Giordano insieme ai discepoli. Quando viene informato dell'accaduto, indugia per due giorni - una reazione piuttosto curiosa - e quindi torna a Betania, dove Lazzaro giace nella tomba. Gesù si avvicina e Marta gli va incontro e grida: « Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! » (Giovanni 11:21). È un'affermazione sconcertante: perché la presenza fisica di Gesù avrebbe necessariamente evitato la morte di Lazzaro? Ma l'episodio è significativo perché Marta, quando va incontro a Gesù, è sola. Ci si aspetterebbe che sua sorella Maria vada con lei. Invece Maria sta seduta in casa... e non esce fino a quando Gesù le ordina esplicitamente di farlo. Il particolare diviene più chiaro nel Vangelo « segreto » di Marco, scoperto dal professor Morton Smith e citato più sopra in questo capitolo. Nel racconto soppresso, sembrerebbe che Maria esca dalla casa prima che Gesù glielo comandi. E viene prontamente rimproverata dai discepoli, che Gesù è costretto a far tacere.
Sarebbe piuttosto plausibile che Maria se ne resti seduta in casa quando Gesù giunge a Betania. Secondo la consuetudine ebraica, doveva « sedere in Shiveh »: sedere in lutto. Ma perché non accompagna Marta, perché non si precipita incontro a Gesù che ritorna? C'è una sola spiegazione ovvia. Secondo i dettami della legge ebraica di quel tempo, una donna che « sedeva in Shiveh » non poteva uscire di casa se non per ordine espresso del marito. In questo episodio il comportamento di Gesù e di Maria di Betania corrisponde in modo esatto al comportamento tradizionale di un Ebreo e di sua moglie.
C'è un altro indizio a favore di un possibile matrimonio tra Gesù e Maria di Betania. Appare, più o meno come un non seguitar, nel Vangelo di Luca:
Mentre erano in cammino, [Gesù] entrò in un villaggio e una donna di nome Marta lo accolse nella sua casa. Essa aveva una sorella di nome Maria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola; Marta invece era tutta presa dai molti servizi. Pertanto, fattasi avanti disse: « Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti ». Ma Gesù le rispose: « Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c'è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta » (Luca 10:38-42).
A giudicare dalle parole di Marta, sembra evidente che Gesù eserciti su Maria una sorta di autorità. Ancora più importante, tuttavia, è la risposta di Gesù. In qualunque altro contesto, non si esiterebbe a interpretarla come un'allusione a un matrimonio. E comunque attesta chiaramente che Maria di Betania era una discepola ardente quanto la Maddalena.
Vi sono buone ragioni per identificare la Maddalena con la donna che unge Gesù. È possibile, ci chiedemmo, che fosse identificabile anche con Maria di Betania, sorella di Lazzaro e di Marta? È possibile che queste donne, presentate nei Vangeli in tre contesti diversi, siano in realtà un'unica persona? La Chiesa medievale certamente le vedeva così, non diversamente dalla tradizione popolare. Oggi, molti studiosi biblici sono d'accordo. Vi sono abbondanti indizi che confermano questa conclusione.
I Vangeli di Matteo, Marco e Giovanni, ad esempio, dicono tutti che la Maddalena era presente alla Crocifissione. Nessuno, invece, cita Maria di Betania. Ma se Maria di Betania era una discepola tanto devota, la sua assenza sembrerebbe a dir poco strana. È credibile che lei, per non parlare di suo fratello Lazzaro, non assistesse al momento culminale della vita di Gesù? L'omissione sarebbe inspiegabile e reprensibile, a meno che fosse presente e venisse citata dai Vangeli sotto il nome di Maddalena. Se la Maddalena e Maria di Betania sono la stessa persona, allora la seconda non figura più come assente alla Crocifissione.
La Maddalena può essere identificata con Maria di Betania. E può essere identificata anche con la donna che unge Gesù. Il Quarto Vangelo identifica con Maria di Betania la donna che unge Gesù. Anzi, l'autore del Quarto Vangelo è molto esplicito:
“Era allora malato un certo Lazzaro di Betania, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella. Maria era quella che aveva cosparso d'olio profumato il Signore e gli aveva asciugato i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato.” (Giovanni 11:1-2)
E di nuovo, nel capitolo successivo:
“Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betania, dove si trovava Lazzaro, che egli aveva risuscitato dai morti. E qui gli fecero una cena: Marta serviva e Lazzaro era uno dei commensali. Maria allora, presa una libbra di olio profumato di vero nardo, assai prezioso, cosparse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì del profumo dell'unguento.” (Giovanni 12:1-3)
È dunque chiaro che Maria di Betania e la donna che cosparge d'unguento Gesù sono la stessa donna. Se non è altrettanto chiaro, è certo probabile che questa donna sia anche la Maddalena. Se Gesù era veramente sposato, a quanto sembra c'è una sola candidata al ruolo di sua moglie: una donna che apparve più volte nei Vangeli sotto nomi diversi.

3) Il discepolo prediletto
Se la Maddalena e Maria di Betania sono la stessa donna, e se questa donna era la moglie di Gesù, Lazzaro sarebbe stato cognato di Gesù. Nei Vangeli c'è qualcosa che indica che Lazzaro avesse veramente questa posizione speciale?
Lazzaro non figura nei Vangeli di Luca, Matteo e Marco, anche se la sua « resurrezione dai morti » era contenuta in origine nel testo marciano, e fu espunta in seguito. Perciò Lazzaro è conosciuto dai posteri solo tramite il Quarto Vangelo, il Vangelo di Giovanni. Ma qui è chiaro che gode di un trattamento preferenziale, non circoscritto alla sua resurrezione. Sotto questo e molti altri aspetti, Lazzaro sembra, se mai, più vicino a Gesù degli stessi discepoli. Eppure, piuttosto stranamente, i Vangeli non lo enumerano neppure tra questi discepoli.
A differenza di costoro, Lazzaro viene minacciato. Secondo il Quarto Vangelo, i sommi sacerdoti, quando decidono di eliminare Gesù, decidono di uccidere anche Lazzaro (Giovanni 12:10). Quindi Lazzaro, a quanto sembra, avrebbe operato in qualche modo nell'interesse di Gesù, mentre non si può dire altrettanto di certi discepoli. In teoria, questo dovrebbe qualificarlo come discepolo; tuttavia, non viene citato come tale. Non figura neppure presente alla Crocifissione: una dimostrazione d'ingratitudine apparentemente vergognosa, da parte di un uomo che doveva la vita a Gesù nel senso più completo della parola. Certo, è possibile che si fosse nascosto, dato il pericolo che lo minacciava. Ma è molto strano che nei Vangeli non si accenni più a lui. Sembra sparito, e non viene più nominato. Ma è davvero così? Cercammo di esaminare più attentamente il problema.
Dopo aver soggiornato a Betania per tre mesi, Gesù si ritira con i discepoli sulle rive del Giordano, a non più di un giorno di cammino da quella località. Un messaggero lo raggiunge portando la notizia che Lazzaro è malato. Ma il messaggero non allude a Lazzaro chiamandolo per nome. Al contrario, parla del malato come di un uomo che ha una speciale importanza: « Signore, ecco, colui che tu ami è malato » (Giovanni 11:3). La reazione di Gesù alla notizia è decisamente strana. Anziché affrettarsi a tornare per soccorrere l'uomo che gli è caro, accantona con disinvoltura il problema: « All'udire questo, Gesù disse: "Questa malattia non è per la morte, ma per la gloria di Dio, perché per essa il Figlio di Dio verrà glorificato" » (11:4). E se le sue parole sono sconcertanti, le sue azioni lo sono ancora di più: « Quand'ebbe dunque sentito che era malato, si trattenne due giorni nel luogo dove si trovava » (11:6). Insomma, Gesù continua a indugiare sulle rive del Giordano, nonostante la notizia allarmante che ha ricevuto. Alla fine, decide di ritornare a Betania. Poi contraddice in modo clamoroso la sua affermazione precedente, dicendo ai discepoli che Lazzaro è morto. Tuttavia, rimane imperturbato. Anzi, afferma con chiarezza che la « morte » di Lazzaro è servita a qualche scopo: « II nostro amico Lazzaro s'è addormentato; ma io vado a svegliarlo » (11:11). E quattro versetti più avanti ammette che l'intero episodio è stato meticolosamente preparato e disposto in anticipo: « E io sono contento per voi di non essere stato là, perché voi crediate. Orsù, andiamo da lui » (11:15). Se questo comportamento è sconcertante, la reazione dei discepoli non lo è meno: « Allora Tommaso, chiamato Didimo, disse ai condiscepoli: "Andiamo anche noi a morire con lui!" » (11:16). Che cosa significa? Se Lazzaro è letteralmente morto, senza dubbio i discepoli non intendono seguirlo con un suicidio collettivo! E come si può spiegare la noncuranza di Gesù, l'indifferenza con cui riceve l'annuncio della malattia di Lazzaro e il suo ritardo nel ritornare a Betania?
La spiegazione sembra consistere, come suggerisce il professor Morton Smith, in una iniziazione più o meno tipica di una « scuola misterica ». Come dimostra il professor Smith, queste iniziazioni e i relativi riti erano abbastanza comuni in Palestina ai tempi di Gesù. Spesso comportavano una morte e una rinascita simboliche, che venivano chiamate appunto con questi nomi; la reclusione in una tomba, che diveniva il grembo della rinascita dell'accolito; un rito, che oggi è chiamato battesimo, e che era una simbolica immersione nell'acqua; e una coppa di vino, identificato con il sangue del profeta o del mago che presiedeva alla cerimonia.
Bevendo dalla coppa, il discepolo consumava un'unione simbolica con il maestro, diventava misticamente « una cosa sola » con lui. È significativo che san Paolo spieghi appunto in questi termini lo scopo del battesimo. E lo stesso Gesù usa gli stessi termini durante l'Ultima Cena.
Come osserva il professor Smith, la carriera di Gesù è molto simile a quella di altri quattro maghi, guaritori e taumaturghi dell'epoca.(12)
Nei Quattro Vangeli, ad esempio, incontra in segreto coloro che si accinge a guarire, e parla con loro, da solo. Poi, spesso li invita a non divulgare ciò che è accaduto. E quando si trova a contatto con il grosso pubblico, Gesù parla abitualmente per allegorie e parabole.
Sembrerebbe quindi che Lazzaro, mentre Gesù soggiorna lungo il Giordano, abbia intrapreso un tipico rito di iniziazione, che come di consueto porta a una simbolica resurrezione. In questa luce, il desiderio di « morire con lui » espresso dai discepoli diviene perfettamente comprensibile, come diviene comprensibile il comportamento di Gesù. Certo, Maria e Marta sembrano sinceramente afflitte, e come loro molte altre persone. Ma è possibile che avessero frainteso o male interpretato il significato dell'atto. O forse qualcosa era andato male nell'iniziazione, come accadeva non di rado. Oppure era tutto un dramma inscenato, il cui vero carattere e il cui scopo erano noti a pochissimi.
Se l'episodio di Lazzaro si riferisce a un'iniziazione rituale, è evidente che Lazzaro riceve un trattamento preferenziale. Tra l'altro, viene apparentemente iniziato prima di tutti gli altri discepoli che anzi sembrano invidiosi del suo privilegio. Ma perché l'uomo di Betania, fino a quel momento sconosciuto, dovrebbe ricevere un simile onore? Perché subisce un'esperienza che i discepoli sono tanto ansiosi di condividere? Perché in seguito tanti « eretici » dalle tendenze mistiche, come i carpocraziani, avrebbero attribuito tanta importanza alla cosa? E perché l'intero episodio fu espunto dal Vangelo di Marco? Forse perché Lazzaro era « colui che Gesù amava » più degli altri discepoli. Forse perché Lazzaro aveva un legame speciale con Gesù: era suo cognato. Forse per entrambe le ragioni. È possibile che Gesù conoscesse e amasse Lazzaro appunto perché era suo cognato. Comunque, questo affetto viene sottolineato più volte. Quando Gesù ritorna a Betania e piange, o finge di piangere, per la morte di Lazzaro, gli astanti riecheggiano le parole del messaggero: « Vedi come lo amava! » (Giovanni 11:36).
L'autore del Vangelo di Giovanni - il Vangelo che narra l'episodio di Lazzaro - non si identifica mai come « Giovanni ». Anzi, non dice mai il proprio nome. Tuttavia, allude a se stesso con un appellativo che lo distingue. Chiama costantemente se stesso « il discepolo prediletto », « colui che Gesù amava » e fa capire in modo chiaro che gode di una posizione eccezionale, privilegiata rispetto ai suoi compagni. All'Ultima Cena, ad esempio, mostra apertamente la sua personale vicinanza a Gesù; e a lui solo Gesù confida come avverrà il tradimento:
“Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola a fianco di Gesù. Simon Pietro gli fece un cenno e gli disse: « Di' chi è colui a cui si riferisce? » Ed egli reclinandosi sul petto di Gesù gli disse: « Signore, chi è? ». Rispose allora Gesù: « È colui per il quale intingerò un boccone e glielo darò ». E intinto il boccone, lo prese e lo diede a Giuda Iscariota, figlio di Simone.” (Giovanni 13:23-26).
Chi è il « discepolo prediletto », sulla cui testimonianza si basa il Quarto Vangelo? Tutto indica che sia in effetti Lazzaro, « colui che Gesù amava ». Sembrerebbe, quindi, che Lazzaro e il « discepolo prediletto » siano la stessa persona, e che Lazzaro sia la vera identità di « Giovanni ». Questa conclusione appare quasi inevitabile. E non fummo noi i soli a raggiungerla. Secondo William Brownlee, illustre filologo biblico, uno dei maggiori esperti per quanto riguarda i Rotoli del Mar Morto, « in base all'evidenza interna contenuta nel Quarto Vangelo... la conclusione è che il discepolo prediletto è Lazzaro di Betania ». (13)
Se Lazzaro e « il discepolo prediletto » sono la stessa persona, questo spiegherebbe parecchie anomalie. Spiegherebbe la misteriosa sparizione di Lazzaro dal racconto delle Scritture, e la sua apparente assenza durante la Crocifissione. Infatti, se Lazzaro e il « discepolo prediletto » erano la stessa persona, alla Crocifissione Lazzaro era presente. E sarebbe stato a Lazzaro che Gesù affidò la madre. Le parole con cui lo fece potrebbero essere quelle di un uomo che si rivolge al cognato:
“Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: « Donna, ecco il tuo figlio! ». Poi disse al discepolo: « Ecco la tua madre! ». E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa.” (Giovanni 19:26-7).
L'ultima parola del brano citato è particolarmente rivelatrice. Infatti gli altri discepoli hanno abbandonato le loro case in Galilea e, a tutti i fini pratici, non hanno casa. Lazzaro, invece, ce l'ha: la casa di Betania, dove lo stesso Gesù soggiornava.
Dopo che i sacerdoti decidono di farlo uccidere, Lazzaro non viene più menzionato per nome. Sembra sparire completamente. Ma se è veramente il « discepolo prediletto », dopotutto non sparisce affatto, e i suoi movimenti e la sua attività si possono seguire fino alla conclusione del Quarto Vangelo. E anche qui c'è un episodio curioso che merita un attento esame. Al termine del Quarto Vangelo, Gesù predice la morte di Pietro e gli ordina di « seguirlo »:
“Pietro allora, voltandosi, vide che li seguiva quel discepolo che Gesù amava, quello che nella cena si era chinato sul suo petto e gli aveva domandato: « Signore, chi è che ti tradisce? ». Pietro dunque, vedutolo, disse a Gesù: « Signore, e lui? ». Gesù gli rispose: « Se voglio che egli rimanga finché io venga, che importa a te? Tu seguimi ». Si diffuse perciò tra i fratelli la voce che quel discepolo non sarebbe morto. Gesù però non gli aveva detto che non sarebbe morto, ma: « Se voglio che egli rimanga finché io venga, che importa a te? ».
Questo è il discepolo che rende testimonianza su questi fatti e li ha scritti; e noi sappiamo che la sua testimonianza è vera.” (Giovanni 21:20-24).
Nonostante la fraseologia ambigua, il significato del passo sembrerebbe chiaro. Il « discepolo prediletto » ha ricevuto l'ordine esplicito di attendere il ritorno di Gesù. E il testo sottolinea con enfasi che questo ritorno non deve essere inteso simbolicamente nel senso di un « secondo avvento ». Al contrario, implica qualcosa di più terreno. Implica che Gesù, dopo aver mandato per il mondo gli altri suoi seguaci, deve ritornare presto per conferire un compito speciale al « discepolo prediletto ». Si direbbe quasi che abbiano accordi precisi e concreti da concludere, piani da approntare.
Se il « discepolo prediletto » è Lazzaro, questa collusione di cui gli altri discepoli non sanno nulla sembra avere un precedente. Durante la settimana che precede la Crocifissione, Gesù si accinge a compiere il suo trionfale ingresso in Gerusalemme; e per farlo in armonia con le profezie dell'Antico Testamento che parlano di un Messia, deve enttare nella città in groppa a un asino (Zaccaria 9:9-10). Perciò è necessario procurarsi un asino. Nel Vangelo di Luca, Gesù manda due discepoli a Betania dove, dice loro, troveranno un asino. Hanno l'ordine di dire al padrone dell'asino che « il Maestro ne ha bisogno ». Quando tutto si svolge esattamente come Gesù ha preannunciato, la cosa viene considerata come una specie di miracolo. Ma c'è davvero qualcosa di straordinario? Non indica semplicemente l'esistenza di piani meticolosamente preparati? E l'uomo di Betania che fornisce l'asino al momento giusto non sembra Lazzaro?
Questa è certamente la conclusione del professor Hugh Schon-field. (14)
Egli sostiene in modo convincente che l'organizzazione dell'ingresso trionfale di Gesù in Gerusalemme fu affidata a Lazzaro, e che gli altri discepoli non ne sapevano nulla. Se era davvero così, questo attesta l'esistenza di una cerchia intima di seguaci di Gesù, un gruppo di collaboratori o di familiari, i soli che godevano della confidenza del maestro. Il professor Schonfield ritiene che Lazzaro facesse parte di questa cerchia. E la sua convinzione concorda con l'insistenza del professor Smith sul trattamento preferenziale che Lazzaro riceve in virtù della sua iniziazione, o morte simbolica, a Betania. È possibile che Betania fosse un centro culturale, un luogo riservato ai riti presieduti da Gesù. Questo potrebbe spiegare perché Betania ricorreva enigmaticamente altrove, nella nostra indagine. Il Priorato di Sion aveva chiamato « Béthanie » la sua « arca » a Rennes-le-Château. E Saunière, apparentemente su richiesta del Priorato di Sion, aveva battezzato Villa Bethania la sua villa.
In ogni caso, la collusione che sembra portare alla consegna di un asino da parte dell'« uomo di Betania » può riapparire nel misterioso finale del Quarto Vangelo: quando Gesù ordina al suo « discepolo prediletto » di rimanere fino al suo ritorno. Si direbbe che lui e il « discepolo prediletto » abbiano piani da preparare. E non è irragionevole presumere che tali piani riguardassero la famiglia di Gesù. Sulla croce, Gesù aveva già affidato la madre al « discepolo prediletto ». Se aveva moglie e figli, presumibilmente anche loro sarebbero stati affidati allo stesso discepolo. E questo, naturalmente, sarebbe stato ancora più plausibile se il « discepolo prediletto » di Gesù era suo cognato.
Secondo una tradizione molto più tarda, la madre di Gesù morì in esilio a Efeso, da dove giunse successivamente il Quarto Vangelo. Nulla indica, tuttavia, che il « discepolo prediletto » si prendesse cura della madre di Gesù finché ella visse. Secondo il professor Schonfield, il Quarto Vangelo probabilmente non fu composto a Efeso, ma solo rielaborato, riveduto e corretto da un anziano greco di quella città che lo modificò in modo da adeguarlo alle proprie idee. (15)
Se il « discepolo prediletto » non andò a Efeso, che ne fu di lui? Se era Lazzaro, è possibile rispondere alla domanda, perché la tradizione è esplicita. Secondo la tradizione e secondo certi autori della Chiesa appartenenti al periodo protocristiano, Lazzaro, la MaddalenaMartaGiuseppe d'Arimatea e alcuni altri giunsero per nave a Marsiglia. (16)
Lì Giuseppe sarebbe stato consacrato da san Filippo e inviato in Inghilterra, dove avrebbe fondato una chiesa a Glastonbury. Tuttavia, Lazzaro e la Maddalena sarebbero rimasti in Gallia. La tradizione vuole che la Maddalena morisse ad Aix-en-Provence o a Saint Baume, e Lazzaro a Marsiglia, dopo avervi fondato la prima diocesi. Uno dei loro compagni, san Massimiliano, avrebbe fondato invece la prima diocesi di Narbona.
Se Lazzaro e il « discepolo prediletto » erano una sola persona, vi sarebbe una spiegazione per la loro duplice scomparsa. Lazzaro, il vero « discepolo prediletto » avrebbe preso terra a Marsiglia, insieme alla sorella che, come afferma la tradizione successiva, portava con sé il Santo Graal, il « sangue reale ». E le disposizioni per la fuga e l'esilio sembrerebbero organizzate dallo stesso Gesù, insieme al « discepolo prediletto », al termine del Quarto Vangelo.

4) La dinastia di Gesù
Se Gesù aveva veramente sposato Maddalena, questo matrimonio poteva avere uno scopo specifico? In altre parole, poteva essere qualcosa di più di un matrimonio convenzionale? Poteva essere un'alleanza dinastica, con significati e ripercussioni di carattere politico? Una stirpe uscita da tale matrimonio, insomma, avrebbe giustificato del tutto l'appellativo di « sangue reale »?
Il Vangelo di Matteo dichiara esplicitamente che Gesù era di sangue reale: un re autentico, discendente diretto di Salomone e di Davide. Se questo è vero, avrebbe avuto un diritto legittimo sul trono della Palestina unita: forse l'unico diritto legittimo. E l'iscrizione affissa sulla croce sarebbe stata qualcosa di più di una beffa sadica, perché Gesù sarebbe stato veramente il « Re dei Giudei ». La sua posizione, sotto molti aspetti, sarebbe stata analoga a quella, poniamo, del « Bonnie Prince Charlie », lo Stuart pretendente al trono d'Inghilterra, nel 1745. E quindi avrebbe suscitato l'opposizione che suscitò appunto a causa del suo ruolo: il ruolo di un re-sacerdote che forse avrebbe potuto unificare il suo paese e il popolo ebreo, e che quindi costituiva una grave minaccia per Erode e per Roma.
Certi studiosi biblici moderni hanno sostenuto che la famosa « strage degli innocenti » perpetrata da Erode non avvenne mai. E anche se avvenne, non ebbe probabilmente le dimensioni sensazionali e spaventose che le attribuiscono i Vangeli e la tradizione più tarda. Tuttavia, il fatto stesso che l'episodio sia stato tramandato sembra attestare qualcosa: un timore autentico da parte di Erode, la paura di venire spodestato. Certo, Erode era un sovrano estremamente insicuro, odiato dai sudditi e tenuto al potere soltanto dalle coorti romane. Ma per quanto fosse precaria la sua posizione, non poteva essere realisticamente minacciata dalle voci sull'avvento di un salvatore mistico o spirituale: voci che del resto a quel tempo circolavano già in Terrasanta. Se Erode era veramente preoccupato, poteva solo esserlo a causa di una minaccia politica concreta: la minaccia rappresentata da un uomo che aveva pretese al trono più legittime delle sue, e che poteva assicurarsi un vasto appoggio popolare. Forse la « strage degli innocenti » non avvenne, ma le tradizioni che ne parlano rispecchiano una preoccupazione da parte di Erode, un timore nei confronti di una pretesa, una rivendicazione e con ogni probabilità anche un'azione che mirava a prevenirla o a precluderla. La pretesa poteva avere soltanto un carattere politico. E in tal caso doveva essere presa sul serio.
Suggerire che Gesù avesse questa pretesa legittima, naturalmente, significa contrastare l'immagine popolare del « povero falegname di Nazareth ». Ma vi sono motivi convincenti per farlo. Innanzitutto, non è sicuramente certo che Gesù fosse di Nazareth. « Gesù di Nazareth » è infatti una forma corrotta o una traduzione errata di « Gesù il Nazorita », « Gesù il Nazireo » o forse « Gesù di Genesareth ». In secondo luogo, è molto dubbio che il villaggio di Nazareth esistesse ai tempi di Gesù. Non figura nelle mappe e nei documenti romani. Non è menzionato nel Talmud. Non è menzionato, e tanto meno è associato a Gesù, negli scritti di San Paolo che dopotutto furono composti prima dei Vangeli. E Giuseppe Flavio, il più importante cronista di quel periodo, che comandò contingenti di truppe in Galilea ed elencò i centri della provincia, non parla di Nazareth. Sembra, quindi, che Nazareth abbia incominciato a esistere dopo l'insurrezione del 68-74 d.C., e che il nome di Gesù vi sia stato associato in seguito alla confusione semantica, casuale o voluta, che caratterizza gran parte del Nuovo Testamento.
Indipendentemente dal fatto che fosse o no « di Nazareth », niente indica che Gesù fosse « un povero falegname ». (17)
Non è certo così che ce lo presentano i Vangeli. Anzi, la loro testimonianza fa pensare il contrario. Gesù ci appare istruito; si direbbe che abbia studiato per diventare rabbi, e che abbia frequentato personaggi ricchi e influenti non meno della povera gente: basta ricordare ad esempio Giuseppe d'Arimatea e Nicodemo. E le nozze di Cana sembrano confermare la posizione sociale di Gesù.
Le nozze non appaiono affatto come una festa umile e modesta di « gente comune ». Al contrario, presentano tutte le caratteristiche di un sontuoso matrimonio aristocratico in grande stile, al quale sono invitati ospiti a centinaia. Ad esempio, vi sono molti servitori che si affrettano ad obbedire a Maria e a Gesù. C'è un « maestro di tavola » o « maestro di cerimonia », che nel contesto sarebbe stato una specie di sovrintendente o capo maggiordomo o forse addirittura un aristocratico. Chiaramente, il vino scorre a fiumi. Quando Gesù « trasmuta » l'acqua in vino, produce - secondo la « Bibbia della Buona Novella » - non meno di seicento litri, più di ottocento bottiglie! E questo va ad aggiungersi a tutto il vino che è già stato bevuto.
Tutto considerato, le nozze di Cana appaiono come una sontuosa cerimonia della piccola nobiltà o dell'aristocrazia. Anche se non furono le nozze di Gesù, la sua presenza e quella di sua madre indicherebbero che appartenevano alla stessa casta. Soltanto questo può spiegare perché i servi obbediscono ai loro ordini.
Se Gesù era aristocratico e se era sposato con la Maddalena, è probabile che anche lei fosse di elevata estrazione sociale. E infatti sembra esserlo. Come abbiamo visto, tra le sue amiche figurava la moglie di un alto funzionario della corte di Erode. Ma è possibile che la Maddalena fosse ancora più importante.
Come avevamo scoperto seguendo le indicazioni dei « documenti del Priorato », Gerusalemme, Città Santa e capitale della Giudea, in origine era appartenuta alla tribù di Beniamino. In seguito i Beniaminiti erano stati decimati nella guerra con le altre tribù d'Israele, e molti di loro andarono in esilio, anche se, come affermano i « documenti del Priorato », « alcuni di loro rimasero ». Un discendente di coloro che rimasero fu san Paolo, che dichiara esplicitamente di essere Beniaminita (Romani 11:1).
Nonostante il conflitto con le altre tribù d'Israele, quella di Beniamino sembrava godere di una posizione speciale. Tra l'altro, diede a Israele il primo re, Saul, unto dal profeta Samuele, e la prima casa reale. Ma Saul fu deposto da Davide, della tribù di Giuda. E Davide non si limitò a togliere ai Beniaminiti il trono. Scegliendo come capitale Gerusalemme, tolse loro anche la legittima eredità.
Secondo tutte le genealogie del Nuovo Testamento, Gesù era discendente di Davide, e quindi apparteneva anch'egli alla tribù di Giuda. Agli occhi dei Beniaminiti ciò poteva fare di lui, almeno in un certo senso, un usurpatore. Ma queste obiezioni sarebbero state superate se avesse sposato una donna beniaminita. Il matrimonio sarebbe stato un'importante alleanza dinastica, ricca di conseguenze politiche. Non avrebbe soltanto dato a Israele un potente re-sacerdote; avrebbe avuto anche la funzione simbolica di restituire Gerusalemme ai legittimi proprietari. Quindi avrebbe contribuito a incoraggiare l'unità e l'appoggio del popolo, e a consolidare le pretese al trono di Gesù.
Il Nuovo Testamento non dice a quale tribù appartenesse la Maddalena. Nelle leggende più tarde, però, viene detto che è di stirpe reale. E altre tradizioni affermano che apparteneva alla tribù di Beniamino.
A questo punto incominciava a diventare visibile l'abbozzo di uno « scenario » storico coerente. E a quanto potevamo capire, politicamente aveva un senso. Gesù sarebbe stato un re-sacerdote della stirpe di Davide, legittimo pretendente al trono. Avrebbe consolidato la sua posizione con un matrimonio dinastico simbolicamente importante. Poi si sarebbe accinto a unificare il suo paese, mobilitare la popolazione, scacciare gli oppressori, deporre l'abbietto sovrano fantoccio e restaurare la gloria della monarchia, com'era stata al tempo di Salomone. E un tale uomo sarebbe stato veramente « Re dei Giudei ».

5) La Crocifissione
Come dimostra la vita di Gandhi, un capo spirituale, se ha un appoggio popolare sufficiente, può costituire una minaccia per un regime esistente. Ma un uomo sposato, con legittime pretese al trono, e figli destinati a formare una dinastia, rappresenta una minaccia decisamente ancora più grave. C'è qualcosa, nei Vangeli, che indichi che Gesù venisse considerato dai Romani un pericolo di questo genere?
Durante l'incontro con Pilato, Gesù viene chiamato più volte « Re dei Giudei ». Per ordine dello stesso Pilato, sulla croce viene affissa un'iscrizione con questo titolo. Come sostiene S.G.F. Brandon dell'Università di Manchester, l'iscrizione affissa alla croce deve essere considerata autentica: uno dei particolari più autentici dell'intero Nuovo Testamento. Innanzitutto figura, virtualmente senza variazioni, in tutti i quattro Vangeli. In secondo luogo è un episodio troppo compromettente e imbarazzante perché l'abbiano inventato i revisori più tardi.
Nel Vangelo di Marco, Pilato, dopo aver interrogato Gesù, chiede ai dignitari: « Che farò dunque di quello che voi chiamate Re dei Giudei? » (Marco 15:12). Questo parrebbe indicare che almeno alcuni Giudei considerano veramente Gesù come il loro re. Nel contempo, però, in tutti i quattro Vangeli anche Filato accorda questo titolo a Gesù. Non c'è ragione di supporre che lo faccia per ironizzare o per deriderlo. Nel Quarto Vangelo insiste a farlo in tono serio, nonostante il coro di proteste. Nei tre Vangeli Sinottici, inoltre, lo stesso Gesù ammette di rivendicare il titolo: « Allora Pilato prese a interrogarlo: "Sei tu il Re dei Giudei?" Ed egli rispose: "Tu lo dici" » (Marco 15:2). Nella traduzione, la risposta può suonare ambivalente, forse di proposito. Nel testo originale greco, però, il suo significato è inequivocabile. Può essere interpretata solo come « Tu hai parlato giustamente ». E la frase è interpretata nello stesso modo ogni volta che appare altrove nella Bibbia.
I Vangeli furono composti durante e dopo l'insurrezione del 68-74 d.C., quando il giudaismo aveva finito di esistere come una forza sociale, politica e militare organizzata. E soprattutto, i Vangeli furono composti per un pubblico greco-romano, e dovevano risultare accettabili. Roma aveva appena finito di combattere contro gli Ebrei una guerra feroce e dispendiosa. Quindi era del tutto naturale presentare i Giudei come malvagi. Inoltre, dopo la rivolta giudaica, Gesù non poteva venire dipinto come un personaggio politico, legato in un modo o nell'altro alle inquietudini che sfociarono nella guerra. Infine, la parte avuta dai Romani nel processo e nell'esecuzione di Gesù doveva essere riveduta e corretta e presentata nel miglior modo possibile. Perciò nei Vangeli Pilato figura come un uomo onesto, serio e tollerante, che consente con grande riluttanza alla Crocifissione. (18)
Ma nonostante questa libertà che gli evangelisti si presero con la storia, si può ricostruire quale fu la vera posizione di Roma nella vicenda.
Secondo i Vangeli, Gesù viene inizialmente condannato dal sinedrio, il consiglio degli anziani giudei, i quali lo portano davanti a Pilato e chiedono al governatore di pronunciarsi contro di lui. Da un punto di vista storico, questo non ha senso. Nei tre Vangeli Sinottici, Gesù viene arrestato e condannato dal sinedrio la notte di Pasqua. Ma secondo la legge giudaica, il sinedrio non poteva riunirsi per Pasqua. (19)
Nei Vangeli l'arresto di Gesù e il suo processo davanti al sinedrio hanno luogo di notte. Secondo la legge giudaica, il sinedrio non poteva riunirsi di notte, in case private o in qualunque luogo che non fosse all'interno del recinto del Tempio. Nei Vangeli, il sinedrio sembra non avere l'autorità di pronunciare una condanna a morte e sarebbe per questa ragione che Gesù viene condotto davanti a Pilato. Ma il sinedrio aveva l'autorità di emettere condanne a morte: per lapidazione, se non per crocifissione. Perciò, se il sinedrio avesse voluto eliminare Gesù, avrebbe avuto l'autorità di condannarlo alla lapidazione. L'intervento di Pilato non sarebbe stato necessario.
Gli autori dei Vangeli compiono altri numerosi tentativi per scagionare Roma da ogni responsabilità. Uno è rappresentato dall'offerta di grazia fatta da Pilato, il quale si dichiara disposto a liberare un prigioniero a scelta della folla. Secondo i Vangeli di Marco e Matteo, questa era « un'usanza della festa di Pasqua ». In realtà, tale consuetudine non esisteva. (20)
Gli autori moderni concordano che i Romani non adottarono mai tale politica, e che l'offerta di liberare Gesù o Barabba è un'invenzione. Anche la riluttanza di Pilato di fronte alla prospettiva di condannare Gesù, e la sua irritata rassegnazione alla pressione della folla sembrano altrettanto fittizie. In realtà, sarebbe stato impensabile che un governatore romano, per giunta implacabile come Pilato, si piegasse al volere della folla. Lo scopo di queste alterazioni è piuttosto chiaro: scagionare i Romani, attribuire tutta la colpa agli Ebrei e rendere così Gesù accettabile a un pubblico romano. È possibile, naturalmente, che non tutti i Giudei fossero innocenti. Anche se l'amministrazione romana aveva paura di un re-sacerdote pretendente al trono, non poteva compiere apertamente atti provocatori che avrebbero portato forse a una rivolta. Senza dubbio, a Roma avrebbe fatto comodo che il re-sacerdote venisse tradito ufficialmente dal suo popolo. È quindi concepibile che i Romani si servissero di certi Sadducei come agenti provocatori. Ma anche così, rimane il fatto incontrovertibile che Gesù fu vittima di un'amministrazione romana, di un tribunale romano, di una condanna romana, dei militari romani e di un'esecuzione romana: un'esecuzione la cui forma era riservata esclusivamente ai nemici di Roma. Gesù non fu crocifisso per le sue colpe nei confronti del giudaismo, ma per le colpe nei confronti dell'impero. (21)

6) Chi era Barabba?
Nei Vangeli c'è qualche indizio che Gesù avesse avuto figli?
Non vi è nulla di esplicito. Ma era normale e doveroso che i rabbi avessero figli; e se Gesù era un rabbi, sarebbe stata una cosa molto insolita se non ne avesse avuti. Anzi, sarebbe stato insolito che non avesse figli, fosse un rabbi o no. Certo, da soli questi argomenti non costituiscono una prova positiva. Ma c'è una prova più concreta e specifica. Consiste nello sfuggente personaggio che nei Vangeli figura come Barabba o, per essere più precisi, come Gesù Barabba. In una prima versione del Vangelo di Matteo viene identificato infatti con questo nome. Se non altro, la coincidenza è sorprendente.
I filologi moderni sono incerti circa la derivazione e il significato di « Barabba ». « Gesù Barabba » può essere una forma corrotta di « Gesù Berabbi ». « Berabbi » era un titolo riservato ai rabbi più stimati, e seguiva il loro nome proprio. (22) « Gesù Berabbi » potrebbe perciò riferirsi allo stesso Gesù. Alternativamente, « Gesù Barabba » poteva essere stato in origine « Gesù bar Rabbi »: « Gesù figlio del Rabbi ». Nei Vangeli nulla indica che il padre di Gesù fosse un rabbi. Ma se Gesù aveva un figlio che portava il suo stesso nome, quel figlio poteva essere « Gesù bar Rabbi ». E c'è anche un'altra possibilità. « Gesù Barabba » potrebbe derivare da « Gesù bar Abba », e poiché in ebraico « Abba » significa « padre », « Barabba » significherebbe allora « figlio del padre »: una designazione priva di senso, a meno che il « padre » fosse qualcosa di eccezionale. Se il « padre » era veramente il « Padre Celeste », allora « Barabba » potrebbe ancora una volta riferirsi allo stesso Gesù. Invece, se il « padre » è Gesù, « Barabba » indicherebbe ancora una volta suo figlio.
Quale che sia il significato e la derivazione del nome, il personaggio Barabba è estremamente curioso. E più si considera l'episodio che lo riguarda, e più diviene evidente che sta succedendo qualcosa di irregolare e che qualcuno sta cercando di nascondere una realtà. Innanzitutto il nome di Barabba, come quello della Maddalena, sembra aver subito una sistematica campagna diffamatoria. Come la tradizione popolare fa della Maddalena una prostituta, così dipinge Barabba come un « ladrone ». Ma se Barabba era ciò che fa pensare il suo nome, non è molto probabile che fosse un comune ladro. Allora, perché insudiciare il suo nome? A meno che in realtà fosse qualcosa d'altro, qualcosa che i revisori dei Vangeli non volevano far sapere ai posteri.
A stretto rigore, i Vangeli non descrivono Barabba come un ladro. Secondo Marco e Luca, è un prigioniero politico, un ribelle accusato d'omicidio e di insurrezione. Nel Vangelo di Matteo, tuttavia, Barabba è descritto come « un prigioniero famoso ». E nel Quarto Vangelo, Barabba è chiamato (nell'originale greco) un lestes (Giovanni 18:40). La parola può essere tradotta come « ladro » o « bandito ». Nel suo contesto storico, però, significava qualcosa di ben diverso. Lestes era infatti il termine abitualmente usato dai Romani per indicare gli zeloti, (23) i rivoluzionari nazionalisti che da tempo fomentavano disordini. Poiché Marco e Luca dicono concordemente che Barabba è colpevole d'insurrezione, e poiché Matteo non contraddice questa affermazione, si può concludere con sicurezza che Barabba era uno zelota.
Ma queste non sono le sole notizie esistenti su Barabba. Secondo Luca, era stato coinvolto recentemente in « disordini » o in una « sedizione » avvenuta in città. La storia non parla di disordini accaduti a Gerusalemme in quel tempo. Ma i Vangeli sì. Secondo i Vangeli, a Gerusalemme c'erano stati disordini solo pochi giorni prima: quando Gesù e i suoi seguaci avevano rovesciato i tavoli degli usurai nel Tempio. Barabba aveva partecipato all'episodio, e per questo era stato imprigionato? Senza dubbio sembra probabile. E in tal caso, la conclusione ovvia è una sola: Barabba faceva parte del seguito di Gesù.
Secondo gli studiosi moderni, l'« usanza » di liberare un prigioniero in occasione della Pasqua non esisteva. Ma, anche se fosse esistita, la preferenza accordata a Barabba rispetto a Gesù non avrebbe senso. Se Barabba era davvero un delinquente comune, colpevole di omicidio, perché il popolo decise di salvargli la vita? E se invece era uno zelota, un rivoluzionario, è poco verosimile che Pilato rilasciasse un personaggio potenzialmente tanto pericoloso, anziché un innocuo visionario che era dispostissimo, come dicono i Vangeli, a « dare a Cesare ciò che è di Cesare ». Tra tutte , le discrepanze, le improbabilità e le incongruenze contenute nei Vangeli, la scelta di Barabba è la più sorprendente e inspiegabile. Sembra evidente che debba esserci qualcosa, dietro a questa invenzione tanto goffa e sconcertante.
Un autore moderno ha proposto una spiegazione affascinante e plausibile. Ipotizza che Barabba fosse il figlio di Gesù, e che Gesù fosse un re legittimo. (24)
In questo caso, la scelta di Barabba assumerebbe subito un senso. Si immagini una popolazione oppressa, di fronte all'imminente eliminazione del suo capo spirituale e politico, quel Messia il cui avvento aveva destato tante speranze. In una situazione del genere, la dinastia non sarebbe stata più importante dell'individuo? La conservazione della stirpe non sarebbe stata l'aspirazione suprema, non avrebbe avuto precedenza su tutto? Un popolo, di fronte alla scelta terribile, non avrebbe preferito veder sacrificato il re perché suo figlio e la sua schiatta potessero sopravvivere? Se la schiatta fosse sopravvissuta, vi sarebbe stata almeno una speranza per il futuro.
Non è certo impossibile che Barabba fosse figlio di Gesù. In genere, si ritiene che Gesù fosse nato intorno all'anno 6 a.C. La Crocifissione avvenne non più tardi del 36 d.C., quando Gesù aveva, al massimo, quarantadue anni. Ma anche se ne avesse avuto soltanto trentatrè quando morì, poteva comunque aver generato un figlio. Secondo le consuetudini del suo tempo, poteva essersi sposato a sedici o diciassette anni. Ma anche se si fosse sposato soltanto verso i vent'anni, avrebbe potuto comunque avere un figlio tredicenne che, secondo le usanze giudaiche, sarebbe stato considerato un uomo. E naturalmente, poteva avere anche altri figli. Questi figli potevano essere stati concepiti fino a pochi giorni prima della Crocifissione.

7) I particolari della Crocifissione
Gesù poteva aver generato vari figli prima della Crocifissione. Ma se sopravvisse alla Crocifissione, la probabilità che avesse discendenti aumenterebbe ancora. C'è qualche indizio che Gesù sopravvisse davvero alla Crocifissione, o che la Crocifissione fosse una messinscena?
Se si considera il ritratto che danno di lui i Vangeli, è inspiegabile che Gesù venisse crocifisso. Secondo i Vangeli, i suoi nemici erano in certi ambienti giudaici di Gerusalemme. Ma questi nemici, se esistevano veramente, avrebbero potuto lapidarlo di loro iniziativa e in nome della loro autorità, senza coinvolgere Roma nella questione. Secondo i Vangeli, Gesù non aveva nessun motivo di dissidio con Roma, e non violava la legge romana. Tuttavia venne punito dai Romani, secondo la legge e le procedure romane. Fu crocifìsso: una pena riservata esclusivamente a coloro che erano colpevoli di delitti contro l'impero. Se Gesù fu davvero crocifisso, non poteva essere apolitico come lo rappresentano i Vangeli. Al contrario, doveva necessariamente aver fatto qualcosa per attirarsi la collera dei Romani.
Quali che fossero le imputazioni per le quali fu crocifisso Gesù, la sua apparente morte sulla croce è piena d'incongruenze. Molto semplicemente, non c'è ragione perché la sua Crocifissione, come la raccontano i Vangeli, dovesse essere fatale. L'affermazione secondo la quale lo fu merita un attento esame.
Presso i Romani, vigeva una procedura molto precisa per la Crocifissione. (25)
Dopo la sentenza, il condannato veniva flagellato, e di conseguenza la perdita di sangue l'indeboliva. Poi le sue braccia venivano fissate, di solito per mezzo di cinghie, ma qualche volta con i chiodi, a una pesante trave lignea caricata sulle spalle. Portando la trave, veniva condotto sul luogo dell'esecuzione. Lì la trave, con il condannato appeso, veniva sollevata e fissata a un palo verticale.
Il condannato, appeso per le mani, non avrebbe potuto respirare, a meno che anche i piedi fossero fissati alla croce. Questo gli avrebbe permesso di esercitare una pressione sui piedi, alleviando quella sul torace. Ma nonostante la sofferenza, un uomo così appeso con i piedi fissati - soprattutto se era sano e robusto - di solito sopravviveva almeno per un giorno o due. Qualche volta, anzi, ci metteva una settimana a morire: di sfinimento, di sete o, se venivano usati i chiodi, di setticemia. A questa sofferenza prolungata si poteva mettere fine più rapidamente spezzando le gambe o le ginocchia del condannato: ed è quanto stanno per fare nei Vangeli i carnefici di Gesù, prima di venire trattenuti. Spezzare le gambe o le ginocchia non era un tormento in più, aggiunto per sadismo. Al contrario era un atto di misericordia, un colpo di grazia che causava una morte molto rapida. Quando non c'era più nulla che lo sostenesse, la pressione sul torace del condannato diventava intollerabile, ed egli moriva rapidamente per asfissia.
Gli studiosi moderni concordano nel ritenere che solo il Quarto Vangelo sia basato su un racconto della Crocifissione fatto da un testimone oculare. Secondo il Quarto Vangelo, i piedi di Gesù furono fissati alla croce, alleviando così la pressione sui muscoli pettorali; e le sue gambe non furono spezzate. Quindi, almeno in teoria, avrebbe dovuto sopravvivere per due o tre giorni. Tuttavia, Gesù è sulla croce da poche ore soltanto quando viene dichiarato morto. Nel Vangelo di Marco, lo stesso Pilato si stupisce della rapidità con cui sopravviene la morte (Marco 15:44).
Quale può essere stata la causa della morte? Non il colpo di lancia nel costato, poiché il Quarto Vangelo afferma che Gesù era già morto quando gli fu inferta la ferita (Giovanni 19:33). C'è una sola spiegazione: l'assommarsi dello sfinimento, della stanchezza, della debilitazione generale e del trauma della flagellazione. Ma neppure questi fattori avrebbero dovuto essere fatali tanto in fretta. Naturalmente, è possibile che lo fossero; nonostante le leggi fisiologiche, qualche volta un uomo muore per un solo colpo, relativamente innocuo. Tuttavia, l'intera vicenda continua ad apparire sospetta. Secondo il Quarto Vangelo, i carnefici di Gesù si accingono a spezzargli le gambe per affrettare la morte. Perché farlo, se era già moribondo? Insomma, non avrebbe avuto senso spezzare le gambe di Gesù, a meno che la sua morte non fosse apparsa tutt'altro che imminente.
Nei Vangeli, la morte di Gesù sopravviene in un momento quasi troppo opportuno. Avviene giusto in tempo per evitare che i carnefici gli spezzino le gambe. E così si può realizzare una profezia dell'Antico Testamento. Gli studiosi moderni ammettono che Gesù modellò senza troppe remore le propria vita su quelle profezie che annunciavano la venuta di un Messia. Fu per questa ragione che gli sembrò necessario procurarsi un asino a Betania per fare il suo ingresso trionfale a Gerusalemme. E anche i dettagli della Crocifissione sono congegnati in modo da realizzare le profezie dell'Antico Testamento. (26)
Insomma, l'apparente e opportuna « morte » di Gesù - che lo salva appena in tempo da una fine certa e gli permette di realizzare una profezia - è a dir poco sospetta. È troppo perfetta, troppo precisa per essere una coincidenza. Può trattarsi di un'interpolazione successiva, a posteriori; oppure doveva far parte di un piano meticolosamente preparato. Vi sono molti altri indizi che fanno pensare a quest'ultima possibilità.
Nel Quarto Vangelo Gesù, appeso alla croce, dice di aver sete. Gli viene allora offerta una spugna che, è detto, era stata intrisa d'aceto: e questo episodio compare anche negli altri Vangeli. In generale, la spugna viene interpretata come un altro gesto di sadica irrisione. Ma lo era veramente? L'aceto - o il vino inacidito - è uno stimolante, e ha effetti non dissimili da quelli dei sali da fiuto. A quel tempo veniva usato per rianimare gli schiavi infiacchiti a bordo delle galere. In un uomo ferito ed esausto, l'aceto - fiutato o bevuto - causerebbe una temporanea ripresa dell'energia. Invece, nel caso di Gesù, l'effetto è esattamente il contrario. Appena aspira o assorbe il contenuto della spugna, pronuncia le sue ultime parole e « rende lo spirito ». Una simile reazione causata dall'aceto è fisiologicamente inspiegabile. D'altra parte, sarebbe perfettamente comprensibile se la spugna fosse stata imbevuta di un soporifero, ad esempio un composto di oppio o di belladonna, sostanze usate comunemente a quel tempo in Medio Oriente. Ma perché dare a Gesù un soporifero? A meno che l'azione, come tutti gli altri fattori della Crocifissione, facesse parte di uno stratagemma complesso e ingegnoso, uno stratagemma ideato per causare una morte apparente quando il condannato, in effetti, era ancora vivo. Lo stratagemma avrebbe non soltanto salvato la vita di Gesù, ma avrebbe anche realizzato le profezie dell'Antico Testamento riguardanti il Messia.
La Crocifissione presenta altri aspetti anomali che fanno pensare appunto a uno stratagemma del genere. Secondo i Vangeli, Gesù viene crocifisso in un luogo chiamato Golgota, « il luogo del teschio ». La tradizione più tarda tenta di identificare il Golgota con una collina spoglia, più o meno a forma di teschio, situata a nord-ovest di Gerusalemme. Tuttavia i Vangeli chiariscono che il luogo della Crocifissione era molto diverso da una collina a forma di teschio. Il Quarto Vangelo è il più esplicito: « Ora, nel luogo dove era stato crocifisso, vi era un giardino e nel giardino un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato ancora deposto » (Giovanni 19:41). Gesù, dunque, non fu crocifisso su una collina spoglia a forma di teschio e neppure in un luogo riservato alle esecuzioni pubbliche. Fu crocifisso in un giardino dove c'era una tomba privata, o nelle immediate vicinanze. Secondo Matteo (27:60), la tomba e il giardino erano proprietà di Giuseppe d'Arimatea, che secondo tutti i quattro Vangeli, era un ricco seguace segreto di Gesù.
La tradizione popolare raffigura la Crocifissione come un evento pubblico, al quale assistettero migliaia di persone. Eppure i Vangeli indicano circostanze ben diverse. Secondo Matteo, Marco e Luca, quasi tutti i presenti, incluse le donne, « assistevano da lontano » alla Crocifissione (Luca 23:49). Sembrerebbe quindi evidente che la morte di Gesù non fu un avvenimento pubblico, bensì una crocifissione privata eseguita in una proprietà privata. Molti studiosi moderni sostengono che il luogo era probabilmente l'Orto di Getsemani. Se Getsemani era proprietà di uno dei discepoli segreti di Gesù, questo spiegherebbe perché Gesù, prima della Crocifissione, potesse servirsene liberamente. (27)
È superfluo aggiungere che una crocifissione privata in una proprietà privata lascia considerevole spazio a un eventuale inganno: una falsa crocifissione, un rito abilmente inscenato. I testimoni oculari sarebbero stati pochi. Per il popolo, il dramma, come confermano i Vangeli Sinottici, sarebbe stato visibile solo da una certa distanza e quindi non sarebbe stato possibile accertare chi veniva crocifisso veramente, o se veramente era morto.
Un inganno del genere, ovviamente, avrebbe richiesto la connivenza di Ponzio Pilato o di un personaggio importante dell'amministrazione romana. E in effetti, è molto probabile che la connivenza ci fosse. Certo, Pilato era un individuo crudele e tirannico. Ma era anche corrotto e corruttibile. Il Pilato storico, ben diverso da come lo presentano i Vangeli, non avrebbe rifiutato di risparmiare la vita di Gesù, in cambio di una lauta somma e magari della garanzia che non vi sarebbero state altre agitazioni politiche.
Quale che fosse il suo movente, non c'è comunque dubbio che Pilato fosse profondamente coinvolto nella faccenda. Riconosce la pretesa di Gesù al titolo di Re dei Giudei. Esprime stupore, vero o finto, perché Gesù muore tanto presto. E c'è un fattore che forse è il più importante di tutti: permette a Giuseppe d'Arimatea di portar via il corpo di Gesù.
Secondo la legge romana di quei tempi, a un uomo crocifisso veniva negata la sepoltura. (28)
Anzi, di solito venivano messi uomini di guardia per impedire che parenti o amici portassero via i cadaveri. La vittima era lasciata sulla croce, abbandonata agli elementi, ai corvi e agli avvoltoi. Eppure Pilato, violando clamorosamente la procedura, concede subito a Giuseppe d'Arimatea di portar via il corpo di Gesù. Questo attesta un'evidente complicità da parte di Pilato. E potrebbe attestare anche altre cose.
Nelle traduzioni del Vangelo di Marco, Giuseppe chiede a Pilato il corpo di Gesù. Pilato si meraviglia che Gesù sia già morto, interpella un centurione e poi accoglie la richiesta di Giuseppe. A prima vista sembra abbastanza semplice e chiaro; ma nella versione originale greca del Vangelo di Marco la vicenda è più complicata. Nella versione greca, quando Giuseppe chiede il corpo di Gesù, usa la parola soma, una parola che indica esclusivamente un corpo vivo. Pilato, nell'acconsentire, usa la parola ptoma, che significa « cadavere ». (29)
Secondo il testo greco, quindi, Giuseppe chiede esplicitamente il corpo di un vivo e Pilato gli concede quello che crede, o finge di credere, un cadavere.
Poiché era vietato seppellire i crocifissi, è egualmente straordinario che Giuseppe ottenga ciò che ha chiesto. Per quale ragione l'ottiene? Che diritto aveva di richiedere il corpo di Gesù? Se era un discepolo segreto, difficilmente poteva avanzare la richiesta senza rivelarsi: a meno che Pilato sapesse già tutto, o a meno che vi fosse un altro fattore favorevole a Giuseppe.
Vi sono ben poche notizie su Giuseppe d'Arimatea. I Vangeli riferiscono soltanto che era segretamente discepolo di Gesù, aveva grandi ricchezze e faceva parte del sinedrio, il consiglio degli anziani che governava la comunità di Gerusalemme sotto gli auspici dei Romani. Sembrerebbe quindi evidente che Giuseppe avesse una notevole influenza. E questa conclusione riceve conferma dalle sue trattative con Pilato, e dal fatto che sia proprietario di un appezzamento di terreno con una tomba privata.
La tradizione medievale presenta Giuseppe d'Arimatea come un custode del Santo Graal; e viene detto che Perceval è suo discendente. Secondo altre tradizioni più tarde, è in qualche modo relato al sangue di Gesù e alla famiglia di Gesù. Se era davvero così, questo gli avrebbe almeno dato una ragione plausibile per richiedere il corpo di Gesù; infatti, se ben difficilmente Pilato avrebbe concesso a uno sconosciuto di portar via il cadavere di un criminale giustiziato, avrebbe potuto invece, in cambio di una somma cospicua, concederlo a un parente del morto. Se Giuseppe, ricco e influente membro del sinedrio, era parente di Gesù, questo conferma di nuovo l'appartenenza di Gesù a una stirpe aristocratica. E se era parente di Gesù, la sua associazione con il Santo Graal, il « sangue reale », diventerebbe ancora molto più spiegabile.

Lo « scenario »
Avevamo già abbozzato un'ipotesi provvisoria che proponeva l'esistenza di una stirpe discesa da Gesù. Incominciammo ora ad ampliare l'ipotesi e ad aggiungere numerosi dettagli importanti, benché ancora in via provvisoria. E poco a poco il quadro complessivo cominciò ad acquisire coerenza e plausibilità.
Appariva sempre più chiaro che Gesù era un re- sacerdote, un aristocratico, legittimo pretendente al trono, e aveva intrapreso un tentativo di riconquistare l'eredità che gli spettava. Era nato in Galilea, tradizionale fucina d'opposizione alla dominazione romana. Nel contempo, aveva avuto numerosi sostenitori nobili, ricchi e influenti in tutta la Palestina, inclusa la capitale, Gerusalemme; e uno di questi sostenitori, un potente membro del sinedrio, poteva essere addirittura suo parente. Inoltre a Befania, un sobborgo di Gerusalemme, c'era la casa di sua moglie o dei familiari di sua moglie; e lì risiedeva l'aspirante re-sacerdote alla vigilia del suo ingresso trionfale nella capitale. Lì aveva creato il centro del suo culto misterico. Lì aveva accresciuto il numero dei suoi seguaci eseguendo iniziazioni rituali, inclusa quella del cognato.
Un aspirante re-sacerdote avrebbe logicamente suscitato una forte opposizione in certi ambienti: inevitabilmente tra i Romani dominatori e forse anche tra certi gruppi giudaici, ad esempio di sadducei. L'uno o l'altro di questi schieramenti, o forse entrambi riuscirono a sventare la sua azione per arrivare al trono. Ma il tentativo di eliminarlo non riuscì come avevano sperato. Infatti, a quanto sembra, il re-sacerdote aveva amici altolocati i quali, in collusione con un corrotto e corruttibile governatore romano, avrebbero inscenato una falsa crocifissione su un terreno privato, accessibile solo a pochi eletti. Poi, con il popolo tenuto a debita distanza, fu inscenata l'esecuzione, nella quale un sostituto prese il posto del re-sacerdote sulla croce, o in cui lo stesso re-sacerdote non morì veramente. Verso il cader della notte, quando la visibilità era ancora più scarsa, un « corpo » fu trasportato in una tomba opportunamente vicina, dalla quale, dopo un giorno o due, scomparve « miracolosamente ».
Se il nostro « scenario » era esatto, dove andò poi Gesù? Per quanto riguardava l'ipotesi della sua stirpe, la risposta a questo interrogativo non aveva particolare importanza. Secondo certe leggende islamiche e indiane, Gesù morì vecchio, in Oriente: nel Kashmir, come è affermato più spesso. D'altra parte, un giornalista australiano ha avanzato l'ipotesi affascinante e persuasiva che Gesù morisse a Masada quando la fortezza fu espugnata dai Romani nel 74 d.C., quando ormai doveva avvicinarsi agli ottant'anni. (30)
Secondo la lettera da noi ricevuta, i documenti trovati da Bérenger Saunière a Rennes-le-Château contenevano la « prova incontrovertibile » che Gesù era ancora vivo nel 45 d.C.: ma non è indicato dove. Una possibilità verosimile sarebbe che Gesù fosse riparato in Egitto, e precisamente ad Alessandria, dove, più o meno nello stesso periodo, il saggio Ormus avrebbe creato la Rosacroce fondendo il cristianesimo con misteri più antichi, precristiani. È stato addirittura detto che il corpo mummificato di Gesù potrebbe essere nascosto nei dintorni di Rennes-le-Chàteau, il che spiegherebbe il messaggio cifrato contenuto nelle pergamene di Saunière, « IL EST LÀ MORT » (Egli è morto là).
Non intendiamo affermare che Gesù accompagnò i suoi familiari a Marsiglia. Anzi, le circostanze sembrerebbero indicare il contrario. Forse non era in condizioni di viaggiare, e la sua presenza avrebbe costituito una minaccia per la sicurezza dei suoi parenti. Forse ritenne più importante restare in Terrasanta, come suo fratello, san Giacomo, per realizzarvi i suoi obiettivi. Insomma, come non ne formulano gli stessi Vangeli, anche noi non siamo in grado di formulare ipotesi sulla sua sorte.
Ai fini della nostra teoria, però, la sorte di Gesù era meno importante della sorte della sacra famiglia, e soprattutto di suo cognato, sua moglie e i suoi figli. Se il nostro « scenario » era esatto, questi, insieme a Giuseppe d'Arimatea e ad altri, furono portati clandestinamente per nave dalla Terrasanta a Marsiglia. E quando sbarcò, la Maddalena avrebbe veramente portato in Francia il Sangraal, il « sangue reale », la schiatta della casa di Davide.

Note:
1 - Smith, Secret Gospel, pp. 14 sgg.
2 - Ibid., pp. 15 sgg.
3 - Ibid.,p. 16.
4 - Ibid., pp. 16 sgg. Il giovane nudo, avvolto in un drappo di lino appare più tardi in Marco 14:51-52. Quando Gesù viene tradito a Getsemani, è accompagnato da « un giovanetto... rivestito soltanto di un lenzuolo ».
5 - I più antichi manoscritti delle Scritture, incluso il Codex Vaticanus e il Codex Sinaiticus, non contengono l'attuale finale del Vangelo di Marco. In entrambi il Vangelo di Marco termina con 16:8. Entrambi risalgono al IV secolo, l'epoca in cui l'intera Bibbia fu raccolta per la prima volta in un unico volume.
6 - Maccoby, Revolution in Judaea, p. 99.
7 - Dodd, Historical Tradition in the Fourth Gospel, p. 423.
8 - Pandori, Jesus and the Zealots, p. 16.
9 - Vermes, Jesus the Jew, p. 99.
10 - Charles Davis, dichiarazioni pubblicate dall'« Observer » (London, 28 marzo 1971), p. 25.
11 - Phipps, Sexuality of Jesus, p. 44.
12 - Smith, Jesus the Magician, pp. 81 sgg.
13 - Brownlee, « Whence the Gospel According to John », p. 192.
14 - Schonfield, Passover Plot, pp. 119,134 sgg.
15 - Ibid., p. 256.
16 - La tradizione più comune è contenuta in Jacobus de Voragine, The Golden Legend, in Life of S. Mary Magdalen, pp. 73 sgg. (traduzione inglese della Leggenda aurea di Jacopo da Varazze). Il testo risale al 1270. La forma scritta più antica di questa tradizione sembrerebbe la « Vita di Maria Maddalena » di Rabano (776-856), arcivescovo di Mainz. In The Antiquities of Glastonbury di William di Malmesbury appare per la prima volta l'estensione della leggenda: l'arrivo di Giuseppe d'Arimatea in Britannia. Spesso è ritenuta un'aggiunta più tarda all'opera di William.
17 - Vermes, Jesus the Jew, p. 21, ricorda che in vari detti talmudici il sostantivo aramaico che significa falegname o artigiano (naggar) sta per dotto o sapiente.
18 - Maccoby, Revolution in Judaea, pp. 57 sgg., cita Filone d'Alessandria che chiama Pilato « crudele per natura ».
19 - Cohn, H., Trial and Death of Jesus, pp. 97 sgg.
20 - Tutti gli studiosi sono d'accordo nell'affermare che tale privilegio non esisteva. Lo scopo dell'invenzione è accrescere la colpa dei Giudei. Cfr. Brandon, Jesus and Zealots, p. 259; Cohn, H., Trial and Death of Jesus, pp. 166 sgg. (Haim Cohn è un ex procuratore generale - ministro della Giustizia- di Israele, membro della Corte suprema, e docente di storia del diritto) ; e Winter, P., On the Trial of Jesus, p. 94.
21 - Come osserva il professor Brandon (Jesus and Zealots, p. 328), tutte le indagini sul Gesù storico devono partire dal fatto che fu giustiziato dai Romani per sedizione. Brandon aggiunge che la tradizione secondo la quale egli era « Re dei Giudei » dev'essere considerata autentica. Dato il suo carattere imbarazzante, è inverosimile che il titolo sia un'invenzione dei primi cristiani.
22 - Maccoby, Revolution in Judaea, p. 216.
23 - Brandon, Trial of Jesus, p. 34.
24 - Joyce, Jesus Scroll, p. 106.
25 - Circa i dettagli della crocifissione cfr. Winter, On the Trialof Jesus, pp. 62 sgg., e Cohn, H., Trial and Death of Jesus, pp. 230 sgg.
26 - Cfr. Schonfield, Passover Plot, pp. 154 sgg., per i dettagli.
27 - Un argomento a sostegno di questa identificazione è esposto da Allegro, The Copper Scroll, pp. 100 sgg.
28 - Cohn, H., Trial and Death Jesus, p. 238.
29 - Cfr. The Interlinear Greek-English New Testament, p. 214 (Marco 15:43,45).
30 - Joyce, Jesus Scroll. L'autore afferma che, mentre si trovava in Israele, fu chiesto il suo aiuto per esportare clandestinamente un rotolo rubato dagli scavi di Masada. Sebbene rifiutasse, sostiene di aver visto il rotolo. Era firmato Yeshua ben Ya'akob ben Gennesareth, che diceva di avere ottant'anni e aggiungeva di essere l'ultimo legittimo re d'Israele (p. 22). Il nome, tradotto, diventa Gesù di Genezareth, figlio di Giacobbe. Joyce identifica l'autore con Gesù di Nazareth.


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